Questa è la storia di un film impossibile, obbligatorio e inedito per il mercato italiano. Questa è la storia di Charlie Kaufman, autore e regista di un’opera insieme minuscola e mastodontica. Questa è la storia di come l’arte tenti di sovrapporsi e fagocitare quell’insensata, fortunosa mollica temporale che la nostra cognizione chiama ragionevolmente vita.

Che New York sia un monumento all’ispirazione cinefila è un fatto testimoniato da innumerevoli pellicole. Ultima, ma solo in ordine di tempo, “Synecdoche New York”, opera prima di Charlie Kaufman, già autore di sceneggiature ardite e originali come “Essere John Malkovich”, “Il ladro di Orchidee” ed “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (ignobilmente tradotto in Italiano con “Se mi lasci ti cancello”).

Un’ opera tanto attesa quanto fraintesa che inizia una mattina d’autunno a New York, immersa in un’atmosfera liquida e onirica, dove facciamo la conoscenza di Caden Cotard, interpretato dal premio Oscar Philip Seymour Hoffman, un regista teatrale sui quaranta, passivo e silente che si sveglia con una strana sensazione addosso ed un concreto problemino ai denti. La moglie interpretata da Katherine Keener, stimata pittrice intensa e bisessuale che dipinge quadri minuscoli, dopo la prima di un suo spettacolo decide di lasciarlo, trasferendosi a Berlino con un’amica misteriosa e Olive, la loro figlioletta ancora piccola e inconsapevole.

 

Primo punto di svolta. Il tempo inizia a confondersi, la salute (mentale) abbandona il nevrotico regista che si rivolge ad una psicanalista interessata solo a promuovere i suoi farseschi manuali. Tra ipocondrie, impotenza e manie igieniste compulsive, l’uomo inizia a perdere il controllo del suo corpo. Fin qui scene di una depressione incipiente. Ma ecco che accade qualcosa di incredibile nello sgretolarsi delle certezze di Caden. Viene insignito di un premio prestigioso che gli permette di lavorare ad un nuovo, definitivo progetto teatrale; qualcosa di enorme, onesto e bellissimo, avendo accesso a fondi praticamente illimitati. Più che un’occasione di riscatto, per Caden è la possibilità di ragionare, riparare, ridefinire la sua stessa vita. Dopo essersi installato in un enorme hangar (che ricorda il set di “Dogville” di Von Trier), regista e collaboratori si lanciano nel maniacale tentativo di mettere in scena, attraverso una puntuale ricostruzione della città in scala 1:1, la biografia stessa dell’autore, in un continuo gioco metalinguistico, paradossale e infinito.

Questa la sineddoche – figura retorica simile alla metonimia che sta ad indicare la parte per il tutto – a cui fa riferimento il complicato titolo. Uno spettacolo teatrale che sia una parte (artistica) del tutto (oggettivo) che è la vita. Un’operazione che senza soluzione si dipana per decenni, in cui vediamo invecchiare la persona accanto al personaggio che la interpreta, mentre il copione si arricchisce perpetuo e labirintico dell’accadere esistenziale di tutti coloro che incrociano o hanno incrociato l’esistenza di Caden. Amori sfiorati e incompiuti, malattie psicosomatiche, specialisti che rimandano ad altri specialisti, i microscopici ritratti di sua moglie che impazzano nelle gallerie d’arte, notizie frammentarie di una figlia che adesso balla nei locali di lap dance. Attraverso un linguaggio decisamente simbolico e un montaggio anarchico che mescola, confondendo, vita e rappresentazione, “Synecdoche New York” ci regala sprazzi visionari di una bellezza abbagliante, come quello di una nuova relazione che Caden ingaggia in una casa perennemente avvolta da fumo e fiamme con una tenera ragazza che invano cerca di incunearsi nel suo cuore torturato e pesantissimo. O l’incontro disperato con la figlia che lo odia, ormai adulta e in fin di vita per una misteriosa e allegorica malattia che fa appassire i fiori tatuati sul suo braccio.

“Sono partito da certi incubi che avevo avuto nel sonno – spiega Kaufman – e in seguito ho aperto la mia immaginazione a tutto ciò che mi faceva paura: la morte, naturalmente, le malattie, l’invecchiare, il lasciarsi… Questo spiega l’insieme di fantasia barocca, emozione e fantastico, ma non ha niente a che vedere con il sogno in quanto tale. Non siamo in un’altra dimensione, ma nella vita vera”. I riferimenti vanno a Pirandello, Lynch e Fellini ma si perdono nella ragnatela postmoderna di una storia che non può terminare se non con un crollo, molto 11 Settembre, e una perdita di orientamento, unanimemente avvertita a un passo dalla fine. Che sia possibile una redenzione degli errori fatti in vita attraverso la sublimazione artistica più schietta e autentica?

Secondo una frangia di critica militante l’intellettualismo estetico e l’autoreferenzialità di temi da sempre cari a Kaufman – il doppio, il plurilinguismo, l’evasione e la catarsi – appesantirebbero il film di eccessivi tranelli ed escatologici significati, ma questo è vero solo in parte. Se il film non riesce ad essere concluso o perfetto lo si deve alla scelta sacrilega di un tema da genesi, la creazione di un mondo identico e parallelo, che però permette all’autore di incamminarsi verso l’ignoto in cerca di un senso, in cerca di verità, che ancora oggi è l’unica vera avventura per un artista senza scrupoli.