Cosa c’è dietro il sonno, quel sonno che non arriva perché nell’estremo Nord della Norvegia, dove si svolge il romanzo, è estate e il sole non tramonta mai? C’è Alfred Issendorf, un giovane esploratore che vuole scoprire se alcuni laghi sono in realtà stati formati da meteoriti caduti sulla terra quando l’uomo non esisteva, ma anche un figlio che sopravvive dove il padre ha fallito e grazie al suo fallimento è arrivato dove è ora, e andrà dove vuole arrivare. Ci sono poi i suoi compagni di viaggio, un gruppo eterogeneo che non capiremo mai fino in fondo. Ma possiamo immaginarceli tutti in un’unica istantanea: Arne, tutto una toppa, e ogni toppa una superstizione, perché sarebbe una delusione troppo grande non scoprire nulla con un’attrezzatura nuova di zecca; Mikkelsen, profondamente religioso, con delle corna di renna legate allo zaino come se, visto da davanti, fossero le sue; Qvigstad, sempre in contrasto con Mikkelsen per quanto riguarda la natura e Dio, è la faccia polemica di chi pensa di possedere la verità.

Una diatriba continua quella tra loro: Mikkelsen prende dalle mani di Qvigstad il bastone con il pesce, dicendo: «Non stupisce che i fondatori delle grandi religioni fossero per lo più pescatori». «Come mai?» domando, per mostrarmi gentile con lui. «Di tutte le cose che succedono nel mondo, la vita sotto la superficie dell’acqua è la più invisibile all’uomo. Niente è più lontano da noi del mondo subacqueo, ecco perché è il simbolo più potente dell’aldilà. Il cielo si riflette nell’acqua. I pescatori conoscono il mondo sottomarino meglio di chiunque altro. Ne tirano fuori creature mai viste, scendono nei suoi abissi se fanno naufragio. Per questo tutti i grandi profeti sono pescatori». «E finiscono annegati!» dice Qvigstad. «Un’interpretazione davvero intelligente, se la storia l’avessi scritta tu».

Ogni volta che un uomo sfida se stesso, le proprie possibilità e capacità, per scoprire e possedere quella parte di natura che gli è ancora sconosciuta, inevitabilmente si imbatte nel pensiero di Dio. Immersi nella natura diventa possibile capire come i nostri antenati, una volta coscienti dei propri limiti, si siano sbilanciati fino ad attribuire ciò che li circondava a qualcosa molto ma molto più grande di loro.

«Gli aztechi compivano sacrifici umani ogni notte, perché credevano che altrimenti il mattino seguente il sole non sarebbe sorto. Lo facevano da tempo immemore, come noi carichiamo la sveglia prima di andare a dormire. Nessuno si è mai azzardato a provare cosa sarebbe successo se per una volta avessero saltato la cerimonia, per vedere se davvero il sole non sarebbe spuntato più. C’è mai stato un azteco che abbia detto. “Ma quello che stiamo facendo è una follia!”?»

Ai giorni nostri ogni passo in avanti è un omaggio alla grandezza dell’essere umano. Ogni invenzione è una conferma della nostra superiorità. In natura invece si prova l’esperienza della scoperta, dello svelamento di qualcosa di sconosciuto soltanto a noi, ma di già esistente.

È come un tornare bambini, quando l’esistenza di un oggetto è solo in relazione alla nostra, di esistenza. Una dolcissima reminiscenza, mi sembra, che riempie di emozioni anche Alfred: «Mangio il pesce da un piatto sporco, con una forchetta sporca. È talmente squisito che, nell’esaltazione del momento, improvviserei volentieri un discorso! Per la prima volta in vita mia capisco quei filosofi che predicano il ritorno alla natura. Sono felice. Sto mangiando un pesce così fresco, così prelibato che non è possibile trovarlo in nessun’altra parte del mondo, né per amore né per denaro. Tranne per la rete che l’ha pescato, la padella, la margarina, e i fiammiferi per accendere il fuoco, questo pesce non deve nulla alla civiltà. Adesso capisco perché i neri o gli indiani non si sono presi la briga di inventare frullatori o frigoriferi, e non riderò mai più dei fanatici che definiscono la civiltà una follia collettiva. Non ci sono lapponi qui intorno? Se ne incontrassi uno, lo abbraccerei, adesso che so quanto è più ricco di noi».

Perdonatemi la divagazione, ma quando un libro ti spinge a pensieri altri, magari banali ma che ti portano a soffermarti, addirittura nel mio caso a scriverci sopra, converrete con me che è un libro che vale la pena leggere.

Alla fine del sonno è un libro che non ti aspetti. Leggendolo inizi pensando: «ecco un libro che consiglierei al mio amico biologo; al mio amico amante della montagna; al mio amico che ama l’avventura», e finisci così, consigliandolo a tutti, perché ognuno di voi potrà trovarci quello che cerca.

 

la copertina del libro di di Willem Frederik Hermans

la copertina del libro di di Willem Frederik Hermans

 

 

«Alla fine del sonno»

di Willem Frederik Hermans

traduzione di Claudia Di Palermo

Adelphi 2014