di Marianna Kuvvet
foto di Greta Pompei

Tempo fa mi è capitato di leggere l’affermazione di un illustre personaggio del mondo della moda italiana che definiva la scelta del nero come la più facile e scontata. Tale affermazione mi è rimasta impressa e, pur non volendo peccare d’arroganza, mi permetto di dissentire.
Se da una parte per chi lo indossa il nero può superficialmente sembrare la scelta più ovvia e banale (e sottolineo “può” sembrare), dall’altra il designer che decide di abbracciare il total black decide di privarsi di un elemento fondamentale, per l’appunto il colore, puntando su forme, tagli, sovrapposizioni, asimmetrie e materiali. Un tessuto non sarà mai dello stesso nero di un altro così come due designer degni di essere chiamati tali non creeranno mai due abiti neri uguali.
Non solo. La scelta del non colore, intesa anche ma non esclusivamente come predisposizione per il dark look, è espressione di un modo di pensare, di una concezione estetica ben precisa.
Uno dei sostenitori di questa scelta è l’inglese Gareth Pugh, le cui collezioni sono inevitabilmente e continuativamente dominate dal nero, sporadicamente interrotto dall’altro non colore per eccellenza, il bianco. La decisione del designer di eliminare l’elemento colore è collegata alla teatralità e drammaticità delle sue creazioni, all’eccessività delle forme che vengono quasi bilanciate e giustificate dal nero, il quale d’altra parte dà loro forza e carattere. E proprio forza e carattere sono confermati dall’altro elemento prediletto di Pugh, ossia il triangolo, antico simbolo di potere. La figura geometrica si discosta e contrasta la forma naturale del corpo della donna, donando tensione e rigidità alla silhouette femminile.
Altro fautore dell’acromatismo è lo svedese Richard Soedeberg, mente creativa che si cela dietro il brand Obscur, il cui nome già la dice lunga sulla filosofia dominante le creazioni del designer. Obscur racchiude in sé tutta l’essenza dei paesaggi austeri e affascinanti del Nord Europa, la loro cultura crepuscolare e misticheggiante. Soedeberg esprime la volontà di donare un’anima agli abiti e si distingue per la meticolosa ricerca e complessità della costruzione tecnica dei suoi pezzi, caratterizzati da destrutturazione, particolari removibili e modificabili. I materiali usati sono rigorosamente naturali, dal lino al cashmere, dalla pelle alla lana, e le forme e i tagli ricordano le creazioni di Rick Owens e Ann Demeulemeester.
Proprio quest’ultima può e deve essere considerata un’altra illustre “maestra del nero”. Da oltre venti anni lo considera un punto di partenza, la base di ogni sua creazione, lo scheletro di quella che sarà l’architettura finale di un abito. Abile a dare al non colore tutte le sfumature e la profondità che questo può assumere tramite l’utilizzo di diversi materiali quali pelle, piume e tessuti, la designer belga ha definito il nero come “pura poesia, il più bello e misterioso dei colori”. In fin dei conti, ha detto tutto lei.