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Vengo svegliato da uno strano suono, sembrano delle risate, come se un omone grande e grosso si stesse bellamente divertendo. Mi alzo dal letto in camerata al Phuket Backpackers Heaven, a Thalang Road, Phuket. Ho un leggero cerchio alla testa. Lentamente comincio a ricordare chi sono e dove sono. Ieri sera, quando sono arrivato sull’isola, ho visto che quasi tutti erano vestiti di bianco e si sentiva quell’elettricità che caratterizza i giorni di un grande evento, sia esso di festa o catastrofico. Ricordo che uno dei local mi ha detto che era iniziata da un paio di giorni la Festa dei Nove Imperatori Dei, conosciuta anche come il Phuket Veg Festival, un’importante ricorrenza taoista. Questo ricordo è accompagnato da una strana sensazione di inquietudine. Mi torna in mente che il vecchio tailandese ha anche aggiunto che sarebbe stata un’esperienza indimenticabile per me, straniero e sprovveduto.

 

Siamo a metà anni Novanta del secolo scorso. Un adolescente che attende di fare il piercing alla lingua sfoglia una rivista e rimane affascinato da alcune fotografie che ritraggono un uomo attaccato a un albero con due uncini di metallo piantati nel petto; un giovane rasta con un’iguana sulla testa e molteplici orecchini sul volto; un gruppo di uomini e donne che si forano e si incidono su un palco. Nonostante la tensione per l’imminente piercing, i suoi occhi splendono come quelli di un bambino davanti al giocattolo tanto desiderato e ricevuto finalmente per Natale. Il ragazzo non sa che quello è solo l’inizio di un’avventura incredibile.

Esco dall’ostello e mi unisco a un gruppo di persone che segue una giovane e quattro uomini che portano una piccola lettiga di legno su cui sorge un altarino. La giovane è vestita con una specie di parannanza verde interamente ricamata, e ha le guance perforate da decine di spilloni lunghi una ventina di centimetri. La cosa dovrebbe in qualche modo farmi rabbrividire, invece la sua espressione estatica e calma e il suo muovere ritmicamente la testa mi trasmettono una sensazione di pace e tranquillità. Questo gruppetto è seguito da un altro molto simile guidato da un ragazzo con una parannanza rossa e una lunga asta d’acciaio che gli trapassa la guancia. Segue un altro gruppo e così via, mentre intorno esplodono petardi e tamburi battono ritmicamente. Ogni tanto qualcuno si ferma lungo i tavoli imbanditi che incontra per strada e il Mah Song, il Medium, offre le pietanze, per condividere l’abbondanza della festa e della buona sorte. Man mano che procedo sento i rumori che mi hanno svegliato farsi più forti finché non arriviamo davanti a un altare, dove un cartello recita Jui Tui Shrine.

Inizio del XXI secolo. Il mondo è lanciato in una corsa folle verso un futuro che si rivelerà una grande bolla di sapone illusoria, e un gruppo di ragazzi e ragazze romani viaggia allestendo i suoi spettacoli di fakirismo, rituali e sospensioni corporali. Si chiamano Freaks Bloody Tricks, conosciuti poi come Same Old Freaks, e spargono le loro opere e il loro sangue nelle convention di tatuaggi, negli squat e nelle gallerie d’arte di mezza Europa. I loro spettacoli sono performance dall’impianto teatrale, la loro azione iconografica è il trafiggersi le guance con due tridenti. Le persone che hanno la fortuna di assistere a una loro creazione affermano di aver provato una sensazione di pace e serenità molto diversa da ciò che si aspettavano di sentire.

Alcuni individui a petto nudo si avvicinano, uno dopo l’altro, emettendo strane risate  verso l’altare e sbattendo fragorosamente le mani sul piano. Ricordo che il vecchio mi aveva anche detto che si sono preparati a questo evento rispettando una stretta dieta vegetariana, evitando gli eccessi, le sostanze alteranti e il sesso, così da essere puri. Aspettano di essere vestiti con la parannanza e di ricevere una sorta di bandiera rituale con cui benedicono le persone. Ottenuti i loro strumenti si spostano verso alcuni stand laccati di rosso dove due uomini forano loro le guance con dei lunghi coni di metallo larghi almeno una decina di centimetri. L’atmosfera è surreale, sarà il forte odore di polvere da sparo, le esplosioni, l’incenso, il battere del tamburo o il profumo dolciastro del sangue che si mescola a quello speziato dei cibi. Il colore predominante è il rosso, e le strade sono invase di persone che, vestite di bianco, fanno risaltare ancor di più i colori sgargianti degli iniziati. Ogni tanto un drago vola sopra la processione o un leone improvvisa una danza acrobatica su dei paletti. Mi sembra di essere finito in un territorio al confine tra sogno e incubo. Quando tramonta il sole le persone si mettono diligentemente in fila per poter camminare sui carboni ardenti e quasi nessuno riporta delle bruciature, così come quasi nessuno dei Mah Song sanguina per le ferite. Ancora una volta l’atmosfera è nonostante tutto pacifica, mi chiedo se la magia esista veramente. Fuochi d’artificio disegnano fiori elettrici nel cielo.

Ogni anno in molte comunità cinesi del Sud Est asiatico, vigilia del nono mese lunare, incomincia la Festa dei Nove Imperatori Dei che si protrae per i successivi nove giorni, dedicata all’abbondanza e alla buona sorte. Mentre in tutte le versioni sono presenti le lettighe con gli altari, le danze dei draghi e dei leoni, il rituale dell’innalzamento del Palo dell’Alta Lanterna e quello del saluto all’Imperatore di Giada e ai Nove Imperatori Dei che aprono e chiudono la festività, in quella di Phuket, dove il trentacinque percento della popolazione è di origine cinese, è presente questo aspetto corporale forte.

Non sono solo gli esseri viventi o i beni a viaggiare, ma anche le idee, le usanze e le tradizioni si spostano da un luogo a un altro, si trasformano nel tempo, nascono, muoiono e a volte risorgono in posti impensabili e in forme incredibili. Tutto è in movimento, tutto è vivo, la vita è viaggio.