di Paolo Valoppi

foto di Chiara Santarelli

Immaginate un sole rosso, rovente, che libra nell’aria impietoso verso gli uomini afflitti sotto il suo calore torrido, infuocato; immaginate questo sole tra le dune, i deserti e le savane dell’Africa, immaginate gli uomini e le donne che vivono e lavorano sotto questo sole, perlopiù di colore, uomini neri e donne nere che resistono al caldo grazie alla loro pelle scura, che protegge da rischi di melanomi, i tumori della pelle, e da altri effetti dei raggi ultravioletti. Immaginate adesso chi da quel sole è costretto a nascondersi, fuggire, come gli albini africani, condannati a vivere lontano da tutto e da tutti, nascosti da occhiali e cappelli, dall’ombra di una capanna o dal soffitto di una abitazione.

Nascere albini in Africa è considerata una sciagura, una condanna da scontare fin da bambini, perché per chi è geneticamente incapace di produrre melanina vivere sottoposti ad una forte esposizione solare è micidiale, spesso letale. Nati con una pigmentazione deficitaria, questi uomini mantengono le caratteristiche somatiche camitiche, presentandosi così con una pelle bianchissima ma con i tratti delle popolazioni africane. Per gli albini però, non sono solo i raggi solari a costituire un rischio perenne, in Africa gli uomini che nascono con questa disfunzione genetica vengono emarginati e perseguitati in nome di un’intolleranza di carattere superstizioso e razziale. Considerati come portatori di sventure o di poteri taumaturgici, gli albini vengono evitati e isolati, nei casi migliori, massacrati e torturati nei peggiori. Alcuni popoli del continente considerano le persone affette da albinismo alla stregua di stregoni malefici, altri li ritengono macchiati da un’antica sfortuna che solo attraverso il sacrificio può essere estirpata. Nell’immaginario comune di queste popolazioni, avere un rapporto con un albino aiuterebbe a combattere una malattia letale come l’Aids ed è per questo che stupri e molestie sessuali nei confronti degli “africani dalla pelle bianca” sono molto comuni. Le associazioni umanitarie che tentano di tutelare gli albini dalle violenze, accusano spesso i governi locali di chiudere un occhio sulle aggressioni e gli abusi nei confronti delle persone discriminate per essere “bianche”; anche negli organi di polizia sembra spesso vigere un velo di omertà che impedisce di fare piena chiarezza su alcune delle vicende legate alle violenze sugli albini. Combattere le discriminazioni sembra quindi molto difficile, ma c’è chi come Salif Keita è riuscito a vincere la sua battaglia contro i pregiudizi nei confronti degli albini. Nominato “Golden voice of Africa”, Salif Keita è un famoso cantante maliano noto anche come “il principe albino”. Ricordando i momenti della sua gioventù Salif dice: “Quando la gente mi vedeva per strada, di solito sputava in terra con disgusto. Cosa c’è peggio di questo?”. A diciannove anni Salif Keita si allontana dalla sua famiglia per diventare un cantante e solo qualche anno fa, dopo aver prodotto album apprezzati in tutto il mondo, Salif è tornato a testa alta nella sua casa, avviando un processo di riconciliazione con la sua terra che speriamo possa essere una speranza per i migliaia di albini africani che vivono nel terrore e nell’indifferenza.