testo e foto di Stefano Carini

Avevo un grosso zaino con pochi vestiti, una zanzariera, due guide, due macchine fotografiche, cinque quaderni e poco altro. Ho viaggiato per sei settimane lungo la costa della Tanzania e del Mozambico, muovendomi lentamente, cercando di osservare ed ascoltare per poter poi raccontare. Mi sono immerso nel viaggio con tutti i miei sensi, spesso stordito dalla violenza della vita e dalla bellezza dei paesaggi. Poco alla volta mi sono trasformato, ho lasciato alle spalle i ritmi europei, la mia vita, la mia conoscenza del mondo, per cercare di ottenere il massimo dall’esperienza che stavo vivendo.
L’ho odiata l’Africa quando sperduto in un villaggio nel nord del Mozambico ho passato una notte intera seduto su un cesso, che altro non era se non un buco nella nuda terra, in preda a spasmi e crampi indicibili. Ho avuto paura e ho capito allora che non dovevo mai dimenticare di essere solo un osservatore. E ho ringraziato immensamente mia madre per avermi imbottito lo zaino di medicine!
La maggior parte del tempo però l’ho amata l’Africa, ne ho amato la sincerità, l’immensità e la semplicità. La realtà mi è apparsa più volte cruda, ma sempre affascinante.
Il viaggio è iniziato a Dar Es Salaam, il rifugio della pace, una città dove quattro milioni di persone cercano ogni giorno di sopravvivere. A Dar ho girato per le vie del centro, perdendomi nei rioni del mercato più grande dell’Africa orientale, Kariakoo, un mondo magico di colori ed aromi lontani. Mi sono addentrato nelle cucine infernali di Kivukoni, il mercato del pesce, dove ho conosciuto enormi uomini – diavolo che, avvolti da dense nuvole di fumo nero, friggevano pesce, gamberi e polipi incessantemente, in un regno governato dalle fiamme e da un puzzo insopportabile.
A Dar ho avuto modo di fare incontri interessanti, come Noah ad esempio, un giovane ragazzo Keniota conosciuto un pomeriggio durante una lunga camminata, che mi ha regalato sagge parole: “Se sei un uomo libero – mi disse – puoi camminare liberamente in ogni parte del mondo: l’Africa ti accoglierà come un fratello e ti nutrirà come un figlio”.
È con queste parole ancora nelle orecchie che sono salito su un autobus, in una notte nera come la pece, con il cuore colmo d’emozione. Con il sole rosso alla mia sinistra ho lasciato il rifugio della pace, diretto verso il remoto sud della Tanzania alla scoperta di terre sconosciute.
A Kilwa ho scovato le origini del popolo Swahili: muovendomi attraverso le rovine ho chiuso gli occhi per immaginarmi la vita in quella che fu un tempo il centro del più ricco impero commerciale del mondo. Sono però state le notti di Kilwa a regalarmi le emozioni più forti, facendomi comprendere il significato di una vecchia leggenda. Secondo gli antichi greci, mentre la dea Era stava dormendo, Zeus le mise in grembo un figlio illegittimo, di modo che questi potesse nutrirsi dal suo seno. Quando la dea si svegliò, respinse lo sconosciuto e, nel ritrarsi, uno spruzzo di latte si disperse nei cieli dando origine ad una scia luminosa, la Via Lattea. Alle nostre latitudini non è facile vederne lo splendore, ma in Africa è diverso. Di notte la volta celeste è uno spettacolo sconvolgente. La Via Lattea, immensamente vivida, squarcia l’oscurità in due e la visione di tanta bellezza toglie il fiato, rompendo gli equilibri delle emozioni.
Circa 300 km più a sud, a Tangazo, sono stato il primo uomo bianco a vivere con alcuni tra gli scultori più sensazionali d’Africa. Antony era il mio oste, e osservarlo al lavoro è stato un gran privilegio. Le mani si muovevano sinuosamente, ripetendo gesti conosciuti alla perfezione. Negli occhi si leggeva una concentrazione assoluta. Mani e piedi sono il tramite tra il mondo magico degli spiriti ancestrali e quello materiale. Antony è un intagliatore di legno della tribù Makonde e la sua gente scolpisce l’ebano da sempre. Con i Makonde ho mangiato l’ugali, una polenta di manioca, prendendola con le mani da un grosso vassoio, seduto in terra insieme agli anziani del villaggio. In sella ad una bicicletta ho poi percorso gli ultimi chilometri della Tanzania e a piedi ho attraversato il letto del fiume Ruvuma che segna il confine con il Mozambico. Dopo circa tre settimane stavo entrando nella seconda parte del mio viaggio: Pemba, la perla del nord, è la terza baia più grande del mondo, una tappa obbligatoria. Le sue spiagge sono fantastiche, e per questo motivo ho deciso di prendermi una pausa per rimettermi in forze e per godermi finalmente l’abbraccio rigenerante delle tiepide acque dell’Oceano Indiano. Concluso il mio breve periodo di riposo salgo sull’autobus per intraprendere il tragitto verso la Ilha de Moçambique. L’occhio si perde all’orizzonte, negli sterminati spazi dell’Africa del sud, alla ricerca di un cambiamento nel paesaggio: senza ostacoli e senza barriere il pensiero può viaggiare liberamente nell’entroterra del Mozambico settentrionale. Ogni tanto un piccolo villaggio appare dal nulla e l’autobus si ferma, assalito da un’orda di bambini sorridenti che vendono banane, frittelle, galline, pesce secco, acqua e coca-cola. È la comodità degli autogrill africani: vengono loro da te, e la gente, villaggio dopo villaggio, può fare la spesa, senza neanche scendere dalla corriera.
La Ilha è divisa in due da una linea netta: da una parte è l’antica città coloniale, fatta di pietra bianchissima, solenne, imponente. Dall’altra è makuti town, la città di fango, un ammasso di capanne di fango dove vivono gli africani. Oggi la maggior parte dei palazzi di pietra sono disabitati, o riconvertiti in ostelli. Le piazze della città sono stupende, sospese nel tempo, sovrastate da chiese di rara bellezza: ce ne sono sette sull’isola, come sette sono le moschee. La popolazione è divisa tra Maometto e Gesù, ma unita da storia, origine ed orgoglio.
È in un bar di fronte alla Chiesa della Misericordia che ho incontrato Janito, un giovane ragazzo dai modi gentili che mi ha fatto da guida. Con lui sono andato a visitare a bordo di una piccola barca a vela l’isola di Goa che prende il nome dalla lontana Goa, in India, dall’altra parte della rotta attraverso l’Oceano. Ritornati sull’Ilha, Janito ha trovato un pescatore che se ne andava in giro con dieci aragoste in mano. Le ho comprate tutte pagando 400 meticash, dieci euro, e la sorella di Janito le ha cucinate sulla brace, aprendole in due e cospargendole di aglio e sale. Il gusto di quelle aragoste, sotto un’altra indimenticabile notte africana, circondato da gente di una semplicità struggente, sempre pronta a regalarmi amichevoli sorrisi, è ciò che mi sono portato via dall’Africa, quando salendo sull’aereo sono tornato alla mia realtà.