La magia è spesso associata a qualcosa di arcaico e truffaldino, una sorta di proto frode che funzionava per le popolazioni primitive ma che è completamente inadatta alla vita moderna. Questa accezione, quasi divenuta senso comune, è limitativa e banalizzante. La magia o, per meglio dire, le operazioni magiche, non sono qualcosa legato a un passato ormai obsoleto, piuttosto sono uno dei tratti tipici dell’umanità, uno degli attributi che ci distingue dalle altre specie animali, una caratteristica che, dovesse andare persa, priverebbe l’uomo di gran parte della sua cultura. Forse è la caratteristica precipua che ci ha permesso di scoprire, evolverci, quindi di viaggiare con il corpo e con la mente.

Non è un caso, né una semplice sopravvivenza dei tempi antichi, che tutta la penisola italiana sia costellata di luoghi, pratiche e tradizioni magiche, frutto del sincretismo tra le religioni animistiche delle originarie popolazioni italiche, il politeismo romano e il cristianesimo della Sacra Romana Chiesa. In Puglia questo sentire magico è particolarmente radicato. Lo dimostrano Castel del Monte, luogo esoterico e magico per eccellenza, e il Santuario di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo. Questa predilezione verso il magico si manifesta anche nell’abitazione tradizionale pugliese o, per essere più precisi, della zona di Alberobello: i trulli.

I trulli (dal greco antico τροῦλλος, trûllos, cupola) sono costruzioni coniche in pietra a secco (quelle del tetto sono chiamate chianche) di origini protostoriche, tipiche della Puglia centro-meridionale. Nonostante nelle zone di sviluppo dei trulli si rinvengano reperti archeologici o fondamenta di capanne risalenti all’età del bronzo, prove della loro esistenza preistorica, non esistono trulli particolarmente antichi, per un semplice motivo: piuttosto che provvedere alla riparazione di un trullo, per motivi economici, si procedeva all’abbattimento dello stesso e alla sua ricostruzione riutilizzandone il materiale. I più antichi giunti sino a noi sono del XVI secolo e si trovano a ridosso dell’altopiano pugliese della Murgia.

Il trullo nasce come edificio contadino. I cozzari (braccianti in dialetto pugliese) che coltivavano la terra del padrone dovevano avere un luogo dove riposarsi, nel quale dormire la notte e che fungesse da ricovero per gli attrezzi. All’interno del trullo vi erano delle nicchie impiegate come giaciglio per i neonati. Originariamente aveva un unico piano abitabile ma, in considerazione della crescita famigliare, alcuni venivano soppalcati per creare ulteriori letti. Vi è una sola eccezione a questa consuetudine architettonica, ed è rappresentata dal Trullo Sovrano: costruito nel 1800 e probabilmente al solo scopo “turistico”.

I trulli possono essere annoverati tra gli esempi ancestrali e prototipici delle costruzioni modulari del XX secolo, tanto care al Movimento Moderno e al suo esponente di punta Charles-Edouard Jeanneret-Gris, meglio conosciuto come Le Corbusier. Sono composti da un vano semplice (modulo unitario) oppure dall’accostamento di più ambienti simili, che in genere vengono aggiunti attorno al vano centrale. I trulli di Alberobello sono stati inseriti dall’Unesco nella lista dei beni protetti come patrimonio dell’umanità.

I glifi che vengono tracciati sul tetto sono la più spiccata caratteristica magica di questi edifici. Sono simboli apotropaici e propiziatori, alcuni di origine pagana e altri di origine cristiana. Apparentemente insignificanti, eseguiti sulla base di reminiscenze, di regole ataviche, di miti e di cerimonie pagane, la maggior parte di tali emblemi sono di natura religiosa. Si ipotizza che abbiano potere apotropaico: ad alcuni può essere attribuita la funzione di proteggere la famiglia, ad altri di difendere dal malocchio e ad altri ancora di venerazione verso specifiche divinità per l’ottenimento di un buon raccolto.

I simboli vengono tracciati a mano libera con l’uso della calce, sinonimo di purificazione (è usata come disinfettante): il colore bianco ricorda quello del latte e il candore dei trulli ricorda qualcosa di puro. In passato il sindaco di Alberobello poteva emettere un’ordinanza di allattamento (da allattè, cioè tinteggiare i muri di bianco) per ridare il colore originario ai trulli. Tali simboli, resi grossolani a causa della superficie del tetto e della non sempre specifica capacità decorativa dell’imbianchino, sono spesso identificabili per intuizione più che per la chiarezza del disegno.

Seguendo una classificazione risalente al 1940 è possibile suddividerli in: primitivi, magici, pagani, cristiani, ornamentali e grotteschi. Tale suddivisione è puramente indicativa e, benché la sua validità scientifica sia relativa, è funzionale per una rapida identificazione. In base al censimento risultano oltre duecento simboli diversi tra quelli ancora presenti sui coni e quelli tramandati dalla tradizione orale. La classificazione e la spiegazione dei simboli sono problematiche perché la tradizione e il passaggio tra generazioni dell’utilizzo dei simboli avviene solo ed per via orale, quindi a noi non è arrivata nessuna spiegazione dettagliata sull’utilizzo o sul significato degli stessi. In realtà, anche se quasi tutti i simboli hanno acquisito un significato eminentemente cristiano, il contadino non riesce a staccarsi da un loro fine utilitaristico e apotropaico. L’antica credenza popolare considera questi segni dotati di particolari virtù magiche e capaci di allontanare le influenze maligne.

«Oh! Tutte le chiancarelle sono apposto, ora non resta che ‘ncuddrhare il pinnacolo e far disegnare il simbolo scelto dalla famiglia sulla parte anteriore del tetto. Quando il segno sarà tracciato con la cauce, l’Opera sarà finalmente compiuta, la creazione e il mondo saranno finalmente terminati ed io, come Nostro Signore Onnipotente, potrò finalmente abbendàrme e ‘mbriacarme. Tra tutti i lavoranti solo uno mostra di essere sveglio abbrusint per diventare il mio successore, ma devo essere certo che possa portare avanti la tradizione della famiglia, trullari da generazioni. Deve essere abbrusint sveglio anche per accanóscere che ‘ngàpe a lu mùnn’ ogni casiedda è ‘na metafora della creazione divina. L’imbiancatura con la calce, la posa del pinnacolo e la trascrizione del segno, sono le parti che compongono l’ultimo atto, che è simile in ogni creazione, quello in cui si passa a rifinire, a purificare la propria opera, la fase finale in cui si distilla la goccia alchemica, in cui si infonde nella creazione un soffio, uno spirito che la impregnerà».