testo e foto di Ferdinando Kustermann (leggi articolo correlato)

Agosto non è forse il mese migliore per visitare la Tanzania, ma in fondo non è neanche il peggiore. Si evitano le grandi piogge, per lo meno. Quello che invece non si evita sono le folle di turisti che, va da sé proprio ad agosto, si trovano ovunque, mettendo alla prova il mio sistema nervoso. La maggior parte italiani, non c’è bisogno di sottolinearlo. Il che, se possibile, peggiora la situazione. Non è la solita prosopopea provinciale del non-sopporto-di-incontrare-italiani-quando-sono-in-viaggio. Io gli italiani non li sopporto neanche quando sono a Roma (la firma dell’articolo non vi tragga in inganno, sono italiano anch’io).

Sta di fatto che dopo aver affrontato i bellissimi e battutissimi parchi della Tanzania settentrionale (Ngorongoro, Serengeti etc), stufi di vedere file sterminate di Land Rover ovunque si avvisti un animale, io e Cecilia decidiamo di trovare un parco naturale che sia un po’meno battuto.

Amica d’infanzia, Cecilia. Se dovessi dire perché siamo partiti insieme, non saprei. Opposti che si attraggono: lei aveva un viaggio organizzato, io no. Lei aveva un amica in Tanzania, io ovviamente no. Ma tant’è, partiamo insieme. Ed è andato tutto bene, tranne che mi sono dovuto sorbire il vicendevole corteggiamento telefonico con quello che sarebbe diventato poi il suo fidanzato e che in quel momento si trovava in Irlanda. Infatti, pur ritenendomi una persona di ampie vedute, considero di una maleducazione imperdonabile mandare un sms mentre davanti a te un leone salta sulla groppa di uno gnu per ucciderlo o un coccodrillo esce all’improvviso dall’acqua per addentare un povero impala intento ad abbeverarsi (non è successo niente di tutto questo, va bene, ma sarebbe potuto succedere!).

Decidiamo dunque di dirigerci verso il Ruaha National Park, grande parco situato al centro della Tanzania e trascurato dai principali circuiti turistici, vuoi per le difficoltà logistiche (tre ore su un monomotore decollato da Arusha ed atterrato, non so come, su uno spiazzo sterrato), vuoi per le poche strutture turistiche offerte.

Ma ne vale la pena. A Ruaha, di turisti, se ne vedono davvero molti meno rispetto ai parchi del nord. E quando la nostra guida (un ubriacone, scopriremo la sera al bar, ma con un certo occhio per le tracce degli animali) si allontana dalla pista sterrata portando la nostra jeep in mezzo ai cespugli, ci troviamo di fronte uno spettacolo incredibile, tutto per noi. Una coppia di leoni giace li, sotto un albero, incurante della nostra macchina che si trova a non più di un metro e mezzo da loro.

Domando incredulo se è normale che si lascino avvicinare così. Ci spiega che non si curano di noi perché sono stanchi. Sono in luna di miele.

La luna di miele dei leoni funziona così: sesso per trenta secondi, ogni quindici minuti, per due settimane. Meritano dunque la nostra comprensione se hanno l’aria un tantinello stanca.

Passano dieci minuti, è ora di ricominciare. La tabella di marcia di un leone innamorato, è noto, non ammette ritardi. Lui si alza, si stiracchia, poi rigonfia il petto con fare spavaldo e fa per salire sulla schiena della sua compagna. Non l’avesse mai fatto! Lei scatta improvvisamente ringhiando e cacciandolo via. Non sembra abbia voglia di farlo. Ma lui non si scoraggia ed inizia una serie di approcci di dubbio gusto, alcuni teneri e sottomessi altri più aggressivi. E dopo sette/otto minuti di questo inusuale corteggiamento, assistiamo alle scena clou: lei gli consente di montarle sulla schiena e di scivolargli dentro mentre lui inizia ad emettere una serie di grugniti di intensità crescente, fino a terminare con un lungo rantolo di piacere, seppur molto composto. Incredibile a dirsi, trenta secondi trenta! Un concentrato mix animalesco di passione e sentimento.

Cecilia, è più forte di lei, decide di inviare un sms al suo capo (un noto e famoso giornalista): “Ho assistito all’accoppiamento di due leoni. Trenta secondi ogni quindici minuti. Riflettevo sulla natura effimera dell’amore. Tu, che fai?”. E lui, geniale: “Io un minuto-minuto e mezzo”.