testo di Gianluca Marziani

Il progetto del 2010 per Pirelli, nato da una relazione privata tra Carlo Gavazzeni e il Teatro di Villa Torlonia, conferma il peso specifico di un’energia amorosa tra Roma e l’artista stesso. Carlo ha disvelato la solitudine selvaggia del teatro in squallido disuso, si è inerpicato nei suoi rumori bianchi, nel fragore muto del pathos notturno, nel graffitismo rude e purulento dei messaggi murali. Un luogo unico dentro una Roma residenziale e connotata, dentro una villa dalla memoria muscolare e dalla natura aristocratica. Villa Torlonia non è la più grande ma di certo la più speciale tra le antiche dimore che oggi ospitano il relax dei romani. Qui dentro si colloca un teatro di puro eclettismo ottocentesco, per decenni in stato di infecondo abbandono. Gavazzeni lo ha scoperto prima del filologico restauro, quando l’estasi del decadimento impollinava l’aria di esoterismi strozzati, silenzi tombali, storie furtive. Mi ha confessato Carlo di aver trascorso non solo ore diurne ma anche intere notti dentro le sale in forma di rudere. Nottate da fantasmi capitolini e da pericoli tipicamente metropolitani: un rumore cieco dell’oltretomba possibile e poi un rumore sordo di scarpe che camminano, di corpi dipendenti e in penosa pena. La violenza degli spazi in disuso e la durezza del pericolo reale: lo squarcio della bellezza che sanguina e stratifica graffitismi sporchi, ubriacature odorose, amplessi umani e animali, sonni incoscienti, ragnatele…

Oggi il teatro sta riprendendo una vita contemporanea, pulito dalle sue scorie esteriori, rimesso a lucido per sfilare nei programmi culturali della città. Del suo passato virulento restano, per fortuna, le immagini dense di Gavazzeni, memoria vivente di un notturno catacombale che piacerebbe ad André Gide e Thomas Bernhard.

La sequenza fotografica ci riporta nel paradiso perduto di un anfratto romano. Percepisci lo stridore dell’apocalisse da camera e il suono planetario della solitudine archeologica. Il teatro di Gavazzeni lascia parlare la natura che riprende lo spazio dell’istinto, racconta i colori del pulviscolo e delle lame di luce improvvisa.

Le dissolvenze incrociate, la sensualità cromatica, i tonalismi armonici, il campo avvolgente delle inquadrature: ogni scatto ragiona con la stessa metrica della stratificazione archeologica, condensando l’eccesso e stringendo la moltitudine nel perimetro della vista. Sembra che Gavazzeni abbia ragionato da scacchista, dove alla singola mossa ha sostituito il singolo scatto, la tensione compressa di un clic che arriva dopo il galleggiamento nella noia (quella ultrapotente di cui parla Heidegger). Le immagini elaborano la provvisorietà del tempo con un’attitudine orientale, assecondando il quotidiano con la fermezza interiore della pazienza. Mi ha colpito la qualità del tempo interno, quel modo poco appariscente che mi ricorda la pittura cerebrale di Gerhard Richter, la fotografia in bianconero di Hiroshi Sugimoto, la scultura ambientale di James Turrell.

Carlo Gavazzeni appartiene ad una razza creativa ormai rara, fatta di attese e calibratura del talento, di lentezza e improvvise partenze, di rigore e sottrazione continua. Tutto ciò produce qualcosa di unico, difficilmente paragonabile ad altre cose: perché il talento rigoroso, non dimentichiamolo, regala archetipi e non fotocopie. Quelle di Gavazzeni sono opere scivolose, nel senso che vanno verso la pittura, la scultura, il movimento interno (da cui evocare immaginari video), come se la fotografia cercasse, nel suo educato mutismo, la molteplicità identitaria del proprio status contemporaneo. Quando a parlare sono gli archetipi, l’apertura linguistica nasce spontaneamente, senza margini di forzatura concettuale. Basti citare Gary Hill e Bill Viola, videoartisti che scivolano nel disegno, nella pittura, nella scultura. In quattro parole: slittanti per natura interiore. Ci vuole, ribadiamolo, il culto impaziente della pazienza, il senso del tempo aperto dentro lo spazio chiuso, la percezione delle imperfezioni, la paura che l’eccellenza sia un rischio. Ci vuole un’energia liberata e non solo liberatoria. Ci vuole il coraggio di uscire dalle consuetudini dei media e dalle somiglianze emollienti. Ci vuole la forza di parlare col silenzio, lungamente, amorevolmente, radicalmente.