testo di Claudio Cassio | foto di Gabriele Anesin

Questa è la storia di un incontro. L’incontro tra un antropologo e un fotoreporter. Tra un africanista e la sua Africa. Tra un fotografo e il miraggio del Sahara. Tra culture conosciute e solamente sognate. La scoperta di un popolo dimenticato ma più vivo che mai. Il racconto di cosa significa sopravvivere. Un viaggio destinato a diventare testimonianza e passione. Una centrifuga di sabbia ed asfalto.

È l’una di notte. Sono più di dieci ore che Claudio aspetta la coincidenza per Tindouf. Affamato, si aggira per l’aeroporto di Algeri. Arrivato al bar, incontra un ragazzo molto giovane, barba lunga, macchina fotografica a tracolla e un bambino che tiene in braccio. Sta mangiando un qualcosa di non ben identificato.

Claudio: “Che mangi?”

Gabriele: “Non lo so ma qualsiasi cosa sia fa schifo! Meglio aspettare di arrivare nei campi”.

Claudio a questo punto rimane esterrefatto: “Campi? Anche tu dai Saharawi?”.

È così che inizia la loro avventura alla scoperta del deserto sahariano. Un’esperienza destinata a cambiare le loro convinzioni.

Africa, quasi un miliardo di persone, novantasei stati indipendenti, due stati senza patria: Somaliland e Sahara Occidentale. La questione Saharawi è l’unico esempio vivente di uno stato africano riconosciuto a livello internazionale da più di novanta paesi, che si trova ad esercitare la propria indipendenza in esilio. Dopo l’innalzamento del cosiddetto Muro della Vergogna negli anni ’80 da parte del Marocco, il popolo Saharawi si è trovato a vivere diviso, in diverse zone. Da una parte i campi per i rifugiati saharawi che si trovano nel deserto di Hamada nei pressi della città di Tindouf in Algeri, città che dista solo 100 km dal confine con il Sahara Occidentale. Dall’altra, nella zona liberata nel Sahara Occidentale, le città sono diventate accampamenti militari. Ma qui ci vive solo una piccola percentuale del popolo Saharawi visto che la maggior parte di loro continua ad abitare nelle città occupate dal Marocco.

L’aereo atterra all’aeroporto militare di Tindouf verso le tre del mattino. Non vi è alcuna traccia dei massicci controlli della polizia algerina, solamente alcuni funzionari Saharawi che si preoccupano di indirizzare i nuovi arrivati sulle auto e sui bus (autobus dell’Atac anni ’80) per arrivare finalmente nei campi profughi. Nel tragitto il silenzio è irreale. L’oscurità sembra non finire mai. Ma il cielo è pieno di stelle e la luna sembra guardare proprio noi. Sembra che qui anche la terra dorma di notte.

Non c’è nessuno ad accoglierci ma presto scopriamo quale sarà il nostro alloggio. Le case sono costruite con un impasto di sabbia e acqua lasciato ad essiccare al sole per circa sette giorni. I tetti sono fatti di lamiere e di travi di legno che sorreggono la struttura. L’escursione termica rende le case caldissime durante la giornata e freddissime durante la notte. In media ogni casa ha una vita di cinque anni a causa delle erosioni dovute dalle difficili condizioni atmosferiche. La nostra permanenza durerà solo un mese intero. L’erosione è l’ultima cosa che ci preoccupa.

Considerato uno dei luoghi più inaccessibili del Sahara, il deserto di Hamada, dove d’estate si raggiungono anche i cinquanta gradi, ospita quasi trecentomila rifugiati di cui il 70% sono donne e bambini, dislocati in diversi “wilhaye” (villaggi). Nei primi anni della guerra, le case erano semplici buche scavate nella sabbia. Successivamente con l’aiuto del governo algerino le abitazioni iniziarono ad essere costruite in mattoni di sabbia e vennero introdotte le “cajhme”, le tipiche tende saharawi.

La mattina dopo, appena alzati, rimaniamo subito colpiti da ciò che il buio di qualche ora prima aveva nascosto. Il villaggio è circondato da una montagna di rifiuti. Non esiste infatti alcun tipo di smaltimento per quanto riguarda vetro, metallo, carta e plastica e le carcasse di animali vengono gettate nelle zone limitrofe, trasformando il deserto in una discarica a cielo aperto.

Una donna anziana ci racconta che soltanto nei dintorni di Dahjla ogni venerdì (per loro giorno di festa) viene svolta una raccolta dei rifiuti. Questo perché Dahjla è l’unico villaggio ad avere un’oasi naturale. La donna anziana ci guarda, ascoltiamo le sue parole notando un timido tono di fierezza. Ci dice che sono le donne ad occuparsi di tutto. Sono loro che organizzano lo smistamento dei rifiuti a Dahjla, ad esempio. Ed è proprio questa la scoperta maggiore: le donne saharawi. I loro occhi nascosti dai veli, la loro disponibilità ad accogliere ogni straniero nelle loro case, l’enorme forza di carattere che ogni giorno sono costrette a tirar fuori. A loro è riservata l’organizzazione e la distribuzione degli aiuti umanitari all’interno dei campi profughi. Ogni villaggio ospita una sede dell’Associazione Nazionale delle Donne Saharawi che ha carattere decisionale all’interno del parlamento. Sono state sempre le donne che dal 1975 in poi hanno dato vita a questi accampamenti. Capiamo il tono dell’anziana saharawi. La sua società rappresenta una delle rare realtà matriarcali di tutto il continente africano.

Deserto, sabbia, aiuti umanitari, escursione termica catastrofica. È sorprendente la scoperta del tasso di alfabetizzazione del popolo Saharawi: pari al 97%. Quanto è in Italia?! È commovente osservare questa miriade di bambini svegliarsi alle 7:00 del mattino, prepararsi per andare a scuola e il pomeriggio preoccuparsi anche di svolgere i compiti a casa insieme agli altri compagni. È straordinario vedere che la povertà dei campi non pregiudica la loro voglia di imparare e di migliorarsi. Se non ci sono i banchi si siedono per terra. Se non ci sono fogli si esercitano scrivendo sulla polvere dei loro banchi.

Sono ormai un paio di settimane che giriamo per villaggi. Abbiamo conosciuto uomini e donne che ci hanno raccontato le loro storie. Vecchi e bambini che ci hanno ospitato nelle loro case per condividere insieme il sapore del tè. Storie e verità amare, come quella di Mohammed. Oggi ha ventott’anni. All’età di undici è stato adottato da una famiglia italiana. Prima di arrivare nel nostro paese ha contratto la poliomelite, per fortuna in forma lieve. Sono molti i ragazzi saharawi che, avendo avuto la sua stessa malattia, si vedono costretti all’utilizzo delle stampelle. Questo perché negli anni ’80 fu distribuita una partita di medicinali scaduti proveniente dagli aiuti umanitari. Episodio che fu sempre negato dalle autorità competenti, è la causa della piaga che più affligge il popolo Saharawi: la disabilità fisica.

Stiamo nel wilhaye 27 de Febrero, a scattare delle foto vicino al pozzo chiuso. Il nostro accompagnatore si avvicina e ci invita ad assistere ad uno strano incontro. All’inizio non afferriamo il motivo di questo invito, ma quando ci ritroviamo di fronte a lunghi abbracci e pianti di gioia capiamo l’importanza di questo momento. Due famiglie si sono riunite dopo più di trent’anni grazie all’aiuto dell’Onu che organizza dei voli speciali dai territori occupati all’aeroporto di Tindouf. Il Marocco non permette alcun contatto tra le famiglie che sono divise dal muro. Per far fronte a questo embargo mediatico la R.A.S.D. (la Repubblica Araba Saharawi Democratica, fondata nel 1976) ha creato un’agenzia di stampa ufficiale per comunicare con l’esterno (la “Sahara Press Service”), una radio nazionale che trasmette in ogni wilhaye e clandestinamente nei territori occupati, e un giornale prodotto dai Saharawi stessi nei campi (“Il Sahara Libre”).

È quasi un mese che viviamo con questo popolo ed è sempre più facile rendersi conto dell’importanza delle loro tradizioni osservando le loro piccole conquiste. Come ad esempio la cerimonia del tè, che accompagna ogni giornata saharawi, dove regna come sempre l’ospitalità, carattere predominante della loro cultura. In ogni casa, in ogni negozio, dal gommista al fornaio, nel deserto o nelle scuole il kit per la preparazione del tè è immancabile. Ovunque tu sia ti offriranno del tè. Chiunque tu incontri ti offrirà del tè. Ed è maleducazione rifiutare. Il calcolo delle “litrate” di tè alla fine del viaggio è decisamente elevato. La preparazione ha un lento e particolare procedimento che può durare anche un’ora. Per questo bere il tè nella “cajma” rappresenta soprattutto un momento d’incontro tra le persone e molto spesso c’è tutta la famiglia che accompagna la cerimonia in presenza di un ospite. Sono tre i tè che vengono serviti in tutto, ognuno dei quali con un sapore e una simbologia differente: il primo amaro come la vita, il secondo dolce come l’amore e il terzo soave come la morte.

Un trittico che racchiude la forza, il fascino e l’amarezza di un popolo che ogni giorno si trova di fronte ad un deserto che non gli appartiene, senza sapere il giorno in cui potrà riabbracciare i propri cari e calpestare la sua vera terra, senza la possibilità di avere una vita da pianificare, senza la certezza in un futuro sicuro. Per secoli i Saharawi hanno abitato il territorio del Sahara senza identificarsi in uno stato sul modello degli stati-nazione con gli elementi di popolo, territorio e sovranità. La loro cultura infatti prevedeva un tipo d’organizzazione su base tribale e di tipo democratico acefalo. La nascita dello Stato Saharawi (R.A.S.D.) diventò necessaria proprio a partire dall’esilio, quando vennero minacciate l’identità e l’appartenenza del popolo al territorio. Il Fronte Polisario proclamò la Repubblica Saharawi a Bir Lehlu il 27 Febbraio 1976 per porsi come interlocutore sul piano internazionale. Fin dalla sua fondazione aderì ai principi sanciti dall’Onu (diritto all’autodeterminazione dei popoli) e dall’Unione Africana (diritto dei popoli colonizzati di vedersi riconosciuto uno Stato libero nei confini fissati dalla potenza coloniale). La Costituzione provvisoria, dei primi anni, definiva la nuova Repubblica araba, islamica, democratica e socialista. La Costituzione definitiva approvata nel 1991 e in vigore tutt’oggi prevede e garantisce come diritti fondamentali: il multipartitismo, la libertà di espressione e di associazione, l’emancipazione della donna, l’uguaglianza davanti alla legge, l’economia di mercato e la libertà di iniziativa individuale, il rispetto della proprietà privata, la libertà di confessione e la tutela delle minoranze religiose, infine la libertà di ogni persona di trasferirsi sul territorio nazionale. A dispetto di tutto ciò, il Sahara Occidentale in questo momento è considerato “terra nullis”.

Torniamo a casa con tantissimi interrogativi. Ci aspetta un duro confronto con la nostra realtà da occidentali. Immagini indelebili di un popolo dalla forza inesauribile. Emozioni che sicuramente ci hanno cambiato e per questo non dimenticheremo mai. Difficile scordarsi di aver calpestato l’unico confine dell’intera mappa del continente africano ad essere solamente tratteggiato.

IL MURO DELLA VERGOGNA

Il 14 Novembre 1975 il governo spagnolo cedeva in cambio delle Isole Canarie e delle città di Ceuta e Melilla (importanti città portuali nelle vicinanze dello stretto di Gibilterra), il Sahara Occidentale a Marocco e Mauritania. La Mauritania iniziò l’attacco da Sud mentre il Marocco, attraverso una falsa marcia pacifica, detta “Marcia Verde”, penetrò da Nord con circa trecentocinquanta civili scortati da migliaia di soldati e da mezzi corazzati, occupando i centri abitati più importanti. In quello stesso anno nasceva il Fronte Polisario (Frente Por la Liberation de Seguit el Hamra y Rio de Oro) con lo scopo di fronteggiare l’intervento militare marocchino e mauritano nel territorio, attraverso azioni di guerriglia e sabotaggio nel deserto.

Il 27 Febbraio 1976 nasceva la R.A.S.D (Repubblica Araba Saharawi Democratica) con sede negli attuali campi per i rifugiati Saharawi in territorio algerino, con lo scopo di realizzare un’identità politica riconosciuta a livello internazionale e poter trovare una soluzione pacifica ed uscire dalla guerra. Nel 1979 mentre la Mauritania rinunciava definitivamente ad ogni sorta di pretesa sul territorio del Sahara Occidentale, il Marocco proseguiva l’occupazione da Nord a Sud con un impiego massiccio di forze militari utilizzando bombe al fosforo bianco.

La guerra tra i Saharawi e il regime marocchino si protrasse per tutti gli anni ’80, anni in cui il Marocco edificò otto muri a difesa del territorio occupato per una lunghezza complessiva di oltre duemila chilometri, detti anche “Muro della Vergogna”. La guerra andò avanti fino al 1991, quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite intervenne decretando il cessate il fuoco e istituendo la missione MINURSO (Missione Nazioni Unite per il Referendum del Sahara Occidentale), con l’obiettivo di effettuare un referendum sull’autonomia del Sahara Occidentale per l’anno seguente. Da quel giorno sono passati diciotto anni e nessun censimento sulla popolazione votante saharawi è stato mai accettato dal regime marocchino, costringendo quasi trecentomila persone ad attendere una soluzione definitiva nei campi profughi del deserto algerino.