di Bruno Benelli

Resoconto di un viaggio in Tanzania, alle falde del Kilimanjaro. Un paese ospitale, nel quale la natura giganteggia per bellezza e ricchezza animale e vegetale. E dove Sua Maestà la Montagna, dall’alto dei suoi 5.895 metri, domina l’intera Africa e punta verso il cielo le sue innevate cime vulcaniche.

Clinton gira la cloche a sinistra con un gesto calmo e misurato. Il trabiccolo (un piccolo Cessna 182, quattro posti, max 50 km orari) si piega verso sinistra obbedendo all’ordine del pilota e finalmente sbuchiamo fuori dall’opaco regno delle nuvole nere. Per un attimo il sole ci fa chiudere le palpebre e quando riequilibrando il gioco delle luci riapriamo gli occhi, eccolo qui, a portata di mano, Sua Maestà il Kilimanjaro. Imponente, imperioso, regale, solido: scintillante diamante con il diadema di candide nubi domina la valle, la Tanzania, l’Africa intera. E’ una dei punti di riferimento del continente nero, alla pari delle cascate Vittoria, del lago Vittoria, e delle sorgenti del Nilo.

 

Ecco la Montagna.

Lo abbiamo studiato a scuola, lo abbiamo visto in vari film (ricordiamo “Le nevi del Kilimanjaro” con Gregory Peck, Susan Hayward, Ava Gardner), una trasmissione televisiva italiana di successo ha la copertina di riferimento a lui dedicata, ma ora è qui, vicino a noi, lo sentiamo respirare. Il Cessna si avvicina ancora (siamo a un km di distanza dal Kenya), saliamo a quota 5 mila e più alto non si può andare. Dalla vetta (Uhuru Peak) siamo sotto 895 metri rispetto al punto più alto (Kibo), ma quasi a pelo con il secondo vulcano, il Mawenzi, e l’emozione ci proietta con la immaginazione sulla punta innevata del cratere, a camminare sul ghiacciaio di Rebmann.

Le nubi semi bianche ci circondano di nuovo, forse Sua Maestà mostra insofferenza verso piccoli esseri umani che si permettono una vicinanza fastidiosa, sicuramente trasgressiva, forse eretica. E’ tempo di rientrare, con gli occhi colmi della bellezza del monte più alto dell’Africa. Ci sembra di avere compiuto un’operazione unica, mentre sotto di noi, puntini indistinguibili, formichine solerti – sono uomini e donne a vederli da vicino – salgono a piedi (tour da quattro a sei giorni) verso la vetta, attraverso le route Marangu (forse la più scorrevole) o la Mweka, o forse Machame e Rongai.

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La scalata.

Sopra i 3.500 metri la rarefazione dell’aria può dare problemi di vomito e diarrea, più in alto c’è il pericolo di acqua nei polmoni. Dai 4 mila metri è zona desertica, solo muschi e licheni. Sopra i 5 mila pochi vegetali sopravvivono, dati la bassa temperatura, l’ossigeno rarefatto, le radiazioni solari.

Non a caso – ne abbiamo parlato in precedenza con le guide – i portatori si caricano, oltre che di cibo, tende, medicinali e bagni chimici, di bombole di ossigeno, e una specie di “siluro”, tipo una Tac vecchia generazione, nel quale viene ricoverato chi è colpito da problemi al cuore e ai polmoni.

Clinton, ragazzone nero solido e sempre sorridente, ci riporta con i piedi a terra, trasvolando su piantagioni di riso e canna da zucchero. A Moshi, atterrati e felici di avere vissuto due ore di pura alienazione dalla cosiddetta civiltà, lieti di avere strisciato ai piedi di Sua Maestà, riprendiamo la nostra vita di esseri terrestri.

A cena siamo con i genitori di Clinton, giovani e belli, titolari di una agenzia di viaggi dedicata soprattutto all’avventura.

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I Maasai.

Noomunderen ha 96 anni. E’ stata la quinta moglie dell’unico uomo della sua vita e con lui ha generato 15 figli. Il volto è bellissimo, pieno di profonde rughe, – sembrano trincee di una quotidiana battaglia contro la povertà – altero e insieme sorridente. Balla per noi insieme ad altre dieci- dodici persone del villaggio Olpopongi del popolo Maasai per darci il classico benvenuto. La lingua nazionale è lo swahili (cui si accompagna l’inglese, retaggio dell’antico colonialismo, che li rende cittadini del mondo più di quanto lo sia il popolo italiano), lingua bantu, diffusa nell’Africa Orientale (Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda, ecc). Quella locale è Maa (da cui Maasai), che deriva da lingue nilotiche, ma noi comunichiamo in inglese per mezzo di qualche nipote che fa da ponte. Tra la ragnatela di rughe che animano il volto della donna risplende un sorriso che ti entra nel cuore. Mama Maasai ha i denti bianchissimi (dentiera?), particolare da rilevare perché in genere la tribù ha denti giallicci per colpa del troppo fluoro contenuto nelle acque che scendono dalla montagna.

Con il volo verso Sua Maestà abbiamo violentato la natura, con i Maasai torniamo alla natura, sperando che ci perdoni.

Noomunderen ci offre il the nella sua capanna, cucinato a terra sul fuoco e un senso di amicizia pervade i nostri cuori. Siamo dentro la storia tanzanese, storia vissuta in periferia da un popolo fiero, ormai semi-nomade e non più nomade. Storia che tocca direttamente anche quella della condizione femminile, completamente sottoposta ai voleri dell’uomo, nonostante che sia lei l’epicentro della fertilità e quindi il motore del mondo.

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Gente semi-nomade.

Nel complesso nell’area insistono 2.800 Maasai, allevano prevalentemente mucche e con le rimesse del turismo il Governo finanzia in parte le varie comunità (principalmente con grano). Ognuno di noi ha la capanna per dormire: ognuna di esse è dedicata a un animale, la mia si chiama Nyumbu, cioè gnu. Il popolo si divide a metà tra Tanzania e Kenya: le persone vanno e vengono senza che i due Stati chiedano il passaporto, per la trasmigrazione basta l’ok del capo Maasai dell’altro Paese. Una specie di Schengen africana prima del trattato di Schengen europeo. Dove siamo noi il Kenya dista 70 km.

Il padre della nostra guida ha 79 anni, 12 mogli e l’ultima ha 16 anni. Ha messo al mondo 89 figli. Le donne sposano come media a 15-17 anni e gli uomini a 18-19. Chi sceglie le spose è il padre e in questa riedizione dell’harem arabo le donne sono remissive, non gelose.

Ad esempio a Boniface, 34 anni, uno dei nostri autisti, hanno in questo momento “prenotato” tre mogli. La prima ha 14 anni, le altre due sono sulla ventina. Ma occorre attendere due anni per compiere i tre matrimoni: la prima deve arrivare ai 16 anni.

Si sposano tra loro, rispettando il detto “mogli e buoi dei paesi tuoi”. Ma qualcuno favoleggia che in Kenya taluni abbiano sposato una donna bianca. Le mogli vivono nello stesso villaggio ma non nella stessa casa, forse per un senso di riservatezza quando c’è da fare l’amore. Il numero dei matrimoni è influenzato da quello degli animali posseduti: più buoi, più mogli.

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Religione e circoncisione.

Come vivono? Gli uomini cacciano, pascolano, tagliano il legno, vanno a prendere l’acqua che può essere lontana anche 15-20 km. Le donne tra un figlio e l’altro, tra le molte altre incombenze, costruiscono le case. A modo loro sono ingegneri e architetti, anche se non iscritte all’Albo professionale. Ma è bene chiarire che stiamo parlando di capanne, fatte con un impasto di fango e sterco di elefante, con una piccola interna anima di legno di acacia e piante velenose che tengono lontani gli insetti. E il letto è un tavolaccio sopra una base di zeppi e rami.

Un tempo i morti venivano fatti mangiare dagli animali. Oggi sono seppelliti fuori il villaggio e le persone che seguono la religione cristiana (il 7% circa del popolo) li mette nella bara, mentre gli altri sono sepolti avvolti nel sudario. Molti credono in Dio, ma per molti dio è la Montagna.

Si opera la circoncisione ai ragazzi dai 10 ai 18 anni, e ogni blocco anagrafico degli uomini ha un nome identificativo di gruppo proprio: Laiyoni, Moran, Makaa, Meshuki.

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Kilifair.

Tom Kunkler, tedesco, commerciante di motociclette, 12 anni fa è venuto a incontrare la Montagna. Se ne è innamorato, ha venduto tutto, con il gruzzoletto ha aperto a Moshi la società turistica Kilifair promotion co. ltd, che rapidamente si è affermata sul territorio. Con precisione teutonica, insieme alla figlia Michelle indaffarata al massimo ma sempre sorridente, organizza un evento (quest’anno è la seconda volta) di portata nazionale e internazionale: una specie di Expo “Kilifair” che raduna tour operator di vari paesi (South Africa, Ethiopia, Kenya, Zanzibar, e ovviamente Tanzania).

Questa rivista è presente per rendersi conto della manifestazione. E’ senza dubbio un evento di grande portata: circa 250 espositori, una città di stand bianchi, che dall’alto sembra l’accampamento di un esercito saraceno, quale siamo abituati a vederlo nei film. E’ un piacere aggirarsi tra gli exhibitors e la gente che affolla i padiglioni.

Sono eventi creati per smuovere la curiosità del pubblico verso la Tanzania, attraverso la compra-vendita di pacchetti di visite guidate.

E’ venuto il Ministro del Turismo e delle Risorse naturali, il prof. Maghembe, che si congratula personalmente per la presenza dell’Italia, della quale noi della rivista siamo gli unici portavoce e rappresentanti.

“ Moshi è il territorio-base del Kilimanjaro, una delle otto meraviglie naturali del mondo, ci dice il Ministro. Spero che il Comune diventi la capitale e la “porta” per arrivare alla Montagna”.

In un incontro a due Tom tiene a precisare:“ Ho organizzato l’evento senza finanziamenti governativi, solo con sponsor privati. Quest’anno i visitatori hanno pagato il biglietto ma credo che il prossimo – anche se è una promessa politica – l’expo sarà gratis”.

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Serengeti.

Serengeti National Park è un territorio meraviglioso, un parco protetto, tra il lago Vittoria e il Kenya, patrimonio Unesco fin dal 1931. C’è eccezionale ricchezza faunistica, e qui si possono incrociare i famosi “big five”, cioè elefante, leone, leopardo (non facile da trovare), rinoceronte e buffalo. C’è anche uno smisurato numero di zebre (mai viste tante!), gnu e gazzelle. Nel parco incontriamo anche una pista di atterraggio per piccoli velivoli.

Filmiamo un leone che mangia di un animale brandelli sanguinolenti, che gli sporcano bocca e mento. E’ l’eterna storia della natura: la morte di un animale (gazzella) dà vita a un animale (leone), che poi, ben satollo, si accoppia con una leonessa. Noi filmiamo con il telefonino: il rapporto dura pochi secondi, li conti su una mano sola, lasciandoci sconcertati. Ma i ranger ci dicono che durante la stagione degli amori questo rapporto da Speedy Gonzales viene ripetuto ogni 15 minuti per una settimana di fila: poco meno di 700 accoppiamenti. E’ quindi giusto che dosi bene le forze.

Questa è la “carta costituzionale” della natura che nella sua dura semplicità forse è più bella di quella italiana, che molti hanno stabilito invece di eleggere prima della classe rispetto all’universo mondo. La notte viviamo in un lodge dentro il parco. Dormiamo dentro una capiente tenda a sua volta inserita dentro una struttura aperta di legno. Abbiamo mangiato al lume di candela e il sonno si fa sentire. Dolce letto contornato dalle bianche zanzariere! Ma il vento sbatte contro le tende e questa sinfonia martellante rende un po’ difficoltoso l’abbandono nelle braccia di Morfeo.

Siamo sotto un manto di stelle incredibile. Se nei nostri cieli italiani in un certo spazio c’è una stella, qui ce ne sono dieci, forse cento. Si può quasi dire che ci sono più punti luminosi – tanto vicini che li puoi toccare con la mano solo se allunghi il braccio – che spazi neri.

Finalmente ti addormenti sperando che anche il leone se ne stia a cuccia e non abbia voglia di venire a conoscerti!

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Ngorongoro.

Cratere di circa 18 km di diametro, altitudine 2.200 metri, è la più grande caldera intatta del mondo, cioè depressione formatasi dopo lo sprofondamento di un vulcano. Tanto per rendere l’idea tra le maggiori caldere italiane c’è quella dei Colli Albani con i due laghi Albano e Nemi.

E’ uno spettacolo davvero unico, penetrante, un condensato di storia geologica. Patrimonio dell’umanità dell’Unesco, è una riserva naturale. Savana, paludi, macchie di acacia, zone aride, laghetti: un vero ecosistema. Colpisce la presenza, oltre dei soliti animali, anche qui tutti rappresentati, di una grande colonia di fenicotteri.

Dalla nostra Land Rover registriamo (foto e filmato) un incontro amoroso tra due iene, con una terza a visionare da vicino lo sviluppo dell’incontro, quasi per certificare al branco che quello che doveva avvenire è avvenuto. E anche in questo caso il rapporto dura neanche dieci secondi.

Sulla sommità del monte alloggiamo in un lodge signorile, in questo momento gestito da indiani. Tra le cose belle scopriamo un tavolo di ceramica fatto da una ditta di Deruta (Perugia). Ngorongoro è ai nostri piedi: abbracciamo con lo sguardo tutto il cratere fino alla sponda opposta mentre la luce si fa fioca e scende veloce la notte. Centinaia di migliaia di animali sono lì sotto, ma ora tutto tace: è tempo di riposare e dormire. Ora niente struggle for life : lo scontro riprenderà domani. Ora questa meraviglia del mondo chiude la tavolozza dei colori, e diventa un verde-giallo indistinto per poi sfumare nel grigio e cadere nel viluppo del nero. Tra poco saliranno a milioni sul palcoscenico le stelle a coronare di perfezione e armonia la giornata.

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Pole pole.

Jambo in swahili significa ciao. Poiché il popolo africano è sempre molto socievole e cerimonioso jambo è una parola che la fa da padrone in ogni momento della giornata. Ma la parola che fotografa in modo perfetto una parte della personalità dei neri è pole pole, cioè piano piano.

“Andiamo?” “Yes, pole pole!”. E’ il manifesto di un modo di vedere la vita e di gustarla. Questa attitudine non l’hanno inventata gli africani, ma sicuramente essi l’hanno elevata a sistema di gestione degli spazi orari, forse per mitigare i contraccolpi degli stress. Pole pole è una medicina, un poster programmatico, una sintassi quotidiana, una filosofia di fondo. E’ un nutrimento.

Di questo potremmo avere un illustre precedente nei romani quando suggerivano festina lente. Tramanda questo ossimoro (affrettati lentamente) lo scrittore Svetonio, ma a ben vedere il motto latino è forse l’esatto contrario di pole pole, in quanto significa “agisci in modo svelto, ma con cautela”.

E con questo modo di affrontare la vita i romani hanno dominato il mondo allora conosciuto. Non avrebbero potuto raggiungere questo risultato se avessero dato asilo

nei loro pensieri e nei loro modi di agire alla idealizzazione della lentezza. Con pole pole avrebbero dominato il territorio al massimo fino a Velletri. Ma in Africa va bene così: il mood africano è bello e rimarchevole anche per questo!

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