di Jean Marc Mangiameli

foto di Ginevra Virginia Beltrame

La prima volta che incontrai Ivan Tresoldi (in arte “Ivan”) e il collettivo di Art Kitchen, erano ancora una neonata associazione culturale con un piccolo studio in via Lombardini a Milano. Piccola realtà ma con grandi progetti da realizzare. Un gruppo di ventenni svegli, tutti provenienti da background diversi, accomunati da un grande sogno, quello di “gettare semi al vento per far fiorire il cielo”. Questa la celebre “scaglia” – diventata poi slogan – di ivan, poeta di strada, artista e fondatore – assieme a Jacopo Perfetti – di questo “hub” di menti creative.

Oggi sono cresciuti, la base operativa è sempre a Milano, ma il raggio d’azione si è esteso a quattro continenti. “Gli interventi all’estero partono dall’idea che ci sia una responsabilità critica dell’arte nel produrre e costruire società in contesti di disagio sociale e forti problematicità geopolitiche”, così ivan ci spiega il cuore del manifesto di Art Kitchen Ethika – questo il nome della nuova divisione specifica – che li ha portati prima a Port du Prince (Haiti) nel 2007, a dipingere le mura di una scuola, poi più volte in Palestina. “Ad Haiti trovammo una situazione devastante, un paese blindato, dove ti accoglie l’ONU. Pensavamo che l’arte non fosse azzeccata, invece abbiamo riscontrato un’ottima reazione. E’ stato un viaggio di grandissimo impatto sociale e territoriale. Mi colpì la voglia di impegnarsi e la situazione di un paese che verte in una condizione di grande disumanità”. Dopo il terremoto devastante del dicembre 2009, i ragazzi si sono dati da fare e hanno continuato a dimostrare la loro solidarietà, stampando migliaia di cartoline d’artista, vendute al Rinascente store, il cui ricavato è andato in beneficenza.

Importante anche il lavoro palestinese che ha visto Art Kitchen, oltre ad altri enti, impegnata in prima linea nella raccolta fondi e nella realizzazione del progetto “Scuole di gomma” per la ONLUS “Vento di Terra”. Il progetto si è felicemente concretizzato in un nuovo edificio scolastico a sud di Gerusalemme, interamente costruito con materiali di riciclo.

Nel nome dell’arte contemporanea il collettivo è approdato anche sulle spiagge del Libano. “Siamo andati a Faqra, poco sopra Beirut, assieme a TV Boy e Ozmo, portando un po’ della nostra arte di strada, abbiamo dipinto delle strutture che erano state messe a nostra disposizione. Beirut è una città con delle contraddizioni devastanti sia in termini di popolo, sia per quanto riguarda la struttura urbanistica; si trovano a convivere culture differenti tra vetrine di Armani e palazzi decadenti. Per contro c’è un grande fermento artistico, c’è voglia di fare e si respira libertà; è un popolo meticcio che esprime molte differenze. Artisticamente sono molto più attivi di noi.” ivan non ci risparmia l’inevitabile confronto tra la situazione italiana e il resto d’Europa “Il problema non è tanto il sistema dell’arte, è il sistema paese che non produce e non investe. Certamente Olanda e Germania sono dotate di strutture migliori per svolgere questo tipo di attività”.

Haiti, Palestina, passando per il Libano, forse andranno al Cairo ma per ivan è l’esperienza personale del viaggio a Cuba a lasciargli i ricordi più belli. Chiamato a rappresentare l’Italia al XII Festival Internazionale della poesia dell’Avana ricorda: “Era  bello essere finalmente riconosciuto come poeta e potermi dedicare all’isola e alla mia poesia. Cuba è stato per me il posto che incontrava le vie giovanilistiche utopiche con la dura realtà dittatoriale. Emozionante in tutto: in termini di esperienza umana, di colori e di poesia raccolta”.

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