di Claudia Bena

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Naturalmente all’inizio ero un po’ inquieto, perché non ero riuscito a soddisfare il mio desiderio di andare a Gerusalemme, ma poi pensai che nemmeno questo era accaduto al di là del volere di Dio, e mi tranquillizzai con la speranza che Egli, nella sua immensa bontà, avrebbe considerato le mie buone intenzioni e non avrebbe permesso che il mio viaggio sventurato risultasse privo di significato e di valore spirituale.

Il pellegrino russo continua il suo racconto. Da un manoscritto del monte Athos.

Quella che vedete è Santa Caterina, grande martire di Alessandria. Niente di meno che la sposa di Cristo, per merito della quale moltissimi romani si convertirono intorno al quarto secolo d.C. Vennero anche quasi tutti torturati e martirizzati per questo ma, come si dice, impervia è la via che ti condurrà al Signore.

A lei è dedicata la chiesa ortodossa di Roma, costruita all’interno dell’ambasciata russa, a due passi dal Vaticano, alla fine del secolo scorso. Cinque cupole azzurre tagliano il cielo che protegge la cristianità, sottolineando che il dio sarà lo stesso, ma le differenze ci sono eccome.

Erano i tempi delle scomuniche e degli anatemi, di imperi che si sfaldavano, di crociate. Era l’inizio dell’irreversibile divisione tra la lingua e la cultura greca da quelle latine. Era il medioevo, uno dei periodi più bui della nostra storia. Era il 1054, l’anno del Grande Scisma. La Chiesa Ortodossa Orientale prende le distanze dalla Chiesa Cattolica Occidentale.

Sono le nove del mattino ma già fa caldissimo. Affronto la salita abbagliata dal bianco della chiesa che riflette il sole di inizio giugno, temo di non essere riuscita a interpretare bene giorno e orario quando finalmente giungono alle mie orecchie voci di donne che intonano inni di chiesa. Entro. Bianco e oro e il muro delle icone che divide i credenti da chi officia messa. Il rito è più vicino alle tradizioni religiose orientali che alle nostre: la Divina liturgia è quasi completamente cantata; le icone hanno una potenza catartica ed evocativa. Lontane dal ruolo principalmente educativo di quelle nelle chiese occidentali, sono un mandala, un ponte con il divino.

Posso contare le persone sulle dita di una mano. D’altronde è sempre giovedì mattina, probabilmente qualsiasi chiesa romana sarebbe semivuota. Come al solito ho sbagliato abbigliamento. I pantaloni dove tutte portano la gonna, anche corta. C’è un bambino che corre per l’unica navata (le chiese ortodosse sono a croce greca o circolari) e si diverte ad accendere e spegnere le luci. Non vede l’ora di mangiare il dolcetto offerto alla fine della cerimonia. Si chiude la tenda rossa, le donne baciano una per una le immagini dei santi, le candele vengono spente e un profumo di cera riempie la stanza.

Ite, missa est (forse, io non lo capisco il russo).

I miei impegni mi costringono, una volta uscita, a passare davanti San Pietro. Una folla informe occupa la piazza, scatta foto ricordo, aspetta il suo turno davanti al metal detector per entrare, consumare ulteriormente il piede del primo padre della Chiesa e poter ammirare le opere che rendono grande questo luogo. La chiesa d’Oriente non crede nell’infallibilità del papa. Questa storia del primus inter pares non gli è mai tornata. Ma questi sono altri tempi, tempi di strette di mano e sorrisi per la stampa. Nel 1964 Paolo VI e Atenagora I’annunciano la riconciliazione. Un nemico più pericoloso si sta affacciando sul Mediterraneo. È tempo di nuove crociate.