di Marco Costa

Ci sono libri che come giganti scorbutici non andrebbero mai svegliati, di certo non per costringerli a trasformarsi in plasticosi blockbuster, a meno che non si abbia la certezza di compiere un miracolo alchemico. Testi come l’Ulisse, il Giovane Holden, il Tropico del Cancro, la Divina Commedia e On the Road, per dirne alcuni. Eppure alla fi ne ci si prova. Con On the Road l’hanno fatto, dopo decenni di ipotesi e false partenze, e il risultato è stato un dignitoso disastro. Meglio allora rivolgerci altrove per sviluppare, attraverso il cinema, il tema del viaggio coast to coast, una lunga e ininterrotta carrellata da Est a Ovest per i territori estremi degli Stati Uniti d’America. Molto più dei vecchi classici c’è un film del 2002 di Bob Gale, Interstate 60, che racconta di un viaggio surreale lungo un’autostrada immaginaria che taglia come un sorriso la faccia oscura dell’America. Un ragazzo smarrito, giunto a un bivio della sua vita, trova nei vari personaggi stravaganti che incontra le risposte per andare avanti in ciò che crede e ama. In apparenza sembra la tipica gemma esoterica per nerd onanisti impiastricciati nel lato oscuro della forza, ma non è così. Intanto perché l’autore e regista, Bob Gale, è uno scrittore dal mirabile talento che ha scritto la trilogia Ritorno al Futuro insieme a Zemeckis, e poi perché questa piccola e bizzarra commedia pop-esistenziale annovera nel cast attori come Michael J. Fox e Christopher Lloyd (appunto Doc e Marty di BTTF), Gary Oldman, Kurt Russel, il premio oscar Chris Cooper e la fulgida Amy Smart. E infine perché, grazie alla metafora dell’uomo in cammino, parla di fisica quantistica, che è la sola materia di cui tutti dovremmo occuparci prima o poi.

Neal Oliver, il protagonista, è un atletico ragazzone ingabbiato in schemi e abitudini di vita programmati da un padre inconsapevolmente padrone che lo vede già un avvocato imbalsamato di successo, ignorando i suoi più autentici bisogni: diventare un pittore e incontrare l’astratta musa che ossessiona il suo immaginario. L’evento scatenante alla base dello script è di una semplicità disarmante e nucleare: esprimere un desiderio, quello di ricevere risposte in grado di risvegliarlo. Da quel momento Neal inizia a notare coincidenze e criptici messaggi che solo lui coglie, fi no a ottenere uno strano lavoro da parte di un inclassificabile maestro di strada (il caro vecchio Doc): avrà una settimana di tempo per consegnare un pacco a Danver percorrendo la Statale 60, che non è segnata sulle cartine ma esiste eccome, col solo aiuto di una magica palla 8 dalle infinite risposte. Del resto della trama non vi racconto, visto che viviamo nella più straordinaria epoca dell’accessibilità al sapere mai conosciuta dal genere umano (vedi Internet), ma il messaggio che esprime questa godibile storiella dalle venature anni ‘90 è che i pensieri diventano cose, che l’unica ricchezza che deve starci a cuore è quella interiore e che se ne vale la pena bisogna essere pronti a giocarsi anche l’ultimo pezzettino di cuore che ci resta. Perché sarebbe tutto più facile se la gente s’accorgesse che ogni cosa è connessa con le altre, se la piantasse di ingoiare desideri e asfissiare nei cassetti i propri sogni, trovando il coraggio, come Neal, di diventare un jolly nel mazzo di carte della vita.