Ti trovi a Praga e vuoi provare un’emozione speciale, perché allo stesso tempo fascinosa ed inquietante?
Portati, dunque, in Via della Fontana dell’Oro, l’antica strada degli alchimisti, ospiti di Rodolfo II d’Asburgo. Lì giunto devi camminare lentamente, per poter sbirciare attraverso i vetri opachi delle piccole finestre delle vecchie officine. Lascia libera la tua mente di indietreggiare nei secoli. Sentirai, subito, di muoverti in una sorta di tempo incantato e rivedrai all’opera, nei loro antri tenebrosi, i “fabbricanti dell’oro”, curvi su alambicchi, storte e crogiuoli.
Sogno, o realtà, quello di una Grande Opera, l’Alchimia, di trasmutazione dei metalli vili nella perfezione del regno minerale: l’oro? Al riguardo, non sono certo le testimonianze scritte a mancare. L’elenco degli alchimisti cui la tradizione attribuisce una riuscita completamente positiva della Grande Opera è lunghissimo. Tra i nomi più illustri, spiccano quelli di Raimondo Lullo, Basilio Valentino, Cagliostro, Paracelso, John Dee e, in particolare, quello di Nicolas Flamel. Di quest’ultimo, le cronache assicurano che alle cinque del pomeriggio del 17 gennaio 1382, assistito dalla moglie, fosse riuscito a trasformare il mercurio in oro, accumulando poi una immensa fortuna, alla fine destinata alla fondazione di ospedali, chiese, case di ospitalità per viaggiatori poveri. Di Nicolas Flamel esiste tuttora a Parigi la seconda casa, la prima essendo stata demolita sotto il Secondo Impero, in rue de Montmorency, attualmente sede della Taverna Nicola Flamel, rinomato ristorante cittadino. In Germania, d’altra parte, sono visibili diverse collezioni di monete e medaglie, recanti simboli e moti ermetici, coniate in una qualità purissima di argento e di oro, che viene asserito senza tema essere di fattura alchemica. Quello dei rapporti con i Grandi della storia, inoltre, è uno dei capitoli più pittoreschi della lunga vicenda dell’alchimia europea. Nessuna corte d’Europa, nel ‘500 e nel ‘600, era priva di alchimisti, chiamati dai regnanti nella speranza che, con la loro arte, potessero riuscire a colmare i vuoti forzieri del tesoro reale.
L’alchimia, in verità, non fu solo ricerca ossessionante di oro e di argento. Se si scruta più a fondo, l’intenzione vera dell’Arte si rivela di ben diverso, e più profondo, significato. Ha lasciato scritto Giuseppe Salomon, famoso alchimista inglese, vissuto nel diciassettesimo secolo: “Coloro che sono felici di avere questo raro possesso, per quanto cattivi e viziosi fossero prima, sono cambiati nei loro costumi e diventate ottime persone”.
I procedimenti pratici dell’Alchimia, insomma, non sono altro che la “via” iniziatica attraverso la quale l’adepto dell’Arte può operare in se stesso una rigenerazione interiore, spirituale. I tre colori che caratterizzano le tre tappe fondamentali del percorso alchemico, il nero, il bianco, il rosso, segnalano non solo la riuscita del lavoro materiale, il laboratorio, ma anche quella della conversione psichica che l’adepto deve produrre, l’oratorio. Tra il laboratorio, l’insieme delle procedure materiali, e l’oratorio, l’ascesi interiore, è posto un legame indissolubile e la Grande Opera si svolge lungo un movimento dialettico continuo di caduta e di redenzione, di morte e di resurrezione, di solve et coagula, che contemporaneamente investe e possiede tanto il materiale lavorato, quanto colui che su quel materiale agisce. L’Opera al Nero, la putrefazione, l’Opera al Bianco, la purificazione, l’Opera al Rosso, la rubificazione, si susseguono a conseguire simultaneamente l’Oro, la purezza dei metalli e la Conoscenza, la completa rivelazione della verità del Cosmo e dell’Uomo. In breve, l’Alchimia è certamente una pratica che si appoggia su gesti concreti, su un lavoro, su tecniche, ma è anche, e soprattutto, una “filosofia” segreta. A credere ai testi lasciatici in eredità, la Grande opera è, o sarebbe, per chi si impegna in essa, la via eccellente per vivere direttamente il modo con il quale il Caos si è trovato messo in forma, per vedere, e leggere, il grande libro del Cosmo e dell’Uomo. Buon Viaggio, allora!

testo di Giuliano Borghi

Ti trovi a Praga e vuoi provare un’emozione speciale, perché allo stesso tempo fascinosa ed inquietante?

Portati, dunque, in Via della Fontana dell’Oro, l’antica strada degli alchimisti, ospiti di Rodolfo II d’Asburgo. Lì giunto devi camminare lentamente, per poter sbirciare attraverso i vetri opachi delle piccole finestre delle vecchie officine. Lascia libera la tua mente di indietreggiare nei secoli. Sentirai, subito, di muoverti in una sorta di tempo incantato e rivedrai all’opera, nei loro antri tenebrosi, i “fabbricanti dell’oro”, curvi su alambicchi, storte e crogiuoli. Sogno, o realtà, quello di una Grande Opera, l’Alchimia, di trasmutazione dei metalli vili nella perfezione del regno minerale: l’oro? Al riguardo, non sono certo le testimonianze scritte a mancare. L’elenco degli alchimisti cui la tradizione attribuisce una riuscita completamente positiva della Grande Opera è lunghissimo. Tra i nomi più illustri, spiccano quelli di Raimondo Lullo, Basilio Valentino, Cagliostro, Paracelso, John Dee e, in particolare, quello di Nicolas Flamel. Di quest’ultimo, le cronache assicurano che alle cinque del pomeriggio del 17 gennaio 1382, assistito dalla moglie, fosse riuscito a trasformare il mercurio in oro, accumulando poi una immensa fortuna, alla fine destinata alla fondazione di ospedali, chiese, case di ospitalità per viaggiatori poveri. Di Nicolas Flamel esiste tuttora a Parigi la seconda casa, la prima essendo stata demolita sotto il Secondo Impero, in rue de Montmorency, attualmente sede della Taverna Nicola Flamel, rinomato ristorante cittadino. In Germania, d’altra parte, sono visibili diverse collezioni di monete e medaglie, recanti simboli e moti ermetici, coniate in una qualità purissima di argento e di oro, che viene asserito senza tema essere di fattura alchemica. Quello dei rapporti con i Grandi della storia, inoltre, è uno dei capitoli più pittoreschi della lunga vicenda dell’alchimia europea. Nessuna corte d’Europa, nel ‘500 e nel ‘600, era priva di alchimisti, chiamati dai regnanti nella speranza che, con la loro arte, potessero riuscire a colmare i vuoti forzieri del tesoro reale.L’alchimia, in verità, non fu solo ricerca ossessionante di oro e di argento. Se si scruta più a fondo, l’intenzione vera dell’Arte si rivela di ben diverso, e più profondo, significato. Ha lasciato scritto Giuseppe Salomon, famoso alchimista inglese, vissuto nel diciassettesimo secolo: “Coloro che sono felici di avere questo raro possesso, per quanto cattivi e viziosi fossero prima, sono cambiati nei loro costumi e diventate ottime persone”.
I procedimenti pratici dell’Alchimia, insomma, non sono altro che la “via” iniziatica attraverso la quale l’adepto dell’Arte può operare in se stesso una rigenerazione interiore, spirituale. I tre colori che caratterizzano le tre tappe fondamentali del percorso alchemico, il nero, il bianco, il rosso, segnalano non solo la riuscita del lavoro materiale, il laboratorio, ma anche quella della conversione psichica che l’adepto deve produrre, l’oratorio. Tra il laboratorio, l’insieme delle procedure materiali, e l’oratorio, l’ascesi interiore, è posto un legame indissolubile e la Grande Opera si svolge lungo un movimento dialettico continuo di caduta e di redenzione, di morte e di resurrezione, di solve et coagula, che contemporaneamente investe e possiede tanto il materiale lavorato, quanto colui che su quel materiale agisce. L’Opera al Nero, la putrefazione, l’Opera al Bianco, la purificazione, l’Opera al Rosso, la rubificazione, si susseguono a conseguire simultaneamente l’Oro, la purezza dei metalli e la Conoscenza, la completa rivelazione della verità del Cosmo e dell’Uomo. In breve, l’Alchimia è certamente una pratica che si appoggia su gesti concreti, su un lavoro, su tecniche, ma è anche, e soprattutto, una “filosofia” segreta. A credere ai testi lasciatici in eredità, la Grande opera è, o sarebbe, per chi si impegna in essa, la via eccellente per vivere direttamente il modo con il quale il Caos si è trovato messo in forma, per vedere, e leggere, il grande libro del Cosmo e dell’Uomo.

Buon Viaggio, allora!

arcani_sentieri_tra_Praga_e_Parigi

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Spinoza e l’oro alchemico

Helvetius, amico del filosofo Spinoza, teneva in gran spregio gli alchimisti e li considerava solo quali ingannevoli “bruciatori di carbone”. Un bel giorno, però, esattamente il 27 dicembre 1666, uno sconosciuto entrò in casa di Helvetius, e mostrò allo scettico “ tre schegge di una sostanza simile al vetro o al pallido zolfo”, contenute in una scatoletta d’avorio. Era la pietra filosofale, indispensabile per fabbricare l’oro. Incuriosito, Helvetius domandò di poterne avere una piccola quantità, per tentare lui stesso l’esperimento. Lo sconosciuto oppose un rifiuto, ma s’impegnò a ritornare tre giorni dopo, per dar luogo alla trasmutazione. Il giorno convenuto, in effetti, si presentò in casa di Helvetius. Questi gli confessò che, durante il precedente colloquio, gli aveva rubato un pezzetto di pietra, ma l’esperimento da lui tentato era fallito, perché il piombo non si era mutato in oro, bensì in vetro.“Avreste dovuto proteggere la vostra preda con la cera gialla”, gli rispose, allora, l’alchimista, che volle, nonostante tutto, regalare ad Helvetius un altro frammento di pietra, prima di andarsene. Trascorso un certo periodo di tempo senza che l’ospite misterioso si fosse fatto più rivedere, incitato dalla moglie, Helvetius tentò nuovamente l’opera, questa volta secondo i consigli dell’alchimista. Fuse, così, tre dramme di piombo e vi aggiunse la pietra coperta di cera: nel crogiolo, questa volta, si formò l’oro. Per avere piena certezza del risultato, lo strabiliato Helvetius portò il metallo al più esperto orefice della città. Questi, dopo averlo scrupolosamente saggiato, gli dichiarò di non aver mai visto, nella sua pur lunga carriera, un oro più puro di quello. Saputo della faccenda, ma di essa dubitando, Spinoza si volle recare dall’orefice, per interrogarlo direttamente. Avutane, invece, piena conferma, si portò di corsa alla casa di Helvetius, dove poté ammirare, e invidiare, l’oro fabbricato da Helvetius  e l’athanor, il crogiolo, usato per la lucrosa trasmutazione.