“Tutta l’umanità è formata da potenziali clienti”. Così parlava Phinas T. Barnum, l’uomo che inventò lo show business, un imprenditore geniale e irrefrenabile che aveva iniziato lustrando scarpe in un fetida cittadina del Connecticut e morì, ricco da far schifo, all’età di ottant’anni, non prima di aver insegnato al mondo che l’impensabile era assai possibile. Tutto quello che serviva era un’astuta promozione e la credulità del popolo. Benché la sua fama di abile millantatore sia storicamente legata a diverse iniziative spettacolari, non tutte inerenti l’ambito circense, nella memoria contemporanea il suo nome è sinonimo di attrazione, sarabanda, mostruosità esposta.

Fiutando l’interesse dell’essere umano verso l’inumano, del pubblico pagante verso lo spettacolo della deformità, ad un certo punto della sua carriera, aveva ingaggiato persone con tre gambe, ermafroditi, obesi, rachitici, uomini lupo e gemelli siamesi, pagandoli come artisti e sfruttandoli come fenomeni da baraccone, trasformando il suo circo nel più Grande Spettacolo del Mondo, una delle più richieste attrazioni d’America dalla fine dell’Ottocento in poi. Per molti di loro la possibilità di esibirsi in un circo fu un’occasione di riscatto, un modo per guadagnare soldi e fama, firmare autografi sulle cartoline che li ritraevano e talvolta per trovare l’amore, ma per tutti gli altri fu soltanto l’ennesimo capitolo di una tragica esistenza consumata tra avvilenti dolori e desideri inespressi. Le loro storie personali sono rimaste come echi inudibili dietro alle antiche fotografie che li ritraevano in posa, ad esibire le loro straordinarie alterazioni con orgoglio. Accanto a qualcuna di queste immagini ritratte nei libri, non sopravvivono che alcune righe: Charles Barnet, detto il ragazzo foca, fu allevato da una madre adottiva e si esibì nel circo di Coney Island. Serpentina, la ragazza senza ossa, era nata nell’Ontario e non aveva ossa nel corpo tranne che per il cranio. Eddie Masher, lo scheletro vivente, non ha mai pesato più di 19 kg. Sembrano tristi epitaffi per una dimenticata Spoon River del popolo freak.

Negli anni che seguirono l’exploit di Barnum, intorno a queste figure distorte e quasi mitologiche si soffermò l’attenzione di conti e collezionisti d’arte, celebri fotografi e anonimi feticisti che ne fecero un caso estetico e culturale, un’allegoria in forma fantastica degli scherzi del Creatore, immortalata poi nel capolavoro cinematografico del 1932 “Freaks” di Todd Browning o nel più recente “Elephant Man” di David Lynch o ancora nello splendido romanzo “Carnival Love” di Katherine Dunn. Perché le donne barbute o con tre seni, gli uomini albini, senza fronte o con la pelle da elefante, esistono eccome e, benché come primo istinto, di fronte alle fotografie di un freak, ci sovvenga il brivido del ripudio, in fondo in fondo ne siamo come segretamente avvinti o per lo meno incuriositi. C’è persino chi li ha usati verso la fine del diciannovesimo secolo per corroborare le teorie darwiniane sull’origine della specie, considerandoli una prova dei tentativi della natura alla ricerca della diversità più adattabile, ma per la maggioranza del pubblico erano solamente uno specchio deformante della mostruosità insita nell’uomo. Cosa significherebbe vivere con un gemello siamese la cui testa cresce all’interno del vostro ventre, mentre il corpo esile ma ben formato pende sospeso fuori dalla pancia? Come ci comporteremmo se in fila alla posta, proprio dietro di noi si accomodasse un uomo totalmente ricoperto di peli o una donnina di appena sessanta centimetri?

A giudicare dai milioni di visitatori che su YouTube hanno guardato il video dedicato ad Abby & Brittany, due gemelle siamesi adolescenti (corpo unico con due teste), che conducono una vita relativamente spensierata, la diversità fisica continua ad attrarre. Sarà anche per questo che nella cultura contemporanea il termine freak si è ampliato semanticamente fino ad inglobare molte più forme di mostruosità, siano esse natali o autoinflitte. È diventato un indicatore di malformazioni talvolta anche morali o interiori.

Si parla di freak riferendoci a personaggi come Michael Jackson o Cher, Dolly Parton o Amanda Lepore, a causa dei continui ritocchi plastici che hanno sfigurato i loro lineamenti, preservandoli dall’incedere del tempo. Ma senza giungere a tali estremi, basta guardarci intorno per scoprire che di mostri e mostruosità, ne siamo circondati.

In questa società dello spettacolo dove l’autentico freak è stato bandito grazie al vessillo del politically correct, eccezion fatta per lo Show dei Record, nuove orribili creature si offrono in pasto alle smanie del grande pubblico. Non è forse una mostruosità autoinfliggersi una protesi mammaria che sfida la gravità, deformarsi in palestra e riempirsi d’ormoni trasfigurando il proprio corpo in una catena montuosa di muscoli o tirarsi la faccia come la pelle di un tamburo, al punto da non poter neppure più sussurrare “auguri” al proprio nipotino?

Ora che il termine “diverso” ha acquisito difformi contenuti e che la paura per il deforme s’è fatta leva economica per gli studios hollywoodiani e le major televisive, ora che Marylin Manson s’è trasformato da rocker ribelle in sofisticato ospite da salotto, come distinguere i mostri veri da quelli presunti? Il timore è che se oggi uno yeti scendesse dalle montagne e si dirigesse in uno qualsiasi dei nostri centri commerciali, dopo un reciproco scambio di sguardi fra lui e la contemporanea razza umana, sarebbe quest’ultimo a correr via stravolto dal terrore.