di Giovanna Fazzuoli

Due grandi antenne paraboliche sulla facciata dello storico padiglione, la cui costruzione iniziò oramai cento anni fa, attirano subito la mia attenzione. Seguo la folla e salgo al primo piano. Una scala poggia sulla trave sottostante il tetto di vetro del primo ambiente e su questa trave siede un giovane uomo vestito distintamente, con le gambe penzoloni. Guardando con più attenzione, noto che l’uomo siede su una sella che aderisce alla trave come al dorso di un cavallo. Sta masticando, e con le mani spezza e lascia cadere qualcosa a terra: sono noccioline. Di tanto in tanto l’uomo si ferma, avvicina la mano al volto e guarda nel vuoto, come se stesse meditando. Un pensatore moderno, un pensatore paradossale. Proseguo nel corpo principale dell’edificio. La luce pervade l’ambiente. Una balaustra disposta a formare un quadrato consente di affacciarsi sul piano terra. Un inginocchiatoio di velluto rosso percorre il perimetro dello stesso quadrato. Centinaia di monete d’oro tappezzano il pavimento e un gruppo di donne passeggia con degli ombrelli trasparenti. Dopo pochi istanti una pioggia di monete le investe. Un altro ambiente svela il meccanismo: le donne ripongono le monete in un secchio che viene sollevato con una corda attraverso un buco nel pavimento. Una rosa bianca fa cadere a terra i suoi petali, imprigionata in una struttura lignea il cui significato sfugge a un primo sguardo distratto. Scendo al piano terra, mi viene consegnato un ombrello ed entro nella caverna. L’accesso è consentito alle sole donne. Un intenso gioco di sguardi mette in rapporto gli uomini affacciati, o meglio inginocchiati, e le donne che guardando il cielo attendono la pioggia d’oro. Una fontanella che sembra fuoriuscire da un moderno raccoglitore per documenti reca la scritta categorie di peccati. Prendo anche io un pugno di monete e leggo su entrambe le facce una serie di parole: fiducia, unità, libertà, amore. Le lascio cadere nel secchio. Solo allora noto sul pavimento l’immagine di un dipinto di Rembrandt danneggiato da un uomo con l’acido. È il mito di Danae.

Danae era un’eroina della mitologia greca. Suo padre Acrisio, re di Argo, la rinchiuse in una torre dopo aver saputo dall’oracolo di Delfi che sarebbe morto per mano di un figlio della giovane. Il potente Zeus però la fecondò sotto forma di pioggia d’oro e la rese madre di Perseo. La scelta di un mito greco che sia un riferimento alla Grecia dei nostri giorni, una Grecia che Vadim Zakharov vorrebbe salvare restituendo nuova vita al mito. Noi abbiamo sostituito il mito dell’antichità con la tecnologia, con le parabole e i satelliti di cui abbiamo ricoperto l’atmosfera terrestre, abbiamo corrotto l’uomo con il denaro e abbiamo ridotto la forza imperscrutabile di Zeus a quella del Mercato invisibile, spiega. Cadono a terra le monete, le noccioline, anch’esse riferite a piccole somme di denaro nell’inglese colloquiale, e i petali della rosa bianca. Una rosa che porta con sé la ricca simbologia che diverse culture le hanno attribuito e che rimanda prima di tutto all’idea di purezza incontaminata.

Qui la ritroviamo all’interno di una struttura lignea che costituisce un’opera precedente dello stesso artista: Execution Chair of Love. Zakharov racconta di aver visitato il piccolo museo di una cittadina tedesca e di essersi soffermato su una struttura che serviva a punire i bambini. Era una sorta di sedia di legno con una barra che tratteneva le loro gambe. Dice di aver in qualche modo associato questo oggetto agli strumenti di tortura cinese tra i quali una seduta similare su cui era piantato un bambù che lentamente cresceva fino a penetrare il torturato. L’artista immagina quindi una rosa, inizialmente rossa, simbolo dell’amore che si impadronisce del corpo e lo penetra fino al cuore. Le infinite sfumature di significato non consentono una definizione precisa dell’opera di cui lui stesso non riesce a fornire una lettura unitaria. L’uomo che siede sulla sella senza il cavallo esprime ancora il paradosso della realtà attuale, l’epicentro del nonsenso, a differenza dei grandi pensatori del passato, come Il Pensatore di Rodin. I suoi vestiti alludono a quelli di un lavoratore in vesti formali, un uomo di banca forse, che siede nel vuoto, lontano dalla realtà della vita, indifferente ai problemi degli altri. Le donne si proteggono dalle monete, eppure solo loro possono mantenere attivo il meccanismo, il loro intervento è indispensabile.

Sono loro a vedere le prime ombre della caverna di Platone e a raccontarle agli uomini una volta tornate alla luce del sole; si tratta pur sempre di copie, ma sono più vicine alla realtà. Il mio occhio da storica dell’arte legge infinite citazioni, meno evidenti: il quadrato di Malevich, Fontaine e ancora Étant donnés di Duchamp in quel buco sul pavimento che lascia risalire il secchio pieno di monete e che costringe il visitatore a chinarsi per guardare, cercare, come un voyeur, la nuda Danae distesa.

Un’esperienza lontana dalla vita reale, sospesa nel tempo e nello spazio, ricca di implicazioni filosofiche, psicologiche, culturali e di genere. Senza cercare l’esotismo che tanto affascina lo spettatore occidentale, la Russia riscopre le radici europee attraverso il mito di cui noi siamo protagonisti.

Un’opera che parla a tutti, indistintamente.

Vadim Zakharov

Padiglione russo alla Biennale di Venezia

1 giugno – 24 novembre 2013

Curatore: Udo Kittelmann

Commissario: Stella Kesaeva