Avevo più o meno sedici anni quando, durante una delle mie tante trasferte a Parigi, in una sala prove per musicisti, sono stata travolta dal ritmo dolce ma deciso della musica di Alpha Blondy, che si preparava per un concerto. Il mio viaggio nel mondo del reggae africano cominciava dividendo con lui il mio primo “purino” d’erba, persa nell’abisso dei suoi occhi neri e nella vicenda personale di un uomo che stava facendo la storia della musica. Seydou Koné, questo il suo vero nome di origine mandinga, nasce a Dimbokro in Costa d’Avorio nel 1953, dove viene cresciuto dalla nonna, che gli insegna perfettamente il dioula, lingua ivoriana che prevede una forma di comunicazione estremamente diretta e molto schietta, a dispetto delle conseguenze: principi culturali fondamentali di quella che diventerà, in seguito, la sua filosofia di vita. Compiuti nove anni, finalmente raggiunge sua madre a Korhogo, dove, qualche anno dopo, crea il suo primo gruppo musicale: gli Atomic Vibrations.

Dopo un breve passaggio in Liberia, la sua innata curiosità e vivacità intellettuale, che lo costringono inevitabilmente al movimento, lo portano nel 1976 a New York, dove perfeziona il suo inglese alla Columbia University.

Rapito dalle “pulsazioni” della Grande Mela, Seydou studia e lavora a pieno ritmo. Finché, affascinato dal talento di Burning Spear e sempre più dalla filosofia Rasta, cavalcando l’onda del suo entusiasmo, progetta di registrare il suo primo disco. Il suo tentativo, però, per motivi legati alla produzione, fallisce. Sprofondando in una forte crisi depressiva, fa ritorno ad Abidjan, dove il suo “viaggio” prosegue per ben due anni in un istituto d’igiene mentale. Ma grazie alla musica e alle sue canzoni, Seydou  esce dall’inferno, cambia il suo nome in Alpha Blondy, sinonimo di “bandito” (letteralmente, nell’argot di Abidjan, “ragazzo di strada”), e registra nel 1983 il suo album d’esordio: “Jah Glory”, una miscela d’immensa spiritualità e tagliente critica sociale. Icona del disco il brano “Brigadier Sabari”, contro la repressione della polizia operata ai danni dei giovani mandinghi della capitale. Il suo successo varca le frontiere del “Bob Marley africano”: i suoi testi scritti in dioula, francese e inglese, ma a volte anche in arabo e in ebraico, non solo conquistano l’Europa, ma soprattutto la Jamaica. Impresa, per altro, favorita dalla sonorità che contraddistingue le lingue dell’Africa dell’Ovest, e dall’elemento melodico ivoriano, che ben si adattano all’estetica musicale del reggae.

Nel 1984, infatti, la realizzazione del suo nuovo album, “Cocody Rock”, avviene grazie a un contratto con una casa discografica francese ma – cosa fondamentale -, in collaborazione con i Wailers. Ecco che quest’uomo dolcemente insicuro ma fortemente deciso, riporta il reggae nella sua terra d’origine. Sempre con la band di Bob Marley, Alpha Blondy inciderà nel 1986 l’album “Jerusalem”, d’impronta fortemente mistica. I suoi testi gli hanno fatto guadagnare la fama di cantante molto impegnato, politicamente e socialmente: indimenticabili, in questo senso, il disco “Apartheid is Nazism”, e il singolo del 1999 “Journalistes en danger”,  in difesa della libertà di stampa e d’opinione. Da sottolineare anche il fatto che il filosofo del reggae, soprannominato “fulosofo” dal francese “fou” (che significa folle), altro elemento fondamentale della sua poliedrica personalità, viene nominato durante la guerra civile in Costa d’Avorio Ambasciatore della Pace per le Nazioni Unite. Del resto, il primo a giocare con le parole “fou” lui, coniando il termine “democrature”: un mix tra democrazia e dittatura, con cui definì alcuni governi africani.

L’ultimo album dell’artista è “Akwaba”: un “the best” pubblicato nel 2005, con la partecipazione di numerosi cantanti, che aiutano il profeta visionario del reggae africano a reinterpretare alcune delle sue immortali gemme musicali. La sua uscita è stata l’occasione per Alpha Blondy e il suo gruppo, i “Solar System”, per intraprendere quello che al momento è stato il loro ultimo tour mondiale.