Alla fine degli anni Settanta, a Roma, il quartiere di San Lorenzo vive un particolare periodo di fermento artistico animato da pittori e scultori del calibro di Gianni Dessì, Giuseppe Gallo e Bruno Ceccobelli, che occupano studi e spazi comuni dove sperimentare nuove possibilità espressive. All’interno della Nuova Scuola Romana appare una figura femminile molto particolare, una giovanissima fotografa che condivide col gruppo la ricerca di un nuovo stile creativo. Si tratta di Francesca Woodman, fantasma che ancora aleggia in quei luoghi che a lei furono così congeniali.

Nasce a Denver, in Colorado, il 3 aprile del 1958, da una famiglia di artisti. Il padre è pittore, la madre ceramista ed il fratello si dedica alla video arte, nuova sperimentazione artistica che prende forma proprio negli anni Sessanta. Comincia a fare i primi scatti all’età di tredici anni e, sapendo già perfettamente cosa vuole dalla macchina fotografica, come usarla, quale luce e inquadratura sfruttare, dimostra un’insolita maturità per la sua età.

La prima volta che ho visto le sue fotografie, guardandole una dopo l’altra, mi sono sentita completamente catturata, e la sensazione che ho avuto è stata quella di sfogliare, pagina per pagina, un vero e proprio diario visivo, all’interno del quale, per una strana ragione, diventavo sempre più la protagonista di quello straordinario e coinvolgente viaggio emotivo. L’immedesimazione non è difficile. La Woodman è modella di se stessa, e il suo corpo, spesso nudo, viene collocato in un set fotografico scrupolosamente preparato, quasi completamente vuoto, angusto e claustrofobico, con una luce studiata appositamente per sfaldarne la consistenza. Ne escono immagini di donne che, rese quasi fantasmi, si fondono con l’intonaco dei muri, giocano con la propria ombra, si nascondono tra mobili e oggetti. Quel tipo di tecnica, che oggi può apparire banale, all’epoca rientra in un movimento che effettua una vera rivoluzione nel modo di fare fotografia.

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Untitled. Roma 1977-78 by Francesca Woodman

Nel 1975 Francesca s’iscrive alla Rhode Island School of design di Providence, e i “maestri” che la ispirano maggiormente, infatti,  sono Man Ray, Arthur Felling Weegee e Duane Michals. Quest’ultimo è l’esempio più evidente di come si fossero sovvertite le convinzioni sulla fotografia. L’affermazione di Henri Cartier-Bresson: “Attraverso le nostre macchine fotografiche, noi accettiamo la vita in tutta la sua realtà”, diventa obsoleta. Verso la metà degli anni Sessanta Michals usa la macchina fotografica in modo completamente diverso, considerandola il mezzo più adatto per illustrare tutto ciò che invece è invisibile agli occhi. Si entra così nella sfera dell’immaginario, cercando di mettere a fuoco i sentimenti, lo spirito e i sogni. Questa è la strada che cerca di seguire la nostra “adolescente profeta”, come è stata definita dalla critica, una strada che conduce nei meandri dell’inconscio, che smaschera le paure, così come i desideri.

Con la spontaneità tenera e irrequieta dell’età adolescenziale, limbo temporale nel quale Francesca resterà sospesa in eterno, i suoi autoritratti nudi, pur essendo immagini molto forti e intense, non risultano mai volgari, ed il suo corpo a volte celato a volte ostentato non è mai sintomo di narcisismo. Una parte importante della sua produzione artistica è legata al suo periodo romano (1977-78). Le foto sono tutte scattate in interni, case decadenti e vuote, dove la figura femminile sembra esplorare quel vuoto e dialogarci, condividendone la sua intimità.

L’enigma sembra essere più vicino al “dove sono” che al “chi sono”, rivendicando uno spazio soprattutto psichico, sembra quasi che gli ambienti che lei stessa si crea siano gli unici ove ella possa esistere fino in fondo. Nel silenzio di una stanza si materializza il suo regno interiore. La sua figura, a volte conquistata dal sonno o dalla morte abbandonata sul pavimento, dentro una vasca da bagno o sopra una roccia nuda, oscilla continuamente tra la dimensione reale e quella del sogno. Quello che molti scambiano per un’ostinata ricerca d’identità, spesso non è altro che, tramite il suo esistere per dissolvenza e il suo scomparire fondendosi con l’universo che la circonda, una cancellazione di sé.

Nel 1979 Francesca Woodman si trasferisce a New York, dove fa anche da modella per pittori e fotografi. Alla fine del 1980 cade in una profonda depressione che la porterà, il 19 gennaio del 1981, a buttarsi da un palazzo, scomparendo così per sempre. Le motivazioni del suo suicidio restano più o meno oscure, come quei volti spesso nascosti nelle sue foto, che impedivano così all’obiettivo di poter “fermare” il suo sguardo svelando palesemente la sua anima. Mi piace, semmai,  ritrovarle nelle sue parole: “Ho dei parametri e la mia vita a questo punto è paragonabile ai sedimenti di una vecchia tazza da caffé e vorrei piuttosto morire giovane, preservando ciò che è stato fatto, anziché cancellare confusamente tutte queste cose delicate”.