Se il 24 maggio si entra a Saintes Maries de la Mer, un paesino della Camargue, si resta abbagliati dal contrasto tra le tipiche mura bianche delle case e i colori sgargianti che indossano bambini rom, sinti, manuches e gitani, riuniti per rendere omaggio a Santa Sarah-la-Kali. È una santa un po’ speciale, dalla pelle nera e dalla storia semisconosciuta e per questo frutto di leggende spesso discordanti tra loro. Secondo alcune era la serva di Maria Salomé e Maria Iosè, secondo altre una gitana che salvò le due Marie da una tempesta.

Un giorno all’anno viene ricordata per la sua impresa, e la sua statua, ricoperta di mantelli, viene trasportata dalla chiesa del paese fino alle acque del Mediterraneo, e celebrata da quel popolo di viaggiatori di cui è la protettrice. Il mare è sommerso da una folla multicolore, da cui spuntano cavalli bianchi, bambini alzati in aria per essere benedetti, mani che cercano di toccarle le vesti ingombranti. Per un attimo mi sento in India, terra di partenza di questo popolo, condannato tra gioia e dolore ad un viaggio senza fine. È come se la Francia fosse la tappa finale di questo peregrinare, la Gerusalemme degli zingari di cui nessuno parla, forse solo Tony Gatlif nel documentario etnologico-musicale “Latcho Drom”, secondo episodio di una trilogia consacrata alla storia del suo popolo.

Per salutare Sarah basta scendere nella cripta a sessanta gradi di temperatura, in cui l’ossigeno è stato quasi completamente rubato dalle centinaia di candele. La sera, quando i sacerdoti chiudono le porte della chiesa, la piazza è invasa dalla musica: suonatori di chitarra per turisti, gruppi di gitani ed italiani che ballano al ritmo ibrido di mandolini e fisarmoniche, coppie di occhi asiatici che si perdono, alla fine della festa, tra i vicoli bianchi del centro.

Il colore olivastro della pelle accomuna tutti, donne, uomini e bambini, che per quanto cerchino di seguire la moda sembrano sempre un po’ goffi, su quei tacchi alti e con quegli occhiali da sole firmati. Gli obiettivi dei fotografi si accaniscono sui sorrisi delle mendicanti armate di bicchiere di plastica e fazzoletto sulla testa, cercando di cogliere una miseria di fondo che di ingenuo ha molto poco, perché cerca sempre qualcosa in cambio.  La bellezza del battito di mani a ritmo di flamenco, la commozione davanti ad una madre che insegna a ballare alla sua bambina, le preghiere di una donna in mezzo al mare, gli anelli d’oro che modellano violini su melodie del vento, distolgono la mente dai pregiudizi con cui la nostra società ci ha plasmati fin da bambini, ma non riescono a spiegare l’assoluta complessità di un’etnia nomade così sorprendentemente diversificata.

Dopo la festa, fuori dal paese compaiono distese di roulottes tra fenicotteri e cavalli bianchi, alla luce rosa del tramonto che si riflette sull’acqua della laguna. Il gracidare fastidioso delle rane e i bambini seduti in riva al fosso che cercano di catturarle mi accompagnano. Getto tutte le armi etnocentriche che la cultura mi ha regalato e provo anch’io a battere le mani, a gettarmi in mare, a ballare e a pregare, per osservare sconcertata la fuga di questo popolo dalla globalizzazione. Spalanco gli occhi, allargo le braccia e batto i piedi. Ritrovo la bellezza tra quella gente, mi disseto con un bicchiere di diversità per poi rivestirmi e ripartire.