di Marco Costa

Lido di Venezia, crocevia d’amore, morte e romanticismo.

È l’11 Settembre 2010. Nella Sala Grande del Palazzo del cinema si celebra la serata finale del Festival Internazionale d’Arte Cinematografica. C’è da attribuire il Leone D’oro. A questo punto il presidente di giuria, la scucchia più famosa di Hollywood, l’incontestabile Quentin Tarantino, fa una breve premessa per spiegare quanto la scelta sua e della giuria sia stata unanime, dettata dallo strascico sensazionale conseguente alla visione di quel film. Del resto, dice, “I don’t give a fuck”. E poi lo fa. Premia “Somewhere, di Sofia Coppola. Il pubblico risponde con un’ovazione cui si mescolano alcuni brontolii, reflussi gastro-nazionalisti e sussurri inaciditi: “Be’ certo, lei partiva avvantaggiata, è stata anche la sua fidanzata…”. Dato per certo l’innegabile valore di un film vertiginosamente stiloso e intimista come “Somewhere, è pur lecito cavillare su quanto sia pesato il ricordo di un amore romantico nella scelta di Quentin.

Ma che cos’ha di così speciale Sofia Coppola? Assodata l’identità familiare, quel clan coppoliano di cui lei è fiore raro ed esotico, cos’è che la rende così affascinante e magnetica? Così influente ed apprezzabile da farle raggiungere l’Oscar come miglior sceneggiatrice (“Lost in Translation) e l’agognato Leone d’oro (“Somewhere)? Una giornalista manierista una volta ha definito il suo cinema: alienazione con room service. Fighismo percepito cinque stelle. Pezzi di torta di pasticcerie costose. Descrizioni azzeccate per un blog ma imparziali per un approfondimento cinefilo.

Sofia spiazza perché ha scelto un cinema d’immagine e d’attesa, piuttosto che di trama e turning point. Perché a quarant’anni ha girato quattro film molto diversi eppure identici. Perché mette l’amore al centro di ogni storia, declinandolo in ogni sua contrastante sfuggevole configurazione, e già questo basterebbe ad innalzare il livello glicemico di molti critici che proprio non sopportano di vedere una “figlia-di” incontrare il successo con una tale grazia e rilassatezza.

Amore per la vita. Negato, ricercato, infine abbandonato.

È al centro de “Il Giardino delle Vergini Suicide sua opera prima, del 1999, tratto dal romanzo di Jeffrey Eugenides. Cinque bellissime figlie bionde, tra i tredici e diciasette anni, nel pieno della loro adolescenza, combattono contro i legami e le costrizioni di una coppia di genitori perbenisti e anaffettivi.

Premesse da sociodramma borghese sulla difficoltà di crescere nell’America anni ‘70 che si tramuta in una tragedia irrimediabile e simbolica. La scelta cerimoniosa del suicidio s’evidenzia come una sorta di liberazione estrema per chi si vede negata la possibilità di correre incontro alla vita. Ed anche se la seconda parte del film non regge le premesse magiche e misteriose seminate nel setting iniziale, risolvendosi in un finale piuttosto congestionato e lacunoso, gli spettatori del 52° Festival di Cannes avevano già capito che si sarebbe parlato ancora di quella regista indie-glam.

L’amore smarrito, al di là della forma, in cerca di contenuto.

In “Lost in Translationprimo grande successo di Sofia (2003), si parla di due solitudini che si incrociano nella terra alienante per eccellenza: il Giappone. Una neo sposa al seguito del marito fotografo work addicted ed una vecchia celebrità hollywoodiana in trasferta per pubblicizzare una nota marca di whiskey, si ritrovano tra ascensori e roof bar a combattere il jet lag. Attraverso piccoli grandi momenti di condivisione scoprono di avere la stessa necessità di riassaporare la condivisione di sentimenti autentici.

Nel minimalismo imperante della pellicola, a tratti onirico e impalpabile come un acquarello giapponese, si palesa l’impronta stilistica della Coppola: dettagli pop, silenzi metropolitani, trascurabili equivoci, pianti sommessi e l’odore dei cuscini negli alberghi di lusso. E alla fine di tutto, un bacio. Niente di più, nessun monologo rivelatore alla “25° Ora, nessun dubbio lasciato in sospeso alla “Inception, perché talvolta le trame migliori, i più sorprendenti rovesciamenti, sono celati nell’involucro del nostro cuore.

 

L’amore simulato, rincorso e mai posseduto.

È il caso di “Maria Antonietta del 2006, l’affresco pop con colonna sonora rock che suggella in colossal le ambizioni della Coppola. Stavolta la briosa adolescente annoiata e irrequieta è la moglie di Luigi XVI, Re di Francia, che dalle prime difficoltà d’ambientazione nella sconfinata, impersonale Versailles, trova il modo di abbandonarsi ai piaceri golosi e spregiudicati dell’essere regine. Dopo aver rinunciato a coltivare l’amore per un marito francamente insulso e puerile, ne rincorre una chimera rappresentata dal suo amante, il capitano Fersen, da cui sarà infine abbandonata al suo destino.

L’amore disinteressato, come quello di un padre per la figlia.

E rieccoci a “Somewhere, l’ultimo film, che ti resta addosso come un profumo, nelle orecchie come una bella canzone. Ad esempio “I’ll try anything at once” degli Strokes che riecheggia fra le immagini dei due che giocano sott’acqua in piscina.

La storia non c’è. Nessuna partenza, nessun arrivo. C’è piuttosto un attore utrafamoso e logorato dalla provvisorietà, e c’è sua figlia, una celestiale undicenne stavolta diligente e senza capricci che lo vuole aiutare a ritrovare un senso.

Gli basta passare del tempo insieme, tra viaggi in Ferrari, cene in camera allo Chateau Marmont e grottesche ospitate al freak show dei Telegatti, ed è impossibile non pensare a rimembranze autobiografiche da parte di Sofia. Anche lei bambina cresciuta all’ombra del gigante Francis, a piangere sulla porta nel vederlo partire per chissà quale viaggio, ad imparare sin da piccola che l’amore non si può ordinare in camera.