di Claudia Bena

Cos’è “Capsula Mundi”?

Capsula Mundi è il risultato di un progetto nato dalla riflessione sul tabù culturale della morte. La conclusione è di un semplice spostamento di prospettiva che riporta questo evento come potente momento di verifica dell’ordine naturale delle cose, ordine stabilito, tra l’altro, da un processo evolutivo durato milioni di anni.

Attraverso l’osservazione ed il rispetto del ciclo naturale saltano tutte le barriere culturali, etniche e religiose. Seguendo semplicemente la serie di trasformazioni biologiche, il fenomeno della morte accomuna l’uomo a tutte le forme viventi sul nostro pianeta. Osservata nella sua incessante rigenerazione, spogliata di ogni orpello culturale, la morte rivela potentemente il suo incanto nel profondo mistero delle trasformazioni, senza le quali non ci sarebbe vita.

Capsula Mundi è un feretro transustanziale creato per assecondare i processi naturali di trasformazione della natura. La sua forma è l’uovo, una forma perfetta, arcaica, realizzata in plastica di amido, materiale completamente biodegradabile. Al suo interno il corpo è posto in posizione fetale. La capsula viene messa a dimora nella terra, come un seme, e sopra di essa viene piantato un albero, la cui essenza è stata scelta in vita dalla persona scomparsa. Il nuovo cimitero che si creerà negli anni sarà un bosco composto da diverse essenze arboree, finalmente rispettato e protetto dalla collettività.

La sepoltura rappresenta la civiltà. Attraverso le tombe leggiamo il passato di popolazioni scomparse. Che lettura volete dare della nostra civiltà attraverso il vostro progetto?

È il culto della sepoltura che ha segnato l’inizio delle civiltà, e ciò che pensiamo è che in questo momento storico la civiltà stia perdendo ciò che è parte integrante dell’evoluzione umana: il legame tra uomo e Natura. L’esigenza di progettare un cimitero nuovo è nata da una riflessione intorno alla morte e al senso che ha per noi occidentali questo momento. I luoghi contemporanei che noi dedichiamo ai cari estinti sono freddi, distanti, risolti con edificazioni di mura e corridoi nella logica economica del minimo ingombro – minimo costo.

Nulla di questa architettura parla della nostra civiltà, di ciò che noi siamo, delle nostre origini. Né si può lasciare questa responsabilità esclusivamente al mondo religioso, considerando la grande mescolanza di etnie che oramai compone i cittadini delle città europee. C’è bisogno di nuovi luoghi e simboli che parlino un linguaggio universale.

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Da dove nasce l’idea di estendere il concetto di parco della rimembranza alla gente comune, non solo più agli eroi o ai caduti in guerra?

È la natura il simbolo universale per eccellenza, il luogo predestinato per qualsiasi cosa che nasce e che muore. Ciò che accomuna Capsula Mundi ai parchi della rimembranza è il desiderio di nobilitare il concetto di morte, troppo spesso eliminato dai discorsi, eluso e nascosto. Il cimitero dovrebbe essere un luogo di riconciliazione, di meditazione, di riflessione, libero da speculazioni (anche religiose). La vita e la morte sono un’esperienza troppo importante per lasciarle “decantare” in luoghi anonimi.

Avete in corso trattative con enti locali per la realizzazione della vostra idea?

Purtroppo tutte le volte che c’è stato un interesse concreto da parte di enti o persone è sempre seguito uno scarso progresso di fronte alla mole di impegno necessario a risolvere tutti gli aspetti del progetto, compreso quello di affrontare un mercato controllato da persone potenti, non sempre aperte ai cambiamenti, timorose di perdere i privilegi.

Perché il corpo intero e non solo le ceneri, che non incontrerebbero ostacoli dal punto di vista legislativo?

Il progetto originario non era con le ceneri perché il nostro intento è di lasciare che la natura segua il suo corso, quindi il nostro corpo, attraverso un processo ben sperimentato, arrivi a mineralizzarsi, unendosi così con il mondo vegetale e rientrando nel ciclo infinito della vita.

È possibile declinare il progetto nella gestione delle ceneri, certo. Il bosco sacro si può costruire anche con la sepoltura delle capsule piccole che abbiamo comunque prodotto, ma anche per le ceneri la legislazione pone dei vincoli. Non ci risulta che si possano sotterrare e solo in alcune regioni si possono spargere.

Damian Hirst espone veri animali sezionati o teschi come opere d’arte, Gunther von Hagens, l’autore di Body Worlds, ha già una lunga lista di donatori per il suo progetto scientifico a scopo divulgativo. Come interpretate questa attenzione verso i corpi dopo la morte?

L’arte deve esprimere tutta la sua potenza provocatrice e per questo non deve avere vincoli pregiudiziali. È evidente però che il nostro progetto non vuole esibire il corpo come oggetto ma anzi rispettarlo come soggetto facente parte di un sistema più ampio in cui si integra e agisce. Per questo motivo il corpo con Capsula Mundi viene adagiato nudo in posizione fetale in un involucro biodegradabile: per favorire il rientro nel ciclo naturale, sottolineare l’appartenenza al mondo biologico. Non c’è una celebrazione della forma estetica del corpo ma, nell’intento di unirsi al tutto, c’è il dissolversi dolcemente nella Madre Terra.

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“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?”

Questa è una domanda a cui nessuno può rispondere… Nella nostra idea il pensiero della morte è “men duro” per chi resta se, anziché recarsi in un alveare di cemento, si potrà recare in un bosco e pensare che ogni albero, scelto da una persona che ci ha lasciati, è un po’ la persona stessa…

capsulamundi.it