di Elena Adorni

Great Papuan Plateau, provincia di Southern Highlands. Papua Nuova Guinea.

Nella foresta tropicale, sui pendii del monte Bosavi, vivono i kaluli. Milleduecento anime distribuite in circa venti gruppi. Le loro case si trovano in collina, ma il monte Bosavi, da cui prende il nome la loro lingua, è sempre meta di caccia e di esplorazione.

L’antropologo, etnomusicologo e linguista americano Steven Feld decise di trascorrere più di vent’anni della sua vita in questa terra, tra questo popolo, raccogliendo poi tutta la sua analisi nel saggio “Suono e Sentimento”, titolo che racchiude la linfa della cultura kaluli. Quando si entra in contatto con una cultura diversa dalla nostra ci colpiscono sempre i fatti sociali più vicini a noi, forse perché ci scordiamo di viverli e di metterli in pratica ogni giorno.

La reciprocità è il motore della società kaluli, una specie di legge che organizza e regola gli avvenimenti quotidiani, in particolare quelli legati allo scambio, all’affetto, alla solidarietà e all’ospitalità. Ma anche in forma più pragmatica e materiale, o meglio, sotto forma di ciò che noi crediamo pragmatico e materiale, la reciprocità domina sempre. Ad esempio il cibo. Il cibo viene condiviso, sempre. Non c’è scritto da nessuna parte ma tutti lo fanno, perché vi è una ragione sociale. Il cibo regola i rapporti extra-familiari, li sviluppa e li consolida. Quando due kaluli mangiano insieme gamberetti d’acqua dolce, galin, i commensali si chiameranno reciprocamente con il nome della pietanza, e quindi in questo caso “mio gamberetto”, ni galin.

L’amicizia e l’altro sono fondamentali nella società kaluli. Niente li rincuora più di una casa piena di amici, rumori e movimenti, assistenza, sostegno, facce familiari. Gli eventi sociali tra i kaluli sono rumorosi, affollati e pieni di esuberanza, e interrelazioni e sentimenti sono esplicitati e proiettati all’esterno. Quindi, come si può ben intuire, la solitudine è ciò che in assoluto è più temuto, ancor più della morte. Un kaluli solo è un kaluli morto. O meglio, un kaluli solo si trasforma in uccello.

Il mito narra di due fratelli che cercavano cibo in un ruscello. La ragazza acchiappò un gamberetto ma non lo porse in dono al fratello minore, il quale lo chiedeva con insistenza perché era affamato. La sorella continuava a negargli il gamberetto e il bambino per questo si sentiva triste e abbandonato. Quando la sorella, presa dal senso di colpa, si voltò, vide che il fratello era diventato un uccello: le mani erano ali, la bocca era un becco lucente. Lei gridava e si disperava, ma le sue parole ormai erano vane. Ora il bambino era un uccello muni e continuava ad emettere il suo verso piangente.

Per i kaluli l’assenza di rapporti umani è come la morte. Nel mito il bambino diventa uccello perché gli uccelli sono considerati ane mama, ovvero “manifestazione degli spiriti” dei loro morti. A ogni canto di uccello corrisponde il codice sonoro di uno stato d’animo, come se la fauna fosse una società umana metaforica. Ad esempio l’uccello muni è associato allo spirito dei bambini, poiché il suo canto è una melodia discendente e acuta, come un falsetto.

La solitudine è morte, e la morte è solitudine. Quando un membro della società viene a mancare, vengono istituite cerimonie funebri durante le quali il corpo del defunto viene sistemato al centro del luogo sacro, e intorno le donne liberano i loro lamenti. Riproducono il suono degli uccelli, aggiungendo testi poetici che ricordano il padre, il marito o semplicemente qualcuno che scompare. Le melodie richiamano l’andamento delle cascate e delle acque che attraversano la foresta, in un’armonia musicale che racchiude in sé tutto un ecosistema. Il lamento è impulsivo, perché è vero dolore, ma allo stesso tempo contiene regole poetiche e melodiche precise che creano l’estetica del canto.

L’acqua, gli uccelli, il cibo sono incarnazioni di sentimenti profondi. La natura veicola la cultura, e viceversa. I paesaggi sonori sono paesaggi dell’anima.

Feld racconta di quando cercava di analizzare il canto di alcuni volatili nella foresta, insieme al suo accompagnatore Jubi, che stava imitando richiami e comportamenti e improvvisamente successe qualcosa. Ad una domanda dell’antropologo Jubi rispose: “Per te sono uccelli, per me sono voci nella foresta”.