Viaggiare è agire, quindi sentire.

Mettersi in viaggio è anche il modo per transitare sull’asse della propria vita, un passo dopo l’altro, senza fatica, senza pregiudizi, praticando una qualità dinamica dell’equilibrio e dell’ascolto, ben presenti e concentrati, avendo intorno e contemporaneamente incontri, slanci e resistenze, oltre che un orizzonte infinito di possibilità e di scelte. Proprie e di altri.

Le quattro stagioni aiutano a tenere in ordine le idee.

Era la terza settimana di settembre del 2013, quando in macchina da Roma, in due giovani donne, siamo partite per attraversare un tratto del Bel Paese e raggiungere il tacco dello stivale: la regione Puglia.

Esiste un’esclamazione per celebrare l’antico primato urbanistico siglato dall’impero romano: «tutte le strade portano a Roma»; ma nonostante questa storica certezza, non è sempre possibile affermare l’inverso, tanto meno dichiarare che l’Italia sia un paese per turisti.

Voglio dire che quella mattina d’agosto del terzo millennio, in uno degli stati d’Europa, non si poteva dare per scontato neanche quello spostamento.

Come alcuni dei lettori sapranno, i cartelli stradali capita che siano uno strumento di comunicazione, d’auspicio più che d’indicazione stradale.

Per andare in Puglia invece, il tutto è sorprendentemente facile.

Percorri un’immensa vallata, che come un tavolo da pranzo con sopra una tovaglia multicolore mette in bella mostra i campi coltivati a sementi, i vigneti e soprattutto gli ulivi centenari. I chilometri scorrono su una mappa atavica della storia della civiltà, che riporta ai viaggi dei crociati, diretti dal corridoio di mare verso l’Oriente, in direzione della Terra Promessa, passando per castelli monumentali e luoghi di culto; in meno di cinque ore siamo giunte alla meta, Lecce.

La città, come tutta la regione, è un pezzo della costa europea, è un bordo della vasca del Mar Mediterraneo, che canta il Sole con ondate di esuli che arrivano a flussi come spuma marina, da sempre massicci, ululando al Vento.

In questo scenario di gente semplice, cocciuta, abituata a faticare o a lottare, mi sono ritrovata in uno spazio commovente e grottesco. È preziosa e al contempo generosa la ricchezza dei dettagli quotidiani del barocco, oggi, contenuto e composto, direi forse sottovoce, che domina gli animi, e gli accenti. Si pizzicano i leccesi, mentre sorseggiano il vino rosato dalla sfumatura rubina, mangiando verdure, formaggi e carni. Conformisti e provocatori, sociologi-asociali, studiosi anti intellettuali che agiscono e trasmettono che il luogo della Verità è la Persona.

Ormeggio la vettura in un piazzale d’asfalto, dove ha sede l’Apulia Film Commission. Entrando nella struttura l’arrendamento interno porta ad avere l’impressione di esser sul set di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, e in pochi passi varco una porta a vetri. La soglia trasparente consente l‘accesso alla dimensione che collega dalla fantascienza al post-industriale, dall’istituzionale all’avanguardia dei movimenti spontaneisti che anima la ReGenerazione.

Invitata come giurata alla manifestazione di cinema arabo Yalla Shebab Film Festival mi rendo conto d’essere approdata in un avamposto della cultura del mediterraneo, tanto regionale quanto cosmopolita.

È ormai ottobre inoltrato quando le Manifatture Knos, imponenti e scarne, si palesano ai miei occhi come luogo di studio delle vocazioni, come un centro culturale indipendente. Nato nel 2007 dall’eroico volontariato di decine di persone che hanno riqualificato un’ex scuola per operai metalmeccanici, in cui come in un giardino labirintico s’incontrano il Nord e il Sud, l’Ovest e l’Est. Un pozzo, in cui si è accolti e si cade, al contempo una sorgente, a cui attingono i ricercatori dell’identità europea partecipata; ancora tutta da formare.

Le Manifatture Knos sono un luogo di spontanea sperimentazione, uno spazio della molteplicità, come aveva intuito Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, abitato e agito per riflettere intorno ai fenomeni nuovi che si muovono secondo criteri inediti e non standardizzati, tanto artistici quanto socio-economici.

Non che questo sia l’eroismo, perché l’eroismo forse è una categoria delirante, ma comunque c’è qualcosa di estremamente buono e importante nel continuare il proprio impegno qualunque cosa succeda.

Fuori dal cinismo dei giudizi, nella realtà di tutti i giorni è importante incontrare quei pochi che si impegnano fruttuosamente nella loro esistenza.

Nel mese di novembre decido di verificare il calendario, per trovare un’occasione, per collegarmi ancora una volta. Sapete, quando si è predisposti a entrare in azione non può che accadere qualcosa di rivoluzionario.

Il clima tiepido e frizzante porta al tuffo senza troppa riserva d’aria, è il momento degli Incontri del Terzo Luogo. Un progetto formativo, che come un acquario con foce al mare comprende tutti i semi della proposta di rigenerazione umana, intorno alle pratiche planetarie, urbane e culturali che il Knos invita a cogliere: Arte/Architettura/Botanica/Cinema/Comunicazione/Economia/Editoria/Filosofia/Urbanistica ambientale/Teatro.

È Dicembre, quando finisce il primo tour in Puglia, a Lecce, nelle Manifatture Knos viene in mente una frase di Bertold Brecht, di quelle toste: «a volte ci si trova da soli e soltanto la nostra testa può dirci se c’è ancora una strada da seguire».

Ci si saluta in attesa di ritrovarci in aprile con un’altra sessione dei workshop tenuti da Gilles Clement e dai Coloco con cui sono oramai unita nella collaborazione alla creazione della Scuola del Terzo Paesaggio.

Con questa prima lettera/diaristica invito all’incontro tra creature, che rispettando una propria scelta individuale fino in fondo danno vita agli avvenimenti che portano piacere.

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