di Elena Adorni

Durante il primo periodo della storia dell’Europa moderna, dal 1400 al 1700 circa, migliaia di persone, in gran parte donne, furono processate per il reato di stregoneria. Quasi la metà fu condannata a morte, solitamente al rogo. Questi processi si tennero fino al 1500 nelle varie corti ecclesiastiche, poi nelle corti di giustizia secolari. La distribuzione geografica e cronologica fu estremamente irregolare, ma l’insieme dei processi può essere collocato all’interno di un fenomeno che ebbe luogo in Europa all’inizio dell’Età moderna e che prende il nome di caccia alle streghe. Non esiste una questione storica e sociologica su cui vi sia più disaccordo e confusione, in particolare per quanto riguarda le cause del fenomeno: Riforma, Controriforma, Inquisizione, uso della tortura, guerre di religione, zelo religioso del clero, crisi dell’agricoltura, carestie, nascita dello Stato moderno, sviluppo del capitalismo, diffusione dell’uso di droghe, mutamenti del pensiero medico, conflitti sociali e culturali, tentativi di eliminare il paganesimo, necessità della classe dominante di distrarre le masse, opposizione al controllo delle nascite, diffusione della sifilide, odio per le donne. Nonostante le cause della nascita, ancora oggetto di studio di sociologi e storici dei nostri giorni, è interessante capire come e in che misura questo fenomeno ha influenzato il mondo di oggi.

Dopo aver raggiunto il suo apice nel XVI secolo, l’accanimento giudiziario contro le streghe si spense verso la metà del Settecento, per l’effetto combinato di due fattori: la depenalizzazione formale della stregoneria e il fatto che i tribunali avessero semplicemente smesso di condurre i processi. Tuttavia la caccia è continuata in una varietà di forme differenti. Spesso le comunità iniziarono a farsi giustizia da sole e le autorità europee e americane iniziarono a perseguitare emarginati sociali o dissidenti con criteri simili a quelli utilizzati per le streghe, dando così a questa espressione un significato nuovo e più ampio. La prima forma di persecuzione iniziò subito dopo la fine ufficiale della caccia fino ad arrivare al secolo scorso, diventando in tutto e per tutto una forma di giustizia popolare, con cui gruppi di persone eliminavano streghe o sospette tali. L’ultimo caso risale al 1981, quando in Messico una donna fu lapidata a morte dalla folla perché accusata dal marito di aver provocato con la stregoneria l’attentato a Giovanni Paolo II.

Un’altra forma moderna che prende il nome di caccia alle streghe è l’accanimento giudiziario da parte delle autorità contro piccoli gruppi di persone o singoli individui oggetto di paura generalizzata. Un esempio molto vicino a noi fa parte della storia americana del secolo scorso. Si tratta dell’interrogatorio di centinaia di cittadini americani da parte delle commissioni del Congresso, nei primi anni Cinquanta, per scoprire la presenza di comunisti nel governo, nelle forze armate e nell’industria dello spettacolo. I parallelismi con la caccia alle streghe erano così evidenti che Arthur Miller scrisse un dramma, Il Crogiuolo, per denunciare le analogie tra le udienze di questa commissione e la caccia di Salem del 1692. Tralasciando i casi frequentissimi, soprattutto in America, di persone accusate di satanismo e stregoneria, vale la pensa focalizzarsi su un altro continente in cui questo fenomeno è presente dall’età precoloniale: l’Africa. In Africa, come in Europa, si crede che le streghe sappiano usare poteri magici per recare danni ai loro vicini, ai raccolti o al bestiame, causando malattie e morti improvvise. Ancora prima del dominio coloniale vi furono campagne di eliminazione, dette appunto di purificazione, molto simili ai linciaggi per mano popolare che si verificarono in Europa dopo la fine della caccia ufficiale. Dopo e durante il colonialismo, purtroppo, i casi aumentarono di gran numero. In Africa arrivarono gruppi di europei illuminati, lontani ormai dal concetto medievale di stregoneria e che per questo si rifiutavano di condannare le donne. Questo rifiuto dava l’impressione agli africani che la legge fosse al servizio della stregoneria e non delle vittime. Le comunità continuarono quindi a farsi giustizia da sole, minacciando l’ordine pubblico.

Quando finì il dominio coloniale, la situazione non migliorò, poiché le comunità africane si sentirono di nuovo libere di perseguitare. Un caso particolare è quello della repressione in Sudafrica, in cui nel 1957, poco dopo che il paese era diventato una repubblica controllata dagli Afrikaner, il Parlamento sudafricano approvò il Witchcraft Suppression Act no. 3, una legge per la soppressione della stregoneria che non intendeva processare le streghe ma piuttosto chi le perseguitava, per porre fine ai continui eccidi. Questa legge esprimeva tutto lo scetticismo europeo nei confronti di una credenza africana, poiché le pene erano più gravi per chi minacciava le streghe che per le streghe stesse. Così la caccia non si fermò, anzi, divenne un vero e proprio strumento politico per gli oppositori del governo Afrikaner, per i quali il Witchcraft Suppression Act non era altro che la dimostrazione dell’insensibilità dei bianchi verso la cultura tradizionale africana. Le case delle presunte streghe continuarono a bruciare, il numero dei morti a salire, e la liberazione di Nelson Mandela nel 1991 non mise fine alle operazioni di purificazione che ancora oggi, anche se in numero minore, continuano a manifestarsi.