testo di Claudia Diaconale
foto di Ilaria Di Biagio | ilariadibiagio.com

Stavamo semplicemente scherzando. Ridevamo, chiacchieravamo ed è venuto spontaneo portare una mano vicino al suo volto per fargli una piccola carezza. Per un attimo, meno di un secondo, nei suoi occhi è apparso del terrore, quasi reverenziale. Poi, quasi ridendo, ha detto che quella era la tipica eccezione che confermava la regola.

Era il 2005, vivevo in Australia ed è stato il giorno in cui ho conosciuto il mio fratellino spirituale Om. Sapevo che in certe culture la testa è il punto del corpo più importante, ma non ho mai creduto si potesse considerare sacra. Si, proprio sacra. Al punto che neanche i genitori possono toccare la testa dei figli una volta superata la loro infanzia. Se si vuole offendere qualcuno e si vuole avere la certezza di riuscire nel proprio intento basta avvicinare un qualsiasi oggetto alla testa della persona in questione ed il gioco è fatto. Sono seria.

Non ci credevo, pensavo che Om mi prendesse in giro, ma sono bastati pochi minuti del suo racconto per farmi immergere nella magia che avvolge la cultura thailandese.

Ammetto che a vent’anni mi veniva da ridere e quindi gli ho fatto la domanda più banale di tutte: ma perché considerate sacra proprio la testa? La sua faccia sprizzava di gioia da tutti i pori e, allo stesso tempo, aveva assunto quell’aria di chi ti dice che una risposta netta non la ha, ma forse, se hai fatto quella domanda, hai voglia di sentire una storia.

E lui ha scelto di iniziare la sua raccontandomi dei tanti miti legati al dio Ganesh (o Ganapati). Al di là delle centinaia di versioni che si possono sentire, in tutte c’è sempre la madre Parvati che genera questo figlio senza l’aiuto del padre Shiva. La notte del concepimento sogna un elefante che scende dal cielo, è per questo prenderà il nome di Ganesh/Ganapati, Signore degli esseri celesti. Ma poi il figlio della dea, che aveva sembianza di un bambino, viene decapitato, e per riportarlo in vita gli altri dei portarono la testa di un elefante da riattaccare al corpo.

Ecco perché la testa è sacra in Thailandia. Già, ma perché l’elefante? La risposta è ovvia: perché anche gli elefanti sono sacri.

Anzi, sono praticamente l’elemento fondante della loro mitologia, religione, cultura e perfino dello stile di vita. Si dice infatti che Buddha stesso scelse le sembianza di un pachiderma per scendere sulla terra.

Senza contare che, ancora oggi, gli elefanti vengono utilizzati come mezzi di trasporto e per svolgere tutti quei lavori pesanti impossibili alle sole forze umane. Prima dell’industrializzazione, erano anche l’unico mezzo di trasposto e strumento di lavoro. Un’ottima ragione per rispettare questa creatura.

Ma quando Om mi raccontava del suo mondo, con gli occhi luccicanti colmi di amore per la sua casa e pieni di speranza per il futuro, in Thailandia c’erano ancora circa diecimila esemplari di elefanti. Oggi sono circa quattromila e sono meno di tremila gli esemplari allo stato selvatico.

Il rischio estinzione è alle porte e la continua riduzione del loro habitat naturale, la convivenza sempre più forzata con l’uomo ed il bracconaggio di certo non facilitano la situazione.

Penso a nove anni fa, a quanti sogni non infranti Om ed io dovevamo ancora provare a vivere e a quanto sono cambiate le cose. Mi chiedo come se la sta cavando lui in questo momento di crisi economica mondiale. Penso a quanto sono ammirabili quel migliaio di elefanti in cattività che, pur di non vedersi rimpiazzare da una macchina e ritrovarsi disoccupati, si rimettono ancora una volta alle decisioni dei loro mahout (addestratori) e si prestano ad imparare improbabili acrobazie per il divertimento dei turisti. Rivendo ancora gli occhi di Om e spero con tutto il cuore che a lui vada meglio, risento nelle orecchie la nostra promessa e mi rendo conto che non sono l’unica che non si vuole accontentare del male minore.

Ben vengano gli elephant camp per turisti o il famoso Thai Elephant Conservation Center (TECC) di Lampang, uno dei più attivi centri asiatici di conservazione della specie, se l’alternativa è l’estinzione. Ma queste iniziative non sono più sufficienti. Non si possono cancellare gli errori del passato ma si può cercare di far volgere al meglio il futuro. E, nonostante le immense difficoltà legate a questo nostro mondo e questa nostra epoca così affascinante e contraddittoria, aumentano gli sforzi per rimpossessarsi di uno dei valori più importanti che stiamo perdendo: il rispetto per ciò che è diverso da noi.

Ben vengano allora le iniziative come la Festa degli elefanti che si svolge a marzo nella città di Ayutthaya per promuovere una cultura pro elefante e sensibilizzare anche i turisti: forse rimane una goccia nell’oceano ma, sempre – come direbbe Om – se levassimo tutte le gocce l’oceano non esisterebbe nemmeno! Senza contare che possiamo sempre prendere spunto dal presente per imparare e migliorarci. Basta osservare quello che avviene nel villaggio di Ban Ta Klang dove gli abitanti, i Suay, allevano i pachidermi come amici, animali domestici con cui condividere la loro vita.