autoritratti dell’invisto

di Valentina Piccinni

foto di Andrea Papi (andreapapistudio.tumblr.com)

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Le immagini di Andrea Papi sono state esposte alla Galleria MuGa (via Giulia 108 – Roma) nel settembre del 2011

Giovane artista romano che ha fatto della fotografia analogica il suo mezzo, non solo di espressione, ma anche di ricerca intellettuale, estetica ed introspettiva, Andrea Papi ha partecipato alla VI, alla VIII e alla X edizione del Festival Internazionale di Roma, oltre all’avere a suo attivo diverse mostre personali e collettive tra Roma, Torino e Venezia. Questo progetto fotografico ha avuto inizio dalla lettura di una riflessione di Gilles Clément espressa nel breve scritto il “Manifesto del Terzo paesaggio”, per poi volgersi verso una direzione puramente intimista e viscerale.

Clément, paesaggista, ingegnere, agronomo, botanico, entomologo, giardiniere e scrittore, si interroga sulla “natura” del paesaggio contemporaneo globale, soffermandosi su una parte di esso, che definisce come Terzo paesaggio, caratterizzato da residui, riserve e insiemi primari (zone incontaminate). Ma è sui primi che focalizza la sua attenzione, svelandone la natura di spazi incolti, indecisi perché su di loro il giudizio dell’uomo si è arrestato, sospeso. Spazi dinamici, precari, forse destinati a non più esistere, a scomparire. Sconfinamenti naturali e allo stesso tempo luoghi di confine, lembi di terra liminari che delimitano il paesaggio antropizzato, e che si allargano man mano che la maglia metropolitana si fa meno fitta. Questi stessi scenari extraurbani, periferici, sono stati per due anni oggetto di interesse di Andrea Papi, che si è mosso tra l’estrema periferia sud di Roma (Capannelle e il litorale) e quella nord (Marcigliana) passando per le zone boscose di Villa Ada e Forte Antenne, per spostarsi ancora verso la Bufalotta e il Parco dell’Aniene.

La ricerca dei residui, di spazi riconquistati dalla natura o incolti, è solo il primo atto del progetto del giovane fotografo, che è andato consolidandosi, in seguito allo sviluppo e alla stampa di numerosi scatti, attraverso un atto puramente riflessivo e concettuale che lo ha portato ad allontanarsi dallo spunto originario e a scoprire ed indagare la natura solipsistica del suo fare, esclusivamente legata ad un movimento introspettivo, ad una dinamica auto-perpetuante insita nelle regioni più profonde del suo sé.

Postosi davanti all’evidenza di queste sue scritture di luce, Papi, in una sorta di dilatato processo epifanico dovuto alla ripetuta e attenta osservazione delle sue creazioni, è stato soggetto di una presa di coscienza del percorso inconscio che ha sotteso questa errante ricerca, che guarda al paesaggio ma mai seguendo un approccio documentaristico. I luoghi immortalati da Papi con la sua Holga 120 sono spazi vuoti, privi di ricordi, di tutte quelle sfumature di senso che solo l’esperienza che si fa di qualcosa è in grado di dare. Desideroso di evadere da una condizione emotiva non facile, di prendere le distanze da luoghi per lui evocativi, l’autore si è allontanato dalle strade quotidianamente battute per inoltrarsi in scenari che escludono la possibilità della presenza del passante, appropriandosene, in completa solitudine, e conferendo loro la funzione di passaggi.

Siamo dunque chiamati ad osservare una teoria di variazioni sul tema, apparizioni di una molteplicità che tende verso la restituzione di un’unità impossibile, proprio perché si ripresenta come la trasposizione “paesaggistica” dell’Io in divenire dell’autore stesso. Trapassi da uno stato emotivo ad un altro, tracce di un percorso introspettivo, dunque autoritratti dell’invisto che non chiedono di essere letti come traguardi, come tappe permanenti, ma come passaggi verso quella che Papi definisce una “nuova identificazione”.