Un cagnolino anfetaminico infilza i suoi canini nei testicoli di un malcapitato, fratelli siamesi che cercano di correre in direzioni opposte, vicini di casa che si sfidano a chi possiede più macchinari per la TAC, ergastolani che si violentano romanticamente nel cortile di un carcere, e poi ancora nani, albini, storpi, obesi, donne amazzoni sulla luna, poliziotti dalle pallottole spuntate e collegiali cattoliche in calore. Schegge di un genere cinematografico ancora oggi frainteso o pregiudizialmente sottovalutato, acquisito per discendenza nella galassia del genere commedia ma non ancora definito entro ragionati canoni e stilemi: il cinema demenziale.Questa variante del comico, che affonda le sue radici nell’assurdo, nell’astratto e nel nonsense, viene spesso fatto risalire dai critici all’anno 1977 quando apparve sugli schermi americani “Animal House”, diretto da John Landis e interpretato dall’icona gommosa e caustica John Belushi. Un film che possiede legami sia con la commedia giovanilistica nostalgica alla “American Graffiti” che con la farsa parodica, riconosciuto come ufficiale capostipite del filone. Ma se è vero che sul finire dei ’70 con il programma geniale dei Monty Python trasmesso sulla Bbc, ma soprattutto negli anni ’80 con il capolavoro catastrofico “L’Aereo più pazzo del Mondo” del trio Zucker-Abraham-Zucker, il genere demenziale si consoliderà in un vero e proprio filone con tanto di saghe (“Scuola di Polizia”, “La Pallottola Spuntata”, “Hot Shots”, “Scary Movie”). La genesi di questa demenza libera si può far risalire addirittura agli inizi del cinema, quando insieme ai primi vagiti della narrazione cinematografica bipolare (realismo e fantastico) vide la luce la terza via, quella della “comica finale”, tipo “L’innaffiatore annaffiato” di Louis Lumiere. Anche grazie a maestri come Chaplin e Keaton, che avevano sollevato il genere comico fino sublimi altezze, la gestazione del canone demenziale trovò un suo momento topico già nel film del 1933 “La guerra lampo dei fratelli Marx” dove il pretesto dello script offriva al quartetto la possibilità di declinare l’armamentario umoristico fino al parossismo, costruendo surreali gag fisiche e verbali che sono alla base del cinema demenziale dell’ultimo trentennio da Woody Allen ai Fratelli Farrelly. A differenza dell’umorismo ortodosso che prevede l‘accettazione di alcune regole ferree riguardo l’unità di luogo o i limiti fisici dell’attore comico, il demenziale ha sempre offerto ai suoi fautori la libertà dadaista di travalicare credulità e buon senso per spingersi ai limiti più caustici della critica ed all’onnipotenza narrativa, ammettendo ogni genere di stortura fisica e psichica pur di ottenere l’effetto del “ridere per ridere” come alleggerimento dell’anima. Ma se il suddetto genere è stato da sempre un cavallo di battaglia della cinematografia nordamericana, che ne aveva decretato il successo con una mercificazione livellata incessantemente verso il basso, nel 2001 con l’uscita di “Shaolin Soccer” di Stephen Chow, per gli amanti del genere, fu come udire uno squillo di tromba. Il tumultuoso “Kung Fusion” del 2005 e il toccante “CJ7” del 2008 hanno poi confermato quanto di buono si era detto di questo formidabile ragazzo cantonese, autore, attore, regista e produttore dei suoi film. Riallacciandosi profondamente all’estetica della cultura asiatica e sfruttando evoluzioni tanto fisiche quanto linguistiche, Stephen Chow, dopo il grande successo in patria, si è così imposto anche sul mercato internazionale grazie alla sua comicità “moleitau”, termine equivalente a “nonsense” con il quale viene identificato il suo umorismo, capace di far collimare insieme Chaplin e Keaton, Jerry Lewis e Willy Coyote, con azioni coreografiche di imprevedibile e irresistibile allegra follia e, con l’ausilio della tecnica digitale, a modificare la violenza in assurde gag grottesche. La legittimazione autoriale del genere demenziale è stata sancita l’anno scorso anche dalle candidature agli Oscar 2009 dove nella categoria miglior attore non protagonista era presente Robert Downey Junior, per il suo ruolo del soldato di colore nel film diretto da Ben Stiller “Tropic Thunder”. Nel film parodia del genere guerra in Vietnam, le grandi capacità di questo attore controverso, che interpretava un altrettanto debosciato star hollywoodiana finito metacinematograficamente ad interpretare nientemeno che un soldato di colore (in un crogiuolo comico di tutta la retorica razziale di cui la cultura americana è impregnata), sono servite a sublimare il giudizio dei critici sulle reali intenzioni di svago del film. Una candidatura che riconsegna il rispetto dovuto a geni come Leslie Nilsen, Chevy Chase o Steve Martin ignorati a loro tempo dai membri dell’Academy.

Anche in Italia si è ultimamente cercato di rinverdire i fasti del demenziale che nel giro di un ventennio, dalla fine degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta, aveva visto un virtuale passaggio di consegna dalla comicità burlesca di Franco e Ciccio a quella più (s)boccaccesca dei vari Banfi, Vitali e Abatantuono, che spesso e volentieri scadevano volontariamente nel trash. Promotore dell’operazione è stato Pino Insegno che in co-regia con Gianluca Sodaro ha girato “Ti Stramo” estremo tentativo di parodiare in chiave assurda il filone dei teen movie italiani attraverso la caricatura del suo interprete simbolo Riccardo Scamarcio. Sebbene l’operazione si possa definire tutt’altro che riuscita, risentendo della pochezza immaginativa degli autori, si può valutare come un segnale positivo di apertura al cinema di genere che è di vitale importanza per la sopravvivenza della creatività filmica del nostro Paese.