di Valentina Diaconale
illustrazione di Valentina Gruer

Il 24 febbraio del 1968 più di cinquemila persone si riunivano intorno a un albero di Banyan. Centoventiquattro uomini avevano con sé una manciata di terreno del paese da cui provenivano e che in quel momento rappresentavano. Ognuno di loro versava la propria terra all’interno di un’urna di marmo bianca, mentre le parole de La Madre declamavano i quattro punti della Carta di Auroville.

Una piccola galassia a forma di spirale nasceva in mezzo a un mare di deserto. A Sud dell’India, nello stato del Tamil Nadu, a pochi chilometri da Pondicherry, il sogno di una donna francese prendeva vita mentre lei lontana, collegata via telefono, lottava contro il disfacimento del suo corpo. Strano il destino di Mirra Alfassa, un’esistenza dedicata all’approdo di una nuova specie umana, e quando il primo mattone della città fondata grazie alle sue parole viene posto, lei non c’è. Ma sono sicura che la sua assenza il giorno dell’inaugurazione di Auroville dispiaccia più a me che oggi racconto la sua storia che a lei. Semplicemente perchè lei mi direbbe: ma io c’ero.

La Mére, al secolo Mirra Alfassa, nasce a Parigi nel 1878 da padre turco e madre egiziana. Riceve un’ottima educazione scientifica e matematica improntata al materialismo. Attratta dalla musica e dalla pittura cresce nella Parigi degli Impressionisti vivendo uno dei momenti più rivoluzionari dell’arte moderna. Si sposa diciannovenne con un pittore discepolo di Gustave Moreau e comincia ad avvicinarsi all’occultismo. Divorzia dal pittore e si risposa con un filosofo. Il nuovo marito aspira a diventare deputato delle Indie francesi e nel 1914, seguendo la campagna elettorale si reca con la moglie a Pondicherry. È qui che comincia la seconda parte della vita di Mirra, segnata dall’incontro con Sri Aurobindo che avviene il 29 marzo, pochi mesi dopo il suo arrivo.

Si riconoscono subito. Lui è il maestro che da giovane appariva nei suoi sogni, lei è la discepola tanto cercata. Rimangono insieme solo un anno a causa della guerra che porta Mirra in Giappone dove si dedica alle pratiche zen. Dopo quattro anni Mirra torna in India, questa volta da sola, e nell’ottobre del 1922 va a vivere con Aurobindo nella guest house in Rue del la Marin al n.9, dove diventerà La Madre e dove rimarrà per il resto della sua vita.

Il maestro le affida la direzione dell’Ashram di Pondicherry e Mirra, trovandosi a confronto con quel “campionario delle difficoltà umane” come lei stessa definiva l’Ashram, comincia a fantasticare sulla costruzione di «un luogo sulla Terra in cui nessuna nazione abbia il diritto di dire è mio, dove ogni uomo di buona volontà possa vivere liberamente come un cittadino del mondo… un luogo dove i bisogni dello spirito e dell’amore per il progresso prevalgano sulla soddisfazione dei desideri delle passioni, la ricerca dei piaceri e del godimento materiale».

Una parigina ostinata e anticonformista, una donna imbevuta di razionalismo positivista che non si lascia ammaliare da mistiche spiritualità ma che trasforma se stessa in un laboratorio vivente dedicato alla ricerca della “specie nuova”. Un viaggio all’interno del propri corpo, attraverso la materia, fino in fondo alle cellule, a caccia di quel “terribile nodo” da sciogliere. Quello della vita con la morte, considerando quest’ultima come una grande menzogna dalla quale dobbiamo liberare le nostre cellule assuefatte dalle leggi di Newton e di Mendel.

«La morte non è una cosa inevitabile: è un incidente sempre accaduto finora… È solo una cattiva abitudine».

Ed ecco che la sua presenza fi sica non conta più. Lei c’era quarantacinque anni fa. Come c’è oggi.

auroville.org