di Gianluca Bernardo e Elena Adorni

foto di Elena Adorni

A casa ho una vecchia pubblicazione della metà degli anni settanta dove si parla della città di Roma e della sua incontrollata espansione urbanistica.

È uno di quei libri stampati con pochi soldi. Copertina in cartoncino ad un colore, foto in bianco e nero all’interno. “Roma Ovest lungo il Tevere”, si chiama. Lo apri e dentro c’è un mondo intero, bello e amaro come certe verità che è meglio mettere via. Pagina dopo pagina si schiude tutto un brulicare di prati ingialliti, palazzoni in costruzione, poche e improbabili macchine dal sapore autenticamente proletario, vialoni deserti e ancora scorci di campagna romana prima del disastro, casali da ristrutturare e restituire, nei sogni degli autori, alla cittadinanza, verde da “sottrarre al profitto” (c’è scritto proprio così!). Una città irriconoscibile e persa per sempre. La mia.

Chiudo il libro ed esco di casa. Non è facile descrivere il dolore alla vista di un nuovo cantiere. Le ruspe che sventrano la terra, il cemento che cola. Da qualche parte un palazzinaro di Roma ha la sua quota. Gli utili della sua società crescono. Nel resto della città, invece, un’altra fetta di paesaggio è sottratta alla gente, ai lavoratori, agli anziani, agli studenti. Le persone si ritrovano via via a vivere in uno squallido non-luogo, dove non c’è nessun legame tra l’abitare, il provenire e l’appartenere. Niente radici, niente futuro. Profitto per pochi e miseria per gli altri, con buona pace per i bei discorsi.

I palazzinari romani degli anni ’50 e ’60 hanno risparmiato fino all’ultima lira per poter intascare utili maggiori. Ogni ettaro di campagna doveva fruttare il massimo. Palazzi brutti, progettati da oscuri architetti o peggio direttamente dai geometri, nessuna cura, nessun senso estetico, massima razionalizzazione e una palese assenza di scrupoli. Tanto poi a vivere sulla Tuscolana o sulla Tiburtina non ci dovevano certo andare loro. Peggio della peggiore architettura sovietica e senza neanche la blanda scusante ideologica della ricerca del bene collettivo; un utilizzo scellerato del bene più prezioso di cui disponiamo: la terra.

E che cos’è l’uomo senza la terra?

Prima dei palazzi, su Viale Marconi c’erano i prati e in fondo, sulla riva del fiume, degli enormi canneti che nascondevano la spiaggia da cui s’intravedeva, sola nella campagna, la mole della Basilica di San Paolo. A chi devo chiedere per riavere indietro tutto questo?

E se vi diranno che le case servivano, che la gente non poteva certo vivere sotto i ponti, che i cantieri hanno dato lavoro a centinaia di migliaia di padri di famiglia, non credetegli. Non è vero. È la stessa gente che parla da sempre di guerre giuste e che quando torna a casa, la sera, si giustifica dicendo che il mondo, tanto, va in questa direzione e non si può fare altrimenti. Tutto, invece, poteva e doveva essere fatto diversamente. Le abitazioni sarebbero sorte nel rispetto del paesaggio, come facevano i contadini e gli artigiani che hanno costruito i borghi, o gli urbanisti dei quartieri-giardino come la Garbatella. La città sarebbe divenuta un ecosistema felice, forse il migliore al Mondo, con una moderna simbiosi tra uomo, storia e natura.

Le poche porzioni di paesaggio integro rimaste, invece, sono oggi rinchiuse nei parchi, visitate come si fa con un animale raro in uno zoo, “tutelate” come i nativi nelle riserve. Di tanto, ammettiamolo, ci siamo allontanati dalla nostra unica madre, veri e propri figli idioti di un Novecento popolato da ogni sorta di orrore e che sembra non dover finire mai.

Mi chiedo se esisterà mai una rivoluzione tanto radicale, violenta e risolutiva da riuscire a riportarci indietro, a prima della catastrofe. Me lo chiedo e chiudo gli occhi. E all’improvviso vedo gli uccelli sugli alberi, tra le rovine dell’Acquedotto Felice, i pascoli sotto Monte Mario, i bambini che corrono sui prati di Porta Portese, il sole che illumina i resti della Tangenziale, abbattuta.