di Serafino Murri
foto di Gerald Bruneau | blackarchives.it

“L’hacker è una figura di frontiera. Non è al di là del bene e del male, diciamo che è tra i pochi privilegiati che può ancora scegliere da che parte stare – fermo restando che bene e male, in questo intramondo, possono assumere aspetti e motivazioni che corrispondono poco o nulla ai valori che, nella superficie, si intendono con queste parole”. Così parlò – tra il profetico e il post apocalittico – Fabio Ghioni, classe 1964: l’hacker italiano più celebre nella superficie del mondo reale. Volto segaligno protetto da occhialetti rettangolari, essenza proteiforme tra il guru e il nerd, tra il consulente aziendale e il pirata informatico, Ghioni parla come “uno che sa”, muovendosi con disinvoltura sulla sottile linea rossa che divide il lecito dall’illecito nello sconfinato pluriverso del cyberspazio, frontiera virtuale senza più nazione né confini, alla ricerca di verità nascoste dietro la grande facciata della Rete. Quella dell’hacker non è una professione. Semmai, è qualcosa che si professa: una filosofia di vita, uno state of mind. Hacker lo si diventa sul campo, dove si lascia, a furia di smanettare, la vecchia pelle dello user, l’utente webdipendente nella sua attività passiva, imposta dall’alto dei siti, imparando a usare i microscopici varchi che ogni sistema informatico è costretto a lasciare aperti. Tra i molteplici significati di una delle parole più sfuggenti e sfruttate del nostro tempo, il verbo to hack, non a caso, c’è proprio “aprirsi un varco”. L’inafferrabile identità di Ghioni, però, è balzata al (dubbio) onore delle cronache dei business media nel 2010, quando era al comando di un segretissimo “Tiger Team”, drappello di supereroi della digital security incaricati dalla Telecom Italia di proteggere i confini virtuali nazionali dalla minaccia dei cracker. Ovvero, gli hacker che hanno scelto la parte del male: mercenari al soldo di servizi segreti o industrie private, dediti al sabotaggio e al furto delle banche dati che celano i segreti economici, finanziari, militari e politici del pianeta. Una Mission Impossible che lo ha portato in cella d’isolamento a San Vittore per aver inserito dei trojan (file-spia) nei blindatissimi computer della Kroll, beffando la più grande agenzia investigativa statunitense, multinazionale dell’indagine sui sistemi finanziari, che ficcava il naso nel nostro spazio virtuale. Rischi del mestiere, a quanto pare, se Ghioni è subito tornato in pista, e la sua (controversa) fama lo ha portato a essere trasformato persino in eroe dei fumetti con il nickname di “Hero-Z”: una graphic novel techno-thriller che ha spopolato negli USA. Ma il successo è una iattura, per i solitari Samurai dell’inframondo virtuale. L’identità anagrafica è meglio perderla in un meme come quello di Anonymous, l’Avatar da anni in prima linea in ogni battaglia di principio nella Rete: un’idea che vive di vita propria, indipendentemente dagli individui che di volta in volta la portano avanti. Ghioni, sornione e impassibile, qualche indizio dell’intramondo e della sua filosofia ce lo dà, spiegandoci nella sua bibbia personale, il libro Hacker Republic, che la tecnologia è il nuovo oppio dei popoli, qualcosa che ci usa mentre crediamo di usarla. E così, laddove il resto dei comuni mortali è monitorato dalle intelligenze centrali di tutti i servizi segreti della Terra mentre svende senza saperlo tutti i diritti sulla sua identità reale a social network e affini, l’hacker costruisce percorsi e nonluoghi alternativi, dove lo scambio tra persone non sia carne da cannone per spam e cybervenditori, e le trame oscure possano essere intercettate e messe in mutande. Una battaglia segreta per la libertà, dunque, dove le grane con il mondo reale e le sue insidiose leggi di controllo del cyberspazio sono all’ordine del giorno: basti pensare alle peripezie di Julian Assange con Wikileaks. Una battaglia che tutti, non solo gli hacker, saranno presto chiamati a combattere, usando quello che Ghioni definisce l’antivirus più sofisticato: il proprio cervello.