di Alexandra Rosati

foto di Cedric Favero (cedricfavero.com)

“Sono nato nel 1940 e mi piace essere vivo. Una moglie, quattro figlie e un figlio. Cammino curvo, ma cerco la via diritta, la luce e la sincera verità e credo che la bellezza abbia un senso. Ho creato sulle duecento opere, ma preferisco quel che fa la mia figlioletta di cinque anni, sento che dovrei ancora incominciare”. Parole che lo descrivono perfettamente nel profondo, quelle di Mario Irarrazabal, che di vie più o meno diritte ne ha percorse innumerevoli, durante il suo interminabile cammino, che lo ha portato in viaggio per il mondo, ma anche nelle viscere dell’uomo. Scultore e istallatore, nato a Santiago del Cile nel 1940, dopo i primi studi nel paese di origine prosegue il suo percorso artistico all’estero. In Minnesota frequenta il seminario della Congregazione della Santa Croce, in seguito studia Filosofia all’Università di Notre Dame in Indiana, specializzandosi con un Master in Belle Arti, e nel ’64 raggiunge l’Italia, dove si laurea in Teologia all’Università Gregoriana di Roma. Da considerarsi determinanti gli anni in Germania, dove lo scultore Waldemar Otto gli dà l’impronta tecnica e stilistica.

Da sempre attivista per i diritti umani, al suo rientro in Cile, dove insegna scultura all’università, viene arrestato dagli agenti dei servizi segreti di Pinochet e portato in un centro clandestino di tortura di Santiago, con la falsa accusa di detenzione e contrabbando di armi. Questa esperienza rafforza la sua creatività, e le sue opere di stile figurativo comunicano tematiche di marcato impegno sociale: ingiustizia, incomunicabilità, solitudine e sofferenza. L’unione tra la composizione formale, il tema e i materiali scelti – bronzo, alluminio, pietra, marmo e cemento, utilizzati con la tecnica della fusione nell’involucro di cera – è talmente intima da risultare immediata ed evidente. Egli lavora sulla figura umana espandendo le membra e deformando i corpi con intenso espressionismo, dalla postura delle figure stesse e delle loro teste, spesso chine verso il basso, che ne completano l’effetto espressivo. Intenzionalmente o no, le sue creazioni sono pregne di valore simbolico.

Ne è un esempio la sua opera più rappresentativa, “La mano del deserto”, gigantesca scultura in ferro e cemento, alta undici metri. Situata nel bel mezzo del deserto di Atacama, lungo la Carretera Panamericana, la strada che unisce l’Alaska con la Terra del Fuoco, perfettamente amalgamata col paesaggio, appare all’improvviso con le dita che emergono dalla terra. Forse il risultato che Mario Irrarazabal voleva ottenere con la sua Mano del desierto era di una totale naturalezza, ma l’immagine è carica di potenza e impotenza al tempo stesso, eterno conflitto dell’uomo con la natura.