di Giona Peduzzi

“Walt Disney come Michelangelo.

Ma due strade più in là la gente si spara.

E non è un film”

 

A Los Angeles la vita va presa alla leggera (take it easy, man!), tutti sognano e pochi progettano, ma sotto i rivestimenti dorati e le stelle che brillano sull’asfalto e non solo, c’è lo sporco e il marcio che, nonostante tutti cerchino di nascondere, è sempre lì, a ricordarci che il mondo è uguale dappertutto.

Hollywood Boulevard, una delle strade più famose del mondo, in realtà è solo un nome: tolto quello rimane solo lo stradone centrale di una qualsiasi cittadina messicana, con qua e là grandi megastore dove tutto è colorato e luccicante, ma attenzione: è solo cartapesta. E le stelle sul marciapiede ormai non si negano a nessuno (in cielo non c’è più spazio, a Los Angeles sì).

Agli Universal Studios il tour è obbligatoriamente su un pulmino con guida spiritosa. Si gira tra Lo Squalo di Spielberg (il cui lago è lo stesso della Signora in giallo), il vecchio far west, le piazzette europee, la villetta delle Casalinghe Disperate e il ristorante di Psycho. Tutto è bidimensionale (non parlo delle scenografie) e l’unica cosa quasi vera e genuina è l’inondazione artificiale di un villaggio messicano, tra effetti speciali e fuochi d’artificio (dove la finzione è dichiarata e si trova ancora, rannicchiata, la verità).

I parchi giochi di Los Angeles ci ricordano la vocazione della città: divertire e intrattenere. E in questo sono i maestri indiscussi. Walt Disney come Michelangelo. Mi inchino alla bravura. Ma due strade più in là la gente si spara. E non è un film.

La sera alcuni ragazzi conosciuti in un bar mi invitano ad una festa in una villetta di Hollywood. Stringo le mani: un indiano artista di murales, una ballerina di uno show televisivo, e poi producer, registi, sceneggiatori e una folla di attori, per lo più affamati o in cerca di fama, qualcuno con un film importante sulle spalle come co-protagonista: “Era nell’89, il film è famosissimo, non l’hai visto? Beh io ero quello lì che diceva quella battuta divertentissima, se la ricordano tutti!”. Si mangia sushi fatto in casa e pizza surgelata with pepperoni (chiamano così la nostra pizza col salame) e la mia tasca si riempie di headshot e curricula di artisti in cerca di notorietà. Qui tutti sono gentili, socievoli, amiconi, in cerca di agganci e di gloria. Ma, appena girato l’angolo, c’è da scommetterci che sono pronti a scannarsi per un ruolo in un film o un posto in una crew.

Venice Beach è la spiaggia più famosa del mondo. Qui è estate tutto l’anno: bancarelle, muscoli, bikini, surfisti, skater, murales, tette rifatte, rasta e rapper, salvia allucinogena a mazzi e hippie con roulotte colorate, labbra gonfiate, partite di pallacanestro, bagnini alla baywatch. Una teoria di mostri che se non la si vede non la si crede. Ma sotto i piercing e i tatuaggi, anche qui: niente.

Beverly Hills (90210) potrebbe essere la propaggine degli Studios, con mamozzi di scenografia al posto delle case. Ma non è così. Qui ci abitano veramente, anche se chi sta dentro vive una vita che forse non esiste. Gli alberi secolari sono trapiantati da chissà dove, i vialetti sono acciottolati come in Francia, le case sono vittoriane come in Inghilterra, le ville sono palladiane, le torri sono come quelle medioevali e le statue come quelle di Canova. Tutto è come qualcosa d’altro, ma tutto è più ardito, più grandioso, più lussuoso. Ad un passo da Rodeo Drive un cane al guinzaglio di un messicano fa pipì su un cespuglio: forse lui ha capito tutto.

Con un autobus scendo verso Downtown e, come in un viaggio verso l’inferno, sudo e mi sporco (finalmente!) di vita. Eccomi sulla Broadway che, dalla terza alla nona strada, è un mondo imperdibile. Qui c’era il centro della cultura e dello spettacolo di Los Angeles prima che Hollywood prendesse il sopravvento. Qui c’erano i neon, i lustrini, le follies, le signore coi vestiti eleganti, gli spettacoli di Charlie Chaplin, le star del grande cinema americano dei primi del novecento. Poi tutto è caduto in declino ed è rimasto solo un ammasso di lusso scrostato, ricoperto di polvere, rovinato. I vecchi teatri ora sono chiese del settimo giorno, cinema porno, night club o semplicemente hanno le porte sbarrate e le lettere delle insegne che cadono poco a poco, mentre tutto il territorio viene popolato dai nuovi poveri: i messicani. Qui tutti parlano spagnolo, le insegne dei negozi sono in spagnolo, e anche quello che si vende è principalmente indirizzato a loro. Cd di musica latina, maschere del wrestling messicano (la lucha libre), statue di santi, madonne e gesucristi, pozioni da santeria, e vestiti italiani anni ’80 rivenduti come all’ultimo grido per pochi dollari.

Per un dollaro mi compro una maglietta con la scritta “I Love Los Angeles” e la indosso. Gonfio il petto e allargo le spalle mostrando a tutti la scritta sul davanti. Nonostante tutto, o forse proprio per tutto quanto, Los Angeles mi è rimasta nel cuore.


 

Dettagli di viaggio:

-Ingresso agli Universal Studios: 74 dollari.

-Tour in bus per le case delle star del Cinema a Beverly Hills: 40 dollari.

-Noleggio di un’auto compatta per una settimana,assicurazione esclusa: 250 euro circa.

-Prezzo di un Big Mac da McDonald: 3,89 dollari.

-Mancia (obbligatoria) negli Stati Uniti: 15/20% sul prezzo del servizio.

-Foto con la sosia di Marylin Monroe sulla Hollywood Boulevard: 10 euro.