di Laura Bastianetto

“Scing a song pliis”.  Due occhi neri e intensi quasi m’implorano di cantare una canzone italiana. È Heena a farsi coraggio tra tutte le sue amiche. Il suo corpo smilzo, avvolto in una stoffa fucsia, muove i primi passi appena io, con aria imbarazzata, intono le prime note di “O’ sole mio” che, penso, sia una delle canzoni italiane più conosciute nel mondo. Evidentemente però a Bandh, in questo villaggio nel distretto di Solan nell’Himachal Pradesh nel nord dell’India, “O sole mio” ancora non è arrivata e chissà se mai arriverà.

Ci sono quattro o cinque case al massimo circondate da montagne di terra rossa e vegetazione. C’è un piccolo spaccio dove si trovano biscotti al burro così dolci da far venire le carie ai denti, qualche bibita (anche Pepsi e Fanta) e cascate di caramelle.

C’è una scuola che non corrisponde proprio a quella del nostro immaginario collettivo. Un piccolo giardino di fango ed erba incolta circonda un piccolo casolare con due aule: una per i più grandi, dagli 11 ai 18 anni, e l’altra per i più piccoli, dai 4 ai 10 anni. Non ci sono banchi, ma solo un tappeto lurido e bucato dove sedersi e delle lavagne tanto rovinate che neanche il cancellino riesce a fare più il suo lavoro.

Ogni mattina il piccolo mondo che vive presso la struttura dell’associazione di volontariato Ruchi (siamo un gruppo di italiani, sudcoreani, giapponesi, ungheresi e cechi) si muove, rigorosamente a piedi percorrendo circa 2 km, per raggiungere la scuola. Quella diffidenza iniziale dei bambini è abbattuta immediatamente. Il primo passo è conoscersi. “Say me what’s your name and what do you like”. I bambini di Bandh non parlano inglese. Sanno dire come ti chiami e poco altro. Abi è l’unico a cavarsela perché ha frequentato l’istituto inglese. Per tutti gli altri ci pensa Deepak il nostro team leader, l’unico che può mediare tra l’hindi e l’inglese.

Non esiste un programma da seguire, siamo liberi di poter insegnare ai nostri piccoli studenti indiani ciò che vogliamo. I giorni scorrono, l’uno dopo l’altro, e a noi spetta l’onere e l’onore d’inventare qualcosa di nuovo ogni giorno. Deepak dice “today we can do math” e stop. Non aggiunge altro. Come si può fare una lezione di matematica a dei bambini di 6 anni che parlano solo hindi? Il gioco è l’arma vincente e così inventiamo un ruba bandiera con i più, i meno, i per e i diviso. Alle 13 è tutto finito e si torna a casa. Nel pomeriggio solitamente i bambini aiutano le proprie famiglie nelle faccende di ogni giorno. Incontro spesso Ancel quando ritorna dalla fonte. Arranca sulla strada per il peso dei panni bagnati che porta sulla testa. Sapna invece accompagna sua madre a far pascolare le mucche che sono solite ruminare proprio sul ciglio della strada.

Quelle strade. Piccoli lembi di terra semiasfaltata dove ogni giorno viaggiano tir, bus, automobili, moto, vacche e capre in entrambi i sensi di marcia. La guida è all’inglese, a destra, e quando si scende per raggiungere il paese più vicino si costeggia la montagna. Sul bus sempre pieno, dove si sta ammassati come sardine, risuona una musica hindi assordante e il rumore incessante del clacson. Addirittura ci sono alcuni bus che hanno una vera e propria “consolle” con diversi suoni da usare per ogni necessità.

Quando invece si sale sulla strada impervia che porta al villaggio di Bandh si costeggia il dirupo. Nella mia prima volta su un bus indiano sono stata rapita dalle immagini intorno a me. Con gli occhi curiosi di una bambina ho guardato quelle montagne immense, quel tramonto di fuoco e quella vegetazione così rigogliosa. La meraviglia di fronte all’esplosione della natura è stata però interrotta dal balletto o addirittura dai salti che mio malgrado mi sono ritrovata a compiere su quei dieci centimetri di sedile, conquistati a fatica. Ecco perché dopo quella prima volta ho deciso di chiudere gli occhi, d’indossare le mie cuffiette e di ascoltare “Paranoid android” dei Radiohead per non vedere il “paranoid sorpasso” del conducente del mio bus. E così è stato in tutti i miei viaggi successivi in India da Bandh a Solan, da Solan a Shimla e ancora fino a Mc Leod Ganj dove mi sono concessa il mio ultimo weekend indiano.

A Mc Leod, sede del governo tibetano in esilio e residenza ufficiale del Dalai Lama, raggiungo la pace dei sensi. Tra le montagne di Bandh già avevo assaporato la tranquillità dei tempi scanditi dalla natura. Eppure la pioggia monsonica incessante, l’incubo dell’alluvione di Leh a poche centinaia di chilometri e quelle montagne che mi hanno abbracciato e al tempo stesso spaventato non mi hanno fatto dormire sonni tranquilli. Il cibo poi non ha allietato quei giorni a Bandh e non perché le pietanze indiane non siano buone. Piuttosto ho provato disgusto per le verdure speziate che Ruchi ama propinare ai propri volontari tutti i giorni a pranzo e a cena. Per non parlare del fantasma onnipresente della dissenteria da cui io ne sono uscita indenne, ma non i miei compagni di viaggio.

La mia camera d’albergo a Mc Leod Ganj è economica (2 euro a notte), ma molto umida. Il paese, situato a 1800 metri di altezza, è avvolto da una coltre di nuvole che non consente al sole di filtrare. Solo la sera il cielo è sgombero tanto da sembrare un planetario. Dal terrazzo della mia camera che affaccia sulla stradina principale Temple Road, percorsa ogni giorno da monaci tibetani, turisti e ragazzi indiani che scorrazzano spesso mano nella mano in segno di amicizia, riesco a vedere la mia prima e unica stella cadente indiana.

Il paesaggio e l’aria che respiro a Mc Leod m’infondono serenità. Da qui mi sembrano così lontani quei primi tre giorni trascorsi a Nuova Delhi dove già appena fuori dall’aeroporto si viene travolti dal caos e da un vento caldo e bagnato.

La sensazione è quella di trovarsi in un bagno turco, dove però non aleggia l’odore delle essenze e degli oli profumati. Piuttosto l’aria è una miscela di escrementi, spezie, sudore e profumi. La città è un vero caos. Bus, tuc tuc taxi, risciò, macchine, vacche sacre e capre si muovono all’unisono senza seguire un particolare codice stradale e suonando ininterrottamente il clacson. Il primo impatto mi diverte e mi spaventa. Per le strade di Dehli vedo motorini con intere famiglie a cavalcioni, capre al guinzaglio e cani sciolti, pedoni che attraversano la strada correndo per non farsi investire e indiani che vivono sui marciapiedi e dormono sullo spartitraffico di strade a lunga percorrenza. M’imbatto quasi subito nei consiglieri fraudolenti, proprio come in una bolgia dantesca. Tassisti, conducenti di bus, receptionisti degli alberghi mentono spudoratamente sulla dislocazione degli uffici turistici al fine di traghettare gli avventori verso le loro agenzie di viaggio. Sembra una maxiorganizzazione così ben strutturata da far cadere nella trappola anche il turista più disinvolto e informato sui rischi di raggiri in India.

Nel mio caso è proprio il tizio dell’albergo a tendermi il tranello. Da un banale tour per Delhi prospettato mi ritrovo per circa un’ora in un’agenzia dove anche l’acquisto di un biglietto per un treno per il Taj mahal si rivela una missione impossibile. Il giro per Delhi a bordo di un tuc tuc si conclude con una nuova “gita” in un’altra agenzia. Non riesci a esimerti. Gli indiani ti braccano e ti assillano. Capisco solo al terzo giorno che l’unico antidoto è dire un secco “No, thanks”.

Il viaggio in auto verso il Taj Mahal mi consente di vedere il volto miserabile dell’India. Uomini nudi per la strada, storpi, bambini scalzi e sporchi, alcuni drogati di colla, che chiedono l’elemosina propinando acrobazie, impossibili con tutte le ossa al loro posto. Purtroppo mi abituo presto a quelle immagini se non altro perché non ho il tempo di metabolizzarle. Arrivano agli occhi come fotogrammi, uno dopo l’altro, e solo quando torno alla ‘normalità’ la scena è completa. Con uno schiaffo mi risveglio a Roma.