Bibi Russel, figlia del Bangladesh, coltiva fin da piccola una gran passione per il disegno, vive un’infanzia circondata da musica, arte e cultura e, “step by step”, come dice sempre lei a proposito del modo in cui ognuno di noi dovrebbe seguire il proprio percorso, raggiunge Londra, dove, nel 1975, si laurea al London College of Fashion. Comincia a fare la fotomodella per riviste come Vogue, Cosmopolitan e Harper’s Bazar, e nel giro di pochi anni diventa indossatrice per importanti stilisti, fra i quali Yves Saint Laurent, Kenzo, Karl Lagerfeld e Giorgio Armani.

Ma i suoi sogni sono nel suo paese, e dopo aver sfilato lungo passerelle internazionali, nel 1994, i suoi passi la riportano a Dhaka. Da lì il suo viaggio prosegue negli innumerevoli villaggi bengalesi, dove, entrando in contatto con la gente, ne studia le lingue e i dialetti, e i loro diversi modi di vita. Si guadagna la loro fiducia, con la convinzione di poter spiegare ai suoi connazionali che la povertà non è una malattia, ma una condizione dalla quale si può uscire grazie ad una dignità che nasce proprio da una vita apparentemente tanto misera. I suoi continui spostamenti, spesso in macchina, sono alimentati dalla speranza di riuscire a far prendere coscienza agli abitanti del suo paese delle loro concrete possibilità. Questo è il sogno che Bibi insegue con gran tenacia e passione, senza mollare mai. Finché proprio nella capitale, situata nel cuore della regione con la più grande coltivazione di juta al mondo, la stilista finalmente crea la sua linea di prêt-à-porter, il cui scopo è usare la moda come mezzo di sviluppo sociale. Il suo marchio infatti si chiama “Fashion for Development”.

E riesce nel suo intento. Oggi la Bibi Productions dà lavoro a quasi trentacinquemila artigiani tessitori che stanno riuscendo ad esportare, con la lavorazione dei tessuti destinati a divenire abiti, una parte della cultura e della bellezza del Bangladesh. È importante ricordare che la caratteristica comune delle fibre utilizzate per le creazioni manuali è l’origine vegetale. I suoi risultati artistici, che comprendono abiti, scarpe, accessori e tappeti, hanno infatti come principio fondamentale l’eco-compatibilità. Ogni tessuto o materiale, grazie anche ai processi di colorazione naturale che non prevedono l’utilizzo di additivi chimici, è biodegradabile e riciclabile: juta, lino, canapa, seta, gusci di noci di cocco, terracotta, legno, foglie di palma, giacinti d’acqua e tutto ciò che si può trovare tra le risorse naturali della pianura del Gange.

L’occasione che Bibi sta offrendo al proprio paese è frutto di un notevole impegno umano e civile. Non è un caso che l’UNESCO abbia sponsorizzato la sua prima sfilata a Parigi e l’abbia insignita della carica di “Artista della Pace”. “I colori del Bangladesh”, questo il titolo della sua seconda sfilata, sono entrati così nel circuito internazionale della moda, e il sogno che all’estero si parli, oltre che delle miserie bengalesi, anche delle tante cose belle che ci sono, sta prendendo forma nella realtà. E se a sensibilizzarsi sono organizzazioni come l’UNESCO vuol dire che nei villaggi può arrivare l’elettricità, i bambini possono andare a scuola e la salute di tutti può essere salvaguardata: questo il significato di “Fashion for Development”.

L’apparente arretratezza del Bangladesh è divenuta la sua forza, l’eco-sostenibile si oppone ad un progresso che si è auto-degenerato alterando i delicati equilibri terrestri. Ecco come la moda eco-solidale, favorendo un basso impatto ambientale sia nella coltivazione dei materiali, sia nella produzione e commercializzazione dei capi, diventa la vera forma di progresso e di sviluppo economico e sociale.

Grazie all’impegno per la sua causa Bibi Russel ha ricevuto numerosi premi nazionali ed internazionali. È stata dichiarata “Donna dell’anno” da Elle Magazine nel 1997, “Imprenditrice dell’anno” dalla Foundation of Entrepreneur Wοmen nel 1999, e nominata nello stesso anno “Inviato speciale UNESCO: Designer per lo sviluppo”.

La cosa più bella da constatare è come da un’idea in fondo estremamente semplice la stilista stia svolgendo un’attività di enorme importanza umanitaria, un esempio che, se seguito, riporterebbe davvero il mondo ai suoi originari, splendenti colori.