Tu lo guardi intensamente. Sei affascinato e un pochino preoccupato, i fasci nervosi sono in tensione.
Tra il fitto fogliame della foresta, su una parete verde gocciolante pioggia, improvvisamente ti appare. E al primo impatto ti toglie il fiato. Il primate chiamato gorilla è davanti a te, sette/otto metri non di più, forse meno. Tu fermi quasi il respiro di fronte all’esito del tuo duro cammino, attraverso canali di acqua e di fango. E’ lì davanti a te, per lui hai percorso cinque mila chilometri, in una specie di appuntamento che hai cercato e sperato per tutto l’anno.
All’inizio ti snobba. Non si cura di te. E’ sdraiato su un letto di foglie e radici aeree e con sé c’è la famiglia: moglie, figliolino, e altri quattro esemplari. I due rangers sono vicini con i fucili mitragliatori carichi all’evenienza e pronti a intervenire sono anche i portatori, uno per ogni escursionista. Non succede nulla, salvo l’atto di amore tra due specie di primati (uomo e gorilla) che si scrutano da una distanza che ora è di cinque metri. E’ uno spettacolo unico che da solo merita un viaggio in Uganda, una delle tante perle dell’Africa nera. E’ un’esperienza che ti porta a vivere in prima persona “ a humbling and exciting adventure”.
Due gorilla, che non fanno parte del gruppo, sono su due alberi vicini e un terzo dorme come un ghiro sotto un albero un po’ più distante. Sono rappresentanti di un mondo di gorilla stimato in circa 9 milioni di unità. Sono loro i tuoi progenitori, padre e madre ancestrali. Sono quello che tu eri e questa ascendenza te la senti dentro. E’ un incontro quasi escatologico.
Nel silenzio profondo della foresta si ascolta lo sgocciolio della pioggia che scivola via dalle foglie e il crepitio delle macchine fotografiche. I gorilla ora partecipano al balletto degli occhi: è festa, è tutto un reciproco guardarsi! E il piccolino curiosissimo ogni tanto lascia l’abbraccio della mamma e si avvicina verso di noi. Ma la mamma allunga il braccio e lo riporta indietro. Il papà cambia posizione e mostra la schiena argentata, una specie di silver carpet sul quale scivola la luce bagnata che filtra dagli alberi.
Se volesse, grosso com’è (non a caso la fantasia umana ha su di lui ideato e creato la figura di King Kong), con un solo braccio ti schiaccerebbe. Ma il gorilla non vuole, è nel fondo mansueto e – dicono gli studiosi – affascinato a sua volta di vedere davanti a sé propri simili tutto colorati rispetto al nero del suo mantello e della pelle.
E nel mentre tu “ parli” con il gorilla ( che qui chiamano Bruno, guarda tu il caso!), senti le mani e le braccia della foresta, vedi il fango invasore del territorio e dei tuoi vestiti, le orme degli elefanti e di altri animali.
Emozionante: la foresta impenetrabile di Bwindi (siamo al confine con la Repubblica democratica del Congo, il fatto è segnalato dal cellulare che ti dà un anticipato benvenuto, come se tu fossi di là) è clamorosamente bella. E vorresti entrare negli occhi del gorilla per vedere come lui vede la natura, di quale colore, di quale intensità emotiva, la madre natura che gli dà vita, cibo, gioie, dolori. Dolce, anche se dannatamente faticoso, il rientro, con il capofila che usa in continuazione il machete per fare strada attraverso il viluppo degli arbusti. Camminiamo con fatica non avvertita: gli occhi della mente vedono solo che si è vissuto poco prima in modo intenso!
Tutto è iniziato tre giorni prima con il volo Ethopians Airlines Fiumicino – Addis Ababa ( che è un po’ l’aeroporto hub di vari nazioni dell’Africa orientale) e poi Kampala, lucidata a festa per la visita di Pope Francis. Dalla capitale inizia il tour organizzato in modo impeccabile dall’Uganda tourism board (Utb) presso il Ministero del Turismo, tutti sotto l’ala protettrice, esperta e sagace dell’accompagnatrice ufficiale Faridah Ddamulira.

Si atterra a Entebbe, il famoso aeroporto nel quale gli israeliani nel 1976 (sono giusto 40 anni) compirono uno dei più clamorosi gesti contro i terroristi palestinesi e tedeschi che avevano dirottato un aereo con 260 persone e bordo e atterrato in Uganda. Durante la notte arrivarono con un aereo che volava quasi a sfiorare le acque del lago Victoria e dopo una sparatoria (nel complesso 10 vittime circa) ripartirono con gli ostaggi. Il mondo restò senza fiato di fronte al clamoroso risultato!
Da Entebbe a Kampala sono una cinquantina di chilometri. Il tassista ci dona due ore di relativo spavento con una guida spericolata tra un traffico incredibile (a Kampala spesso si è bloccati in strada tanto è il traffico a ogni ora del giorno!). Motorini, motoveicoli, motociclette, bici : il casco è un optional poco gradito.
Il giorno dopo ritorno a Entebbe per un volo interno con un mezzo minuscolo di 15 posti. Si sorvola la costa del lago Victoria piena di isolette. Dall’alto il paesaggio sembra non avere rilievi, si ha l’idea che sulla terra e sull’acqua sia passato il ferro da stiro. Verde a non finire. Più in là il paesaggio inizia a muoversi, ondularsi, crescere in altezza, diventare rugoso. Stagni e boschi si susseguono: è un paradico “aquarboreo”. La natura sembra uscita da un salone di bellezza!
Dopo il riposo notturno a Clouds Lodge (per arrivare all’albergo ci sono 80 chilometri di via sterrata, ricoperta da spuntoni di roccia che ti fanno sentire sulla diligenza del far west) si entra nel Queen Elisabeth National Park ed è qui che dopo una marcia davvero non leggera c’è l’incontro con i gorilla.
Ma Uganda è il regno di tanti altri animali. Nel parco nazionale c’è tutto il regno animale.
Ma per darne un solo accenno, ci sono leoni che vivono sugli alberi. Arriviamo intorno a due alberi sul limitare di un piccolo stagno artificiale per dare acqua agli animali e ci fermiamo dentro la macchina. I leoni sono sulla nostra testa, sono una ventina e tutti accomodati sui rami a fare la siesta. Uno spettacolo davvero unico. Sembra che passino la massima parte del loro tempo quotidiano sugli alberi, per avere il posto d’onore su un palcoscenico riempito da tanti attori: eleganti, buffalo, antilopi, kampala, cinghiali, iene, leopardi. Nel pomeriggio costeggiamo con il battello Kazinga Channel , via d’acqua che unisce i laghi George e Edward. E’ l’apoteosi di animali nell’acqua: ippopotami, coccodrilli, aigrette, uccelli a non finire … Ma soprattutto ci imbattiamo nella più grande concentrazione africana di “ippo” che quando aprono la bocca rosata sembra che con un solo boccone possano inghiottire il mondo.

E’ tempo degli chimpanzee.
Con cinque rangers ci addentriamo tra fango e sterpaglie nella foresta inseguiti dalla urla delle scimmie. Lo spettacolo è orrido ed emozionante. Le urla sono violente e spettrali. Gli enormi bestioni volano da un albero all’altro con la leggerezza della libellula. Stanno recitando l’eterna “divina commedia” dell’amore, combattono per le femmine. Ma chi vince lo fa solo, diciamo così, per spirito sportivo perché poi le femmine dopo l’assaggio iniziale del protagonista sono di tutti, consolidando in tal modo la pace del gruppo. E tutto ciò è molto bello: il bebè sarà allevato da una madre e da una moltitudine di padri in perfetta letizia.
Nel viaggio attraverso Uganda passiamo ai piedi della estesa e massiccia catena del Ruwenzori, tanto studiata sui banchi di scuola. Vedendo di più distanza si notano sette file di montagne messe in parallelo: la più piccola davanti e via via le successive sempre più alte per arrivare alle vette che sfiorano i 5 mila metri. Una specie di spettacolare gradinata (fumigante quando cessa l’abitudinario acquazzone) verso il cielo, un ascensore naturale verso la meditazione e l’ascesi. Attraversiamo l’equatore con stop per le foto con le gambe divaricate sulla linea che divide il nord dal sud del mondo e ammiriamo il Nilo bianco che per convenzione nasce dal lago Victoria e che poi si riunisce con il Nilo azzurro a Khartum, capitale del Sudan. La parte ugandese che visitiamo è tranquilla, ha la classica maestosità di un fiume imperiale padrone del territorio, pieno di isolette boscose. Qui profaniamo la calma della natura con attività quali jumping, water rafting e quad biking.
Al Crater Park Lodge (creato sul cratere di un vulcano spento che ha creato un piccolo lago) niente luce artificiale (meno male che ho portato anche sapone e lamette oltre al rasoio elettrico) e la ricarica dei telefonini è collettiva: un po’ ciascuno da una sola sorgente. Il sole sta tramontando, una spada luminosa si adagia fluttuando sulle acque chete del laghetto. Alloggio sulle rive e il momento è magico.
Ora inizia la sinfonia notturna del gracidio delle rane: ha ritmo calibrato e continuo, è l’attestato della esistenza di creature animali dentro la natura vegetale.

Il tour nel territorio (siamo lontani dalla capitale) è affascinante e doloroso: paesaggio da cartolina, povertà assoluta. Villaggi di poche baracche, uomini seduti senza fare nulla, donne che lavorano i campi, in un immarcescibile dominio maschile che ancora regna nel XXI secolo. E polvere e pietraie e viottoli che non portano da alcuna parte, essendo i luoghi tutti uguali. Grandi bananeti, enormi campi di the, mais, patate, con coltivazioni a terrazzamenti per strappare la linfa a terreni scoscesi, aridi e sassosi. Un viaggio dolente con bambini con vesti lacere e lerce che con piccoli strumenti sulle spalle (zappe, asce, punteruoli, ecc.) vanno a lavorare, perché per loro non c’è gioco, c’è solo una vita fuori gioco … Unico squarcio di serenità e dolcezza: le continue file di bambini/ragazzi che vanno a scuola o tornano a casa. Lunghe file ai bordi delle strade, tutti vestiti con la divisa di ogni singola scuola, maschi e femmine. Uno spettacolo che rincuora e rende appagati i tuoi occhi oscurati da un filo di tristezza per l’umane sorti di popoli sicuramente non progressive.
Dove la bicicletta è l’unico o quasi mezzo di trasporto, sulla quale viene messo di tutto: caschi di banane, porte, finestre, utensili vari, che occupano più di mezza carreggiata. Non saremmo stupiti se trovassimo qualcuno che trascina sulle due ruote una baracca intera.

Siamo tornati a Kampala. Città bella e caotica, con un traffico al limite del delirio. Visita al complesso turistico Munyonyo commonwealth resort , immenso ( 1.000 dipendenti regolari + 300 stagionali), con tutti i comfort moderni, con oltre 60 suite. Entriamo in quella riservata al presidente Usa Obama e vediamo dove l’uomo più potente del mondo e family dormono, con vista sul lago Vittoria. E sul lago partiamo sul fare della sera dal porticciolo del resort con il grosso catamarano Amani Portbell. Un tramonto davvero incandescente che illumina con gli ultimi bagliori del giorno la costa per parecchi chilometri. Un complesso di ragazzi molto in gamba suona musiche antiche in lingua swahili, rilette e attualizzate con i toni e i ritmi jazz. Torniamo a notte fonda pieni di cameratismo per i colleghi di viaggio e di bicchieri di birra, sotto un cielo che ti offre milioni di stelle: allunga il braccio, sono tue, le puoi toccare! E ci scappa anche una visita a un allevamento di coccodrilli: ce ne sono 3.000, un numero pazzesco che ci viene fatto visitare da un’addetta pigmea (da ricordare che la prima etnia sul territorio ugandese è quella di Twa, popolo di pigmei) .

Alla sera – gli estremi fanno parte della vita – ballo in discoteca e visita al casinò Le Piramidi.
Kampala è vestita a festa per la visita del Papa Francesco. Puoi vedere il palazzo del re e il palazzo nel quale il dittatore Idi Amin Dada torturava i nemici; c’è la moschea donata da Gheddafi, c’è il museo … A proposito del dittatore abbiamo il piacere di conoscere di persona l’attore che nel film “ L’ultimo re di Scozia” sulla vita di Idi fa la parte del Ministro della sanità. E’ un conosciutissimo comico (ci ha ricordato Fernandel) che una sera presso la casa della cultura, di cui è direttore, ha deliziato il pubblico in un happening ricco di balli etnici fantastici.
E c’è grande festa per il Tourism Expo 2015 “Pearl of Africa” al Serena Hotel. Un evento di rilievo perché raduna buyers e tour operators di Usa, Dubai, Italia, Sud Africa, Nigeria, Kenya, Egitto, Tanzania, Rwanda. Un happening e una festa del turismo ottimamente organizzata dal ministro del turismo Maria Mutagamba, dal chairman dell’Utb James Tumusiime, dal ceo dell’Utb Stephen Asiimwe, dal capo del marketing Edwin Muzahura, e dall’executive director Andrew G Seguya.
Da 30 anni presidente dell’Uganda è Yoweri Kaguta Museveni, ma alla premiazione finale dell’Expo è presente il vice Edward Ssekandi. Alla finale serata finale salutiamo il primo ministro Ruhakana Rugunda. E – tanto per finire come abbiamo cominciato, cioè in bellezza- miss Uganda. Prototipo delle donne ugandesi, che incorniciano il loro viso, di per sé bello, con due occhi profondi che, se vogliono, ti fanno intravedere possibili eventi e situazioni gradevoli.

E’ notte. Si atterra ad Addis Ababa in attesa della coincidenza per Roma. In una saletta riservata la donna all’ingresso ti mette in mano un biglietto: il numero della password per comunicare tramite wi-fi. Si scatena la voglia di far conoscere alla cerchia di parenti e amici il gorilla Bruno and family. Come bambini decenni ci catapultiamo su wathsapp e iniziamo a digitare in modo forsennato messaggi con foto. L’animale reale perde il corpo e si tramuta in impulsi che viaggiano per l’etere in “tempo reale” e vanno ad acquattarsi nei cellulari di molte persone. Moltiplichiamo la figura del gorilla: due, dieci, trenta invii… E rendiamo partecipi “altri” dell’avvenimento che abbiamo vissuto, ma solo in senso mono dimensionale come può essere una foto.

L’emozione dell’incontro, che solo a pensarci ti fa ribollire il cuore, resta solo cosa nostra.
Impalpabile, indimostrabile. E non condivisibile.