Una settimana nell’inferno del Sud Italia che ti lascia madido di sudore e pieno di polvere, con l’idea fissa che niente cambia, o se cambia peggiora.

«Non ci sta niente da fare, questa una terra di frontiera è!»

Torre Languorina è terra di nessuno. Gli uomini girano con la pistola e la legge è dalla parte del più forte. Le donne scappano, o perdono i loro connotati di femminilità e non si distinguono più. I cani attaccano, combattono, sbranano, si rivoltano ai propri padroni. Il caldo avvolge, la natura nasconde.

Il primo capitolo della trilogia western di Omar Di Monopoli sembra svolgersi lontano nel tempo e nello spazio, invece siamo in Puglia, oggi, in un paese dove lo stato non arriva, dove il braccio della legge ci resta secco. Il pretesto da cui scaturisce la storia è un grande classico della cronaca italiana. Un appalto poco pulito, una microcriminalità collusa con il potere, una situazione imputridita che sembra impossibile da modificare ma che, come le sabbie mobili, una volta dentro più ti muovi e più peggiora. E così passa il tempo e le persone muoiono, le alleanze si rafforzano o si rompono con il sangue, chi torna è costretto a fuggire di nuovo mentre chi ha deciso di restare continua a combattere ogni giorno con un nemico diverso.

«Stattene tu, coi tuoi sogni, bellu mia, gli blaterò la donna da dietro, continuando a parlare con tono severo sino a quando il figlio non scomparve tra le mura. Prima ti rassegni a capire ca non ci stanno altri posti che questo, per te, meglio sarà per tutti…»

Le forti inflessioni dialettali ci restituiscono il qui e ora, ci catapultano con violenza nella narrazione anche quando viene interrotta dallo stile alto e ricercato che caratterizza tutto il libro, che per la forma e gli argomenti si ricollega al verismo di Verga di inizio secolo scorso, dove la provvidenza non esiste. E non esiste neanche Dio.

Altri due libri ha scritto Omar Di Monopoli a completare questa trilogia pugliese, e le tonalità dei colori sono le stesse: il giallo carnoso della terra bruciata, il marrone appiccicoso della polvere, l’azzurro rinfrescante del mare che sembra sempre troppo lontano e il rosso del sangue che scorre dalle ferite degli uomini come da quelle della terra. C’è un solo colpevole: il nostro Paese. Che non vede, non sente, non parla ma con grande rumore colpisce, assoggetta, rende impotenti, schiavi, e alla fine uccide.