di Rachele Masci
foto di Paola Micalizzi

A vederlo comparire da lontano in mezzo alla radura alberata che costeggia il Danubio, voltando le spalle ai palazzoni anni Cinquanta di Novi Beograd, l’edificio di vetro e acciaio promette uno spazio espositivo all’avanguardia. Ma avvicinandosi, attraverso un prato di erba incolta, la messa a fuoco rivela gli strati di polvere sulle vetrate e un senso generale di incuria e abbandono. All’entrata, la presenza del guardiano, un uomo smilzo sulla cinquantina, ha qualcosa di surreale. “È possibile visitare il museo?” “Certo – risponde affatto stupito – ma è bene che leggiate qui per capire la situazione”. “C’è qualcosa da vedere?” “C’è molto da vedere”, risponde alzando gli occhi verso il soffitto e invitando i rarissimi visitatori giornalieri a salire le scale mentre si affretta a mettere loro in mano un volantino dal titolo “What happens to the Museum of Contemporary Art?”. Perché quell’edificio decadente è il Museo di Arte Contemporanea di Belgrado, una struttura concepita negli anni Sessanta per accogliere il meglio dell’arte jugoslava del XX secolo. Nella Serbia di oggi, di fatto, è sparito dalle mappe culturali e dalle guide turistiche. Così il caso “Cosa è successo al Museo di Arte contemporanea di Belgrado?” è diventato una vera e propria Non Mostra allestita all’interno del museo. L’idea è venuta a un gruppo di artisti serbi, una forma di protesta per reiterare quella domanda rimasta fino a oggi fluttuante e senza risposta. Al primo piano dell’edificio sono esposti, su grandi pannelli, articoli e documenti che ricordano le tappe dei lavori di ristrutturazione iniziati nel 2002, con tanto di foto di tagli di nastro e finte inaugurazioni. Salendo le scale, tra le macchie di muffa alle pareti, le pance delle travi d’acciaio scoperte e una parte del tetto letteralmente en plein air, si riconoscono gli interventi artistici ideati per la casa fantasma dell’arte. Un’intera parete è allestita con i caschi di protezione rossi e gialli appartenuti agli operai. In unangolo campeggiano, pietrificati dal gesso, i resti del cibo consumato dagli addetti ai lavori durante la fase di ristrutturazione. L’impressione è di trovarsi all’interno di un museo ibernato, o di un posto abbandonato in tutta fretta. In una struttura così all’avanguardia stupisce che tutto sialasciato a marcire: le porte dell’ascensore, ormai inutilizzabile, sono rimaste aperte sul vano del secondo piano, e lì sono ammucchiati i sacchi dei calcinacci e gli utensili degli operai. Al secondo piano i murales sulle pareti la fanno sembrare una vecchia fabbrica abbandonata dove prendono forma le prime opere di alcuni writer. Ci pensa l’istallazione di Ministry of space, un’associazione di giovani artisti di Belgrado, a fare i conti con il tempo che passa: un grosso timer conta le ore e i minuti che separano dalla fine della mostra. Cosa accadrà poi? Continuerà a crescere l’erba intorno, i vetri diventeranno più opachi e incrinati, la muffa ricopriràpareti e pavimento? Dejan Sretenović è un teorico dell’arte e dei media e uno degli ideatori dell’esposizione. È lui a spiegarci le complesse vicende del museo e a ribadire che i lavori di ristrutturazione sono stati fermati per mancanza di fondi. Il governo non riconosce la funzione sociale e culturale del museo e, soprattutto, il ruolo che potrebbe giocare nel processo di transizione della Serbia. Per la Non Mostra sono stati chiamati artisti meno conosciuti, giovani ed emergenti, che non hanno mai avuto la possibilità di esporre in passato nel museo e alcuni in verità nemmeno di visitarlo, come ci ha raccontato il professor Sretenović quando lo abbiamo contattato qualche giorno dopo la visita. Ci ha tenuto a specificare che l’iniziativa è sì una forma di protesta ma soprattutto un modo per aprire una discussione più ampia sullo stato dell’arte nel paese. Per uscire dallo stallo occorre stimolare l’attenzione e chiedere aiuto al pubblico culturale e artistico più vasto. Ce la mette tutta anche il custode che saluta ricordando al visitatore: “Questo spazio è anche tuo”.