di Carolina Pozzi
immagine di Gianni Politi |giannipoliti.com

La forza che anima l’intero lavoro di Gianni Politi (Roma, 1986) muove dal tentativo instancabile – continuamente inseguito e puntualmente smentito dalla sua paradossalità – di affrontare e metabolizzare il più grande tra i mali. Fortemente radicata in un vissuto personale che si è misurato con la lacerazione fisica e interiore, con il tema della perdita e del distacco, la sua ricerca avanza per momenti di intima autoanalisi, nei quali l’atto creativo concretizza immagini e visioni in bilico tra lucidità e confusione, affermazione e negazione, dando corpo ad archetipi iconografici dal grande valore emotivo e insieme concettuale. Nelle grandi tele bianche, nelle sculture in bronzo, nei disegni, così come nelle performance, Politi si muove nello spazio epico e universale in cui è possibile affrontare la dimensione della tragedia e della morte, traducendo in segno, gesto e azione il contrasto atavico tra creazione e distruzione, attrazione e repulsione, eros e thanatos. Le otto tele degli Esercizi – la parte più saturnina della serie Viva la Muerte, che introduce sin dal titolo l’ossimoro sul quale insiste Politi – rappresentano altrettanti tentativi di ritrarre un oggetto presente da tempo nello studio dell’artista: un modellino anatomico di scheletro umano, memento silenzioso dell’inevitabile destino di decadenza e dispersione che attende la carne e insieme a lei le passioni degli uomini. Tracciate con un carboncino precedentemente rotto e sbriciolato in acqua – quasi a voler trattare la materia pittorica ancora prima di applicarla, per rendere anch’essa empaticamente frantumata, deperibile e sofferente – le figure oscillano tra riconoscibilità e indeterminazione. Le visioni anatomiche di scapole, costole e vertebre emergono in maniera netta per venire immediatamente contraddette da errori e cancellazioni, addensamenti di pigmento scuro, colature verticali di materia che abbandona i resti di un corpo vuoto e consumato dal tempo, valicandone i limiti fisici e spirituali. Attraverso una rappresentazione reiterata, Politi percorre il territorio simbolico di un’immagine antica, celebrandone il valore intrinseco per arrivare ad accogliere e accettarne tutti gli aspetti: monito all’impermanenza e al decadimento fisico, ma anche metafora della natura intima e occulta delle cose, come del cammino alchemico verso la riduzione a pura essenza. L’opera d’arte entra così a far parte di un percorso rituale che comprende il sacrificio come atto necessario per la ri-generazione di forma e senso: ancora una volta Politi si confronta con il male e le sue forme, osservandone da vicino i tratti e offrendo a chi osserva i frutti di una lotta consapevolmente fallimentare.