testo e foto di William Blacker

William Blacker percorre l’Europa dell’Est quando le macerie del muro di Berlino sono ancora in terra. Giunge in Romania e quasi per caso scopre la regione del Maramures, in Transilvania, ritrovandosi in un mondo incontaminato tra contadini con tradizioni antiche sulle spalle e gruppi di rom colorati, spensierati e romantici. Da questa esperienza prende forma un romanzo sospeso tra viaggio e incanto, pubblicato nel 2012 dalla casa editrice Adelphi (acquista il libro).

Pensavo di essere nato troppo tardi per poter incontrare da qualche parte la vita contadina descritta da Tolstoj e Hardy, ma mi ero sbagliato. Ecco i resti di un mondo antico, un mondo medioevale, isolato grazie alle montagne e alla foresta che avevo appena attraversato. E ci ero capitato per puro caso.

Come è nato il desiderio di raggiungere l’est Europa?

Un desiderio di raggiungere l’est Europa sorto dalla curiosità irrefrenabile di vedere il mondo comunista prima che venisse conquistato e distrutto da quello occidentale. Era chiaramente la fine di un’epoca, iniziata con la rivoluzione russa, e uno tra i momenti storici più significativi da quando ero nato, e sentivo che non avrei dovuto perderlo.

Cosa cercavi e cosa hai trovato?

Immaginavo un mondo grigio e deprimente, la gente oppressa da decenni di conformismo e repressione comunista. È quello che ho trovato in alcuni luoghi, ma ho visto tante altre cose che mi sono piaciute. Berlino Est, per esempio, dove non c’erano cartelloni pubblicitari e nessuna luce a neon, aveva una purezza visiva che in occidente non esiste più. Era un piacere per la vista che solo una volta sperimentato ci porta a capire quanto da noi tutto questo inquinamento visivo sia disturbante.

In Romania, invece del grigiore e dei villaggi distrutti e rasi al suolo di cui avevo letto, ho scoperto un paese pieno di colori e un popolo semi-latino pieno di vita e di umorismo. Sono rimasto stupito perché dalla propaganda occidentale immaginavo qualcosa di molto diverso. La domenica in chiesa i costumi contadini erano magnificamente colorati e indossati con dignità. Erano tutti molto più educati e rispettosi di quanto avrei potuto immaginare. Il sabato sera i musicisti rom suonavano e i giovani del villaggio ballavano antiche danze tradizionali, osservati dai loro genitori e nonni che sedevano contenti tutt’intorno alla stanza. I villaggi erano ancora funzionanti e reali comunità. Era impressionante per me che venivo dall’Inghilterra, dove un tale stile di vita è scomparso da almeno cinquant’anni, se non di più.

All’inizio del 1996 riuscii finalmente a liberarmi delle proprietà e responsabilità che mi legavano all’Inghilterra, e un mattino di primavera me ne andai da Londra, a cuor leggero.

Quando è arrivato il momento in cui hai capito che saresti rimasto lì?

Avevo già deciso che sarei voluto rimanere lì, ma altri impegni me lo impedivano. Negli anni successivi tornai ogni volta che potevo per alcune settimane fino al 1996, quando mi sono finalmente lasciato il mondo moderno alle spalle per andare a vivere lì, con una pagina vuota davanti e senza nessun tipo di impegno, solo una nuova vita da vivere e una antica e affascinante da osservare.

Giungere in Romania, e soprattutto nel Maramures, è stato come incontrare qualcuno tornato in vita da un altro secolo e conoscere da vicino il vecchio mondo e la vita così com’erano in passato.

Quanto ha influito la tua cultura classica in questa esperienza?

Era affascinante leggere Thomas Hardy e Tolstoj mentre stavo vivendo le stesse esperienze descritte nei loro libri. È stata una strana sensazione. Ho letto Anna Karenina quando ero in Maramures. Leggendo le descrizioni di Levin mentre falciava l’erba sono rimasto impressionato di come Tolstoj descrivesse dettagliatamente tutto ciò che io stavo facendo ogni giorno nei campi, e tutto quello che provavo. Anche io, come Levin, ero innamorato di una ragazza di campagna, e vivevo semplicemente come lui.

Ho avuto certamente modo di apprezzare di più i luoghi dove vivevo grazie ai libri e alle poesie che avevo letto e che stavo leggendo. Provare quelle stesse cose che gli autori del XIX secolo e anche prima avevano così vividamente descritto è stato speciale. Mi sentivo molto privilegiato, come se qualcuno morto da tempo fosse tornato in vita e io potessi parlare di nuovo con lui. Ho imparato di più vivendo in questi villaggi che in tutti gli anni che ho trascorso a scuola e all’università.

Con le sue valli racchiuse da boschi e montagne, lontano dalle città, remoto e mal collegato al mondo esterno, il Maramures era una delle regioni più intatte d’Europa.

Sei più legato alle tradizioni rurali del Maramures o al fascino dei Rom?

Le tradizioni rurali del Maramures sono molto diverse da quelle dei rom, e il contrasto è illuminante. Il mondo dei contadini nel Maramures è ordinato e ancorato saldamente; il mondo dei rom è un magnifico caos dove sembra che la vita ti possa trasportare ovunque senza nessun tipo di ostacolo. Ormai in Romania non ci sono più rom completamente nomadi, o almeno io non ne sono a conoscenza, ma il loro spirito migratore si sente ancora in tutto ciò che fanno e dicono.

La descrizione della comunità Rom che ti ha accolto è molto romantica. Pensi che si possa fare qualcosa per rivalorizzare in Europa questa cultura?

La loro è una situazione molto difficile. La cultura rom è molto importante per l’Europa, ed è sorprendente vedere quanto di indiano ancora ci sia nei rom di Romania nonostante siano trascorsi un migliaio di anni da quando abbandonarono quella parte del mondo. Da questo punto di vista sono come i Sassoni della Transilvania, che sono venuti dal nord Europa più di ottocento anni fa e sono ancora, ovviamente, sassoni, con i capelli biondi e gli occhi azzurri, parlano il dialetto sassone e hanno tradizioni e modi di vivere diversi dai vicini rumeni.

Purtroppo il mondo moderno non ha più spazio per loro, o ne ha solo per alcuni. La maggior parte delle loro occupazioni tradizionali sono state inghiottite dalle grandi imprese, o semplicemente non sono più necessarie: i musicisti nei villaggi (juke box e computer hanno sostituito la musica dal vivo), gli artigiani di pentole e calderoni di rame, i riparatori di vasi, i produttori di ciotole e cucchiai in legno, di scope, e in particolar modo gli artigiani di mattoni e piastrelle in terracotta e i fabbri per i ferri di cavallo e tutte le altre forme di lavorazione del ferro. La maggior parte di queste persone non riesce a trovare lavoro. In un mondo di automobili, di agricoltura meccanizzata e supermercati non c’è posto per loro. Sarei sicuramente favorevole a un ritorno al vecchio stile di vita, più lento e umano, in cui tali occupazioni venivano valorizzate e considerate di vitale importanza per le piccole comunità. Purtroppo però non riesco a vedere cosa succederà nel prossimo futuro. Una società che non ha posto per i rom, né per i contadini tra i quali viveva, non è una società sana. Come affermava Virginia Woolf molti anni fa, i contadini sono l’ultimo grande santuario di sanità mentale, quando scompaiono non c’è speranza per la razza.

Perché hai deciso di raccontare la tua esperienza? Qual è lo scopo che speri di raggiungere?

Ho deciso di scrivere questo libro anche perché sento che la Romania ha avuto, e continua ad avere, una cattiva pubblicità. Ho trovato molte cose meritevoli, e così tante persone meravigliose, che ho pensato fosse ingiusto che i giornali si concentrassero solo sui lati negativi.

Tra i protagonisti del tuo libro c’è qualcuno che lo ha letto? Che ne pensa?

Alcuni abitanti di Breb, nel Maramures, lo hanno letto, tra cui ad esempio i figli istruiti dei contadini. Gli è piaciuto, a quanto pare, perché sentivano che era una descrizione accurata della vita in quel periodo, vale a dire tra il 1996 e il 2008. Alcuni rumeni, direi pochi, lo hanno letto quasi tutto, e lo hanno accolto positivamente. Quando ho presentato il libro a Milano, una donna del Maramures che lavorava in una casa in cui ho cenato, venuta a sapere che il libro raccontava della Romania, ha voluto parlare con me. Abbiamo conversato in rumeno e le ho raccontato di quello che avevo scritto sul suo paese, e mentre le parlavo mi sono accorto che qualcosa stava bagnando leggermente la tovaglia. Ho alzato gli occhi e visto le lacrime che scorrevano in silenzio lungo le sue guance e sulla biancheria.

Dove sei ora? Cosa stai facendo?

Ora vivo tra il sud della Toscana, la Transilvania e l’Inghilterra. Sono spesso in viaggio, conducendo quindi una vita semi-nomade. Sto scrivendo e restauro vecchie case.