di Marianna Kuvvet
illustrazione di aleXsandro Palombo (humorchic.blogspot.com)

Teschi e borchie. Yawn, noia. Leitmotiv visti, rivisti, riciclati e copiati. Se lo sono diventati però è perché un designer in particolare li ha resi iconici, riuscendo a conciliare alla perfezione la cura maniacale per la qualità e i dettagli e una personalità ribelle. C’era una volta Alexander McQueen, enfant prodige della moda inglese morto suicida nel 2010, a soli quarant’anni, pochi giorni dopo la scomparsa della madre. Un personaggio controverso che ha combattuto battaglie personali per tutta la vita, perdendo l’ultima e forse la più difficile, riuscendo però nell’intento di lasciare dietro di sé un lavoro che non ha finito di esistere con lui. E se c’è riuscito è perché ha messo l’anima, la sua anima, nelle proprie creazioni, dando sfogo con tessuti, cuciture e colori alla sua creatività senza freni e limiti imposti, creatività folle che tanto ha affascinato le innumerevoli persone che lo hanno definito un genio visionario. Definizione azzeccata per un designer che aveva il talento necessario a creare una giacca o un abito impeccabili ma senza accontentarsi mai, che rendeva ogni sua sfilata un vero e proprio show con contenuti talvolta sociali, talvolta politici, spesso inquietanti e shockanti, sempre inneggianti a un’idea di bellezza forte e sicura con pezzi perfetti nella loro artigianalità e avanguardia. Autodefinitosi un romantico schizofrenico, ha rappresentato con il suo lavoro gli aspetti più profondi, spesso oscuri, della sua personalità, rivoluzionando il mondo della moda a livello creativo con trucchi gotici e silhouette esagerate, trasmettendo live in streaming i suoi show e presentando un ologramma in 3D di Kate Moss, ma anche a livello umano. Nel 1999 porta in passerella l’atleta disabile Aimee Mullins per far volutamente sentire a disagio gli spettatori e obbligarli quasi con violenza a riflettere su tematiche scomode. Nato a Londra nel 1969, il più giovane di sei figli, da un padre tassista e una madre insegnante, fin da bambino dimostra un interesse non comune per la moda, andando contro le aspettative paterne e guadagnandosi le prese in giro dei compagni di scuola, i quali, con l’innocenza e la bontà tipiche dei bambini, gli affibbiarono il soprannome di Mc- Queer. Fin da subito si trova quindi a dover combattere per le proprie convinzioni e sviluppare una personalità forte che gli impedisca di soccombere alle idee e opinioni altrui. All’età di sedici anni lascia la scuola e inizia a lavorare prima con dei sarti e poi con dei costumisti teatrali, ed è facile capire come entrambi abbiano influenzato il suo lavoro in età adulta. Da lì in poi iniziano a susseguirsi le esperienze in case di moda prestigiose e un (immancabile) corso alla St. Martins. A questo punto la strada di McQueen si incrocia con quella di un altro personaggio controverso e malato, Isabella Blow. Fashion editor, icona internazionale, musa di Philip Treacy e talent scout, la Blow acquistò la collezione che McQueen presentò al termine del corso di studi, dall’inquietante titolo Jack the Ripper Stalks his Victims, e da lì instaurò con il designer un rapporto sia lavorativo che umano di stima e collaborazione. Quando la donna, a cui era stato diagnosticato un disturbo di bipolarità, si ammalò gravemente di depressione, una sua amica lo attribuì fra l’altro agli eventi recenti che avevano visto lo stesso McQueen vendere il proprio marchio a Gucci senza interpellare e mettendo da parte la Blow, la quale “si era ormai persa per strada. Tutti gli altri ebbero un contratto e lei ricevette un vestito gratis”. Isabella Blow morì suicida all’ennesimo tentativo nel 2007. La vita di Alexander McQueen è stata segnata tanto da grandi soddisfazioni lavorative quanto da esperienze personali forti che lo hanno portato a divenire un personaggio visionario ma anche cinico e disilluso, che ha analizzato la realtà, a volte cruda, che lo ha circondato, e la ha rappresentata nel suo lavoro. “Io credo nel rappresentare ciò che succede – ha detto una volta – Sono un grande anarchico. Non credo nella religione, o in qualunque essere umano che vuole governare su qualcun altro. Questi temi emergono dai miei show e continueranno a farlo”. È vero, continuano.