Meno tre, due, uno. Boom! La crosta d’Islanda si spacca e il vulcano Eyjafjallajkull, impronunciabile e dormiente da più di duecento anni, torna ad eruttare, proiettando incessantemente nell’aria gelida una massa calda e nera di polveri e gas. La notizia non interessa granchè, in fin dei conti riguarda quell’isola arcana e remota nel mare del nord, tutt’al più ingolosirà qualche inuit fotomunito, finché quella treccia gassosa non si espande srotolandosi verso i nostri orizzonti. E gli aeroporti di mezza Europa sono costretti a fermarsi. E tutti a chiedersi come sia possibile. Se magari sotto sotto c’entra col 2012. Un evento che da geofisico si tramuta in turistico, politico, culturale. La natura che si fa beffe della tecnologia, delle latitudini, del nostro presunto e presuntuoso antropocentrismo. E si torna ancora una volta a parlare d’Islanda, a riscoprire le radici di un popolo esiguo ma vivace – poco più di trecentomila anime tendenti all’albinismo – che proprio dalla natura trae le fondamenta della sua tradizione mistico artistica. A ben guardare le foto di quei panorami, i picchi innevati che si rispecchiano nei ghiacciai, i fiumi impetuosi, le cascate possenti, i geyser improvvisi di vapore bollente, a ben guardare lo spettacolo dei volti sempre sorridenti di quegli islandesi algidi e solari, si fanno chiare le ragioni di tanta attrazione.

Quello che a noi sembra sfuggire, nell’approcciare il loro modello di vita, è l’ancestrale magia che percorre una popolazione tutta volta al culto della natura, al rispetto di forze invisibili, al dialogo con la madre terra, alla meditazione e al rispetto di tradizioni antiche che riecheggiano nel contemporaneo. Unite ad una lucida tendenza delle nuove generazioni ad essere cutting edge. Insomma là dove il ciclo della natura è più scolpito e scandisce a forza ritmi e usanze di un popolo caparbio, sensuale e incline al raccoglimento, la bellezza ha modo di prosperare indisturbata. Ed ecco spiegati fenomeni come Bjork o i Sigur Ros, superbe anomalie musicali che hanno travalicato i remoti confini dell’isola, ben prima di Eyjafjallajkull, per consegnarsi alla fama mondiale.

La bambina prodigio Bjork in poco più di trent’anni di carriera – se si considera l’album omonimo registrato nel 1977 a soli undici anni come l’inizio dell’avventura – si è tramutata nell’ambasciatrice di una new wave islandese insieme esquimese e punk, bizzarra e ricercata. Dapprima come front girl della band “Sugarcubes” quindi con la carriera solista, Bjork ha sempre dominato corpo e voce per farsi ponte fra la pop star e la performer d’avanguardia.

Dall’album Debut del 1993 all’ultimo Volta del 2007, la ricerca musicale di questo caleidoscopico elfo non s’è mai arrestata, portandola dalle prime sonorità fra dance e trip-hop, condite dall’inconfondibile espressività vocale (suo vero quid), alle ultime sperimentazioni trasversali fra jazz elettronico e colti vocalismi impregnati di spiritualità. Bjork è stata capace di tutto. Il suo video “It’s oh so quiet” diretto Spike Jonze, dove ballava e strillava con l’impudenza di una bambina in un lisergico musical di strada, è un gioiello della cultura pop contemporanea, ma ancor più prolifica è stata la sua relazione artistica con Michel Gondry che l’ha diretta in ben sette video, tutti ugualmente immaginifici.

Forse uno degli aspetti prevalenti di Bjork è stato il suo magnetismo artistico, che l’ha messa in collaborazione durante la sua carriera con registi, visual artist e produttori fra i più rinomati della scena occidentale. Prova ne è stata la sua performance attoriale sotto la guida del mefistofelico Lars Von Trier. Il feticista regista danese la volle obbligatoriamente, dopo averle affidato la composizione della colonna sonora, per il ruolo di Selma in “Dancer in the dark”, portandola a vincere il premio come miglior attrice al 53° Festival di Cannes del 2000. E benché rientri nella sfera del privato è oltremodo innegabile l’influenza che Matthew Barney, il magistrale video-artista e scultore americano, con cui Bjork è sposata e da cui ha avuto una figlia, Isadora Bjarkardóttir Barney, nel 2002, abbia avuto sulle posizioni ermetiche e visionarie degli ultimi anni. Per questo e molti altri motivi Bjork è stata incoronata dal popolo islandese come un’eroina senza tempo, non più semplice artista ma anche attivista, agitatrice culturale, una selvatica leggenda vivente capace di lanciare e promuovere anche altri artisti, come nel caso dei Sigur Ros.

Questo gruppo musicale divenuto celebre per l’inconfondibile sound ipnotico e celestiale, fatto di tempi dilatati e ritmiche insieme minimali e ridondanti, è stato caldeggiato sin dal primo singolo, Fljugou, dalla regina dell’alternative music, che fece pubblicare il brano nella compilation celebrativa del cinquantesimo anniversario dell’indipendenza islandese. Da lì alle major hollywoodiane il passo è stato breve. Con cinque album, misurati e minuziosi nel loro packaging suggestivo, hanno definito un genere musicale sognante e commovente, perfetto per film e pubblicità che ne hanno ampiamente sfruttato le tracce. I loro testi sono principalmente in islandese ma Jónsi, l’ipersensibile leader del gruppo, fa uso del cosiddetto “hopelandic”, una lingua inventata da lui stesso affinché la voce viva come uno strumento musicale, esente da messaggi. Il tutto mescolato a violini e organetti scassati, a rintocchi di campanelli o pianoforti lancinanti che si alimentano di ghiaccio e fuoco, di generosità cristiana e misticismo Asatru (l’antica religione scandinava), di sorrisi felici e vuoti lacrimevoli, di tutto ciò che è o potrebbe essere l’antica terra d’Islanda. Almeno fino al 2012.