Campagne, fiumi, aratri, silenzi, risaie, biciclette, pescatori, profumi di thè, verdure cucinate, statue e monasteri millenari. Meditazione, spazi immensi e poi ancora caos, persone, milioni di persone, vociare, macchine, grattacieli illuminati, sputi, smog, inquinamento, trambusto, musica e colori. Tutto in un solo viaggio, tutto diviso per tre.
Tre amici, infiniti km di pullman, ore e ore di treno e una traversata in nave. Un mese e mezzo attraverso la Cina, un mese e mezzo attraverso gli innumerevoli contrasti di un paese alla ricerca della sua nuova strada.
Roma – HONG KONG
Un’enorme stazione dal soffitto basso, una miriade di persone divise in file più o meno ordinate, un gran vociare. Sullo sfondo la polizia cinese. Siamo alla frontiera. Facce serie, atteggiamento militaresco. Siamo gli unici ad avere fattezze occidentali. Abbiamo appena trascorso due giorni nella caotica Hong Kong, enorme agglomerato urbano dove la recente storia anglosassone e la nuova appartenenza cinese si scontrano. Il cambio netto tra occidente e oriente si nota subito appena varcata la frontiera: ci ritroviamo in una stazione degli autobus, in mezzo ad uno sciame di cinesi vocianti, eccitati e tesi. Sta per iniziare il nostro viaggio. Destinazione finale: Pechino.
Hong Kong – YANGSHUÒ
Dopo una notte trascorsa su un comodissimo pullman-letto, (un gigantesco autobus che al posto di normali sedili ha veri e propri letti), alle prime luci dell’alba approdiamo nella piccola cittadina di Yangshuò. Ad accoglierci c’è uno sparuto gruppetto di ragazzi. Ognuno di loro, con un improbabile inglese, prova a convincerci che sarebbe la guida perfetta per condurci nella campagna cinese in questi due giorni. Alla fine ci facciamo catturare da Robert, un ragazzone dai capelli impomatati che ci porta in un alberghetto di suoi amici. Per pochi yuan Robert ci organizza tutta la giornata. È una situazione strana, le barriere linguistiche e culturali ci fanno sempre dubitare, il timore è sempre quello di essere fregati.
Dopo una breve colazione a base di spaghetti di soia con verdure in una fatiscente baracca, ci avventuriamo nella campagna cinese a bordo di un piccolo pulmino.
Mi sembra di essere tornato indietro di cent’anni. Strade sterrate, risaie a perdita d’occhio, contadini immersi nel fango che lavorano la terra con aratri di legno trainati da buoi. La prima tappa consiste in una mini crociera lungo il fiume a bordo di minuscole zattere di bambù. La zona di Yangshuò è famosa per i pinnacoli carsici, montagne dalla forma appuntita che spiccano tra giardini terrazzati e risaie. Una mandria di gnu sta facendo il bagno nel fiume ed enormi libellule colorate ci ronzano intorno. Siamo finalmente soli in mezzo alla natura.
Alla fine della gita sul fiume torniamo da Robert che, solo dopo averci muniti di caschetti da operaio, ci conduce in esplorazione della montagna. La visita scorre via veloce attraverso cunicoli stretti e bui. Sulla nostra testa volteggiano pipistrelli e l’eco dei nostri passi riempie la caverna con un rumore sordo. Ci immedesimiamo sempre di più nei protagonisti del film “Viaggio al centro della terra”.
Yangshuò – EMEI SHAN
Sto scrivendo da una piccola stanza in un monastero buddista sul monte Emei-shan. L’Europa sembra ormai lontana anni luce. Ho la testa sgombra e sono pervaso da una inspiegabile serenità. Siamo nell’est della Cina, non lontani dal Tibet, nella provincia del Sichuan. Una delle zone che ancora ha conservato quella spiritualità che anni di regime maoista hanno provato a cancellare. Siamo giunti a Leshan con un breve volo interno. La città è famosa per essere uno dei siti più importanti del buddismo in Cina. Qui risiede la statua del Buddha più grande del mondo. Settantuno metri di colosso scavato dai monaci su una parete di roccia alla confluenza di tre fiumi. Lo spettacolo è incredibile e ci lascia a bocca aperta.
Trascorriamo così la giornata umida e piovosa, visitando diversi templi. Le statue del Buddha e di altre divinità si susseguono ovunque. Compro un rosario buddista e mi inginocchio alcuni minuti in un minuscolo tempio dove l’unica luce proviene da una miriade di candeline. Lasciamo la cittadina di Leshan sotto una pioggia incessante e dopo una quarantina di minuti siamo ai piedi della montagna sacra, patrimonio dell’Unesco: l’Emei-shan.
Sono le sei del pomeriggio. Tra due ore non ci sarà più luce. Il nostro autista ci spiega che per trovare un rifugio dobbiamo proseguire a piedi nel bosco per circa un’ora e mezza. Dopo un animato dibattito con i miei compagni di viaggio, spinti dalla voglia d’avventura e da un pizzico di incoscienza, decidiamo di incamminarci per il sentiero. La passeggiata non è delle più rilassanti. Piove, gli zaini pesano parecchio, la fame comincia a farsi sentire e non c’è ombra di insediamenti umani. Solo alberi e questa stradina di ciottoli scivolosi. Quando il morale della truppa sta volgendo verso il più totale sconforto, appare sulla nostra destra un provvidenziale portone. Bussiamo. Veniamo accolti dal sorriso tranquillizzante di un monaco minuto, che dopo averci scrutato ed aver ricevuto una misera offerta per il pernottamento, ci fa segno di seguirlo con un impercettibile gesto della mano.
Lo spettacolo che ci troviamo davanti ci lascia sbalorditi: un immenso giardino verdeggiante, curatissimo, con vasche di pesci rossi che si alternano a siepi potate ad arte e statue di divinità. In fondo, davanti a noi, il tempio. Il silenzio fa da padrone. L’unico sibilo è quello dei sonagli portafortuna attaccati ai rami degli alberi, mossi da una lieve brezza. Il tempo sembra essersi fermato.
La cena con i monaci è a base di verdure e tè bollente. L’ideale dopo due ore di cammino… di acqua potabile neanche a parlarne.
Trascorriamo la notte in una stanzetta semplice ma confortevole e alle cinque del mattino veniamo svegliati dal coro dei monaci. Li troviamo tutti inginocchiati nel giardino intenti ad intonare l’“Aum”. (trascritto erroneamente come “ohm”). Non era solo una sensazione: sull’Emei-Shan il tempo si è fermato davvero.
Emei Shan – CHENGDU
Arriviamo a Chengdu in serata, dopo l’ennesimo viaggio in pullman. L’ostello è una palazzina fatiscente che brulica di viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo. Passiamo la serata con turiste australiane, americane e tedesche. Ovviamente rimediamo solamente sorrisi e una sonora sbronza. La mattina seguente partiamo alla volta del parco del “Panda Breeding and Research Center”, l’unico motivo che ci ha spinti a visitare questa città inquinatissima. Passiamo la giornata all’interno del parco, osservando panda di tutte le specie ed età. Nell’immaginario collettivo teneri orsacchiotti ormai in via di estinzione, nella realtà giganteschi orsi che passano la giornata rotolandosi e mangiando bambù, motivo per il quale si stanno estinguendo. Il panda è in realtà un animale carnivoro ma è talmente pigro che preferisce avvelenarsi ingozzandosi di bambù piuttosto che andare a caccia!
Chengdu – YANGZI RIVER
Arrivati a Chongqing ci imbarchiamo per una crociera di tre giorni sullo Yangzi River. Su questo fiume è stata costruita la diga più grande del mondo, che fornisce una quantità di energia pari a diciannove centrali nucleari. Scopriamo che nel costruirla il governo cinese non ha però minimamente preso in considerazione la miriade di persone che, a causa dell’innalzamento dell’acqua, si è trovata costretta ad abbandonare le proprie case e le proprie vite.
La nave sembra un piccolo Titanic e, proprio come sul Titanic, le cabine sono divise in prima, seconda e terza classe. Prendiamo un biglietto in seconda e dato che le stanze sono da due mi tocca dormire sul divano. La terza classe è una sorta di mercato cinese al chiuso. Si sente odore di cucinato e cinesi ubriachi che intonano canzoni e giocano a dadi. Da una camera all’altra sono appese lunghe corde dove la gente stende i panni. Di giorno la nave si ferma più volte per visitate vari siti: palazzi Ming, giardini, mercatini e le tipiche pagode. Ovviamente non sapendo una parola di cinese ogni volta che sentiamo un annuncio dagli altoparlanti della nave scrutiamo attentamente la reazione e il conseguente comportamento della gente, seguendoli senza farci troppe domande.
Lungo il fiume incontriamo diverse città abbandonate (causa diga) che di lì a poco verranno sommerse dall’acqua. È inquietante la spettralità di una città fantasma. Si sente solo il sibilo delle aquile che volteggiando ci sovrastano.
Le serate in nave scorrono veloci tra risate, litri di birra locale (decisamente troppo leggera per i miei gusti) e uno dei passatempi più amati dal popolo cinese: il karaoke!!! Famiglie intere impegnatissime nell’intonare le più famose canzoni pop del momento. Anche noi ci cimentiamo con scarsissimi risultati nell’esecuzione di “Get into your eyes”. Alla fine della perfomance l’applauso che riceviamo è più di scherno che di elogio.
L’ultima tappa della crociera è la visita della diga, una mastodontica struttura che si erge in mezzo al fiume Yangzi. Il rumore dell’acqua che scroscia è assordante. Per parlare anche a distanza ravvicinata siamo costretti a urlare. È pazzesco pensare come l’uomo riesca a competere e contenere tale forza della natura.
Yangzi River – SHANGAI
Dopo dieci giorni immersi tra campagne e fiumi approdiamo a Shanghai. L’impatto con la città è devastante. Un enorme formicaio. Milioni di persone, macchine, biciclette e motorini rendono la città più popolosa della Cina un totale caos. Dopo tanti giorni di escursioni, monasteri e silenzio un po’ di mondanità è proprio quello che ci vuole. Lo skyline della metropoli di notte è magnifico. Sembra la città di “Futurama”, frutto della mente del fumettista Matt Groening. Una sfilza di grattacieli illuminati e colorati sovrasta l’agglomerato. Andiamo a cena al T8, uno dei ristoranti più cool del momento, dove conosciamo il proprietario: un ragazzo svizzero che si siede al tavolo con noi e ci racconta di aver abbandonato l’Occidente per aprire questa attività. È stato uno dei primi ad esportare la cucina occidentale nella terra di Mao. Dopo averci offerto un ottimo dolce e finalmente un buon caffè espresso (che non bevevo dalla mia partenza da Roma) ci indirizza ad un secret party al quale, dice, troveremo il jet-set di Shanghai. La festa è pazzesca, dopo giorni di povertà, riso e buoi ci ritroviamo catapultati nella Cina ricca. Conosciamo business man, manager, attori e modelle. Nel privè i tavoli riservati alla mafia cinese sono inavvicinabili. Dopo tanto peregrinare una sana notte alcolica era quello che ci voleva.
Nei giorni successivi visitiamo la città. I giardini imperiali sono meravigliosi. Fiori e aiuole curatissime, stagni pieni di pesci, ninfee, ponticelli e le immancabili pagode.
Shanghai è la città più cosmopolita della Cina, un miscuglio di razze dove il sacro e il profano, il passato e il futuro si combinano in maniera a volte addirittura grottesca.
Il terzo giorno partiamo per una gita nell’assolatissima cittadina di Suzhou detta la “Venezia d’Oriente” per i suoi innumerevoli canali. La città è carinissima, ma il caldo e l’afa non ci lasciano tregua. È il 15 agosto: si suda anche da fermi.
Qui assistiamo alla pesca con i cormorani, una tecnica di pesca utilizzata in tutta la Cina. Il pescatore attende che l’uccello si tuffi in acqua e afferri il pesce, poi con un bastone che finisce ad uncino recupera il volatile che, all’interno della barca, risputa il pesce dentro un’apposita cesta.
Tornati in città ci dedichiamo allo shopping e per puro caso ci avventuriamo sotto il Bund Tunnel, su una sorta di metropolitana psichedelica che a folle velocità passa sotto il fiume che attraversa la città. Un’esperienza da provare.
Shanghai – SHAOLIN
Shanghai – Xi’An è un viaggio troppo lungo. Abbiamo tempo e scegliamo una tappa intermedia di un giorno. Dopo una breve consultazione la decisione è presa all’unanimità: si va a Shaolin!
Che sogno Shaolin, luogo natio del Kung Fu. Monaci addestratissimi che diventano vere macchine da guerra. Non possiamo perdercela.
Partiamo con il massimo entusiasmo pronti ad avventurarci nei segreti delle arti marziali ma invece… il termine più adatto per descrivere la nostra giornata a Shaolin è: finzione. Un teatrino turistico montato ad arte per i visitatori. Dopo aver girato due ore per negozi che vendono magliette shaolin, cappelli shaolin, ventagli shaolin, poster shaolin, cibo shaolin, assistiamo ad uno spettacolino di un’ora sotto un caldo torrido, dove dei monaci inscenano pratiche di lotta e prove di forza. Tutto rigorosamente in stile shaolin. Una delusione totale, soprattutto dopo aver visitato i veri monasteri buddisti sull’Emei-shan.
Shaolin – XI’AN
L’arrivo notturno in città inizia subito male. Ho dimenticato il mio amatissimo cappello blu sul pullman. Ma riesco a consolarmi con tre birre in ostello e la simpatica conversazione con alcuni ragazzi cinesi innamorati dell’Italia.
Xi’An è una delle poche città che ha conservato per intero le mura di cinta imperiali. Affittiamo una bicicletta e un tandem e mentre il sole cala ci godiamo il tramonto pedalando sul muro di cinta che delimita la città vecchia.
Svegliati presto, partiamo in taxi alla volta di uno degli spettacoli più suggestivi che questo viaggio ci ha regalato: l’esercito di terracotta.
QIN SHI HUANG
L’imperatore Qin Shi Huang, considerato il primo imperatore della Cina unificata, decise di far costruire ottomila statue di terracotta a grandezza naturale affinché vegliassero sulla sua tomba. Una cinquantina di anni fa, un contadino, cadendo in un pozzo, le ha scoperte. Da allora ancora non hanno finito di riportarle tutte alla luce. Incredibile notare come siano una diversa dall’altra. La leggenda dice che l’imperatore ordinò al suo popolo di costruire ognuno la propria statua a sua immagine e somiglianza.
Xi’ An – PECHINO
Il viaggio che ci porta a Pechino è certamente il più estenuante. Ventidue ore di treno su panche di legno circondati da una moltitudine di cinesi che sputano a destra e a manca. Ma stiamo arrivando a Pechino. La meta tanto agognata. La città dell’Impero e di Mao. La capitale.
Giunti in ostello, la prima persona che ci si para davanti non ce la scorderemo molto facilmente. Si chiama Marco ed è un ragazzo italo-malese che parla solamente due lingue: il cinese e il romano!
Con Marco stringiamo subito amicizia, sarà il nostro Cicerone per il resto della permanenza.
Le giornate scorrono tra visite culturali e shopping sfrenato.
I centri commerciali di Beijing sono una cosa incredibile. Piani sterminati di bancarelle e negozi dove si può trovare di tutto a prezzi ridicoli. La fase più bella è quella della contrattazione. Non esiste mai un prezzo fisso, è tutto un continuo tira e molla tra acquirente e venditore, con tanto di calcolatrice alla mano per cercare di strappare la cifra più conveniente. Alla fine ci ritroviamo a mercanteggiare, litigare e ad incazzarci per pochi euro. Non possiamo esimerci, siamo ormai contagiati dal virus della contrattazione.
Finiamo con una valigia a testa riempita di ogni genere di vestiario.
Pechino offre davvero tanto a livello culturale: la città proibita, i giardini d’estate, la storica piazza Tienanmen dove padroneggia la foto di Mao.
Quello che colpisce di più in una città che si modernizza alla velocità della luce, sono gli angoli nascosti.
Marco ci fa scoprire la Pechino dietro le quinte. Gli Hutong sono gli stretti vicoli cinesi formati da file delle tradizionali abitazioni a corte che formano interi quartieri dove è possibile trovare ogni genere di cosa, dai grilli (animale immancabile in ogni abitazione) alle cianfrusaglie, dal cibo alle stoffe.
E poi, naturalmente, la Grande Muraglia. Scegliamo l’escursione più lontana, quattr’ore di pullman da Beijing per visitare la zona più incontaminata e non ristrutturata. Undici chilometri di saliscendi, tra gradini e torrette in mezzo alle montagne. Impressionante pensare sia lunga cinquemila chilometri. Impenetrabile difesa per l’attacco mongolo (mai tentato dalla compagine di Gengis Khan), la muraglia offre uno spettacolo straordinario dato dalla perfetta fusione tra natura e architettura.
Lascio la Cina con bellissimi ricordi, parecchie esperienze da raccontare e non pochi interrogativi. La futura prima potenza mondiale vive ancora in un clima di semi-dittatura. Sacro e profano, futuro e passato, ricchezza e miseria si alternano senza un apparente senso logico. È il paese delle mille contraddizioni.
di Luca Salice
foto di Pablo Pecora

Campagne, fiumi, aratri, silenzi, risaie, biciclette, pescatori, profumi di thè, verdure cucinate, statue e monasteri millenari. Meditazione, spazi immensi e poi ancora caos, persone, milioni di persone, vociare, macchine, grattacieli illuminati, sputi, smog, inquinamento, trambusto, musica e colori. Tutto in un solo viaggio, tutto diviso per tre.Tre amici, infiniti km di pullman, ore e ore di treno e una traversata in nave. Un mese e mezzo attraverso la Cina, un mese e mezzo attraverso gli innumerevoli contrasti di un paese alla ricerca della sua nuova strada.

Roma – HONG KONG

Un’enorme stazione dal soffitto basso, una miriade di persone divise in file più o meno ordinate, un gran vociare. Sullo sfondo la polizia cinese. Siamo alla frontiera. Facce serie, atteggiamento militaresco. Siamo gli unici ad avere fattezze occidentali. Abbiamo appena trascorso due giorni nella caotica Hong Kong, enorme agglomerato urbano dove la recente storia anglosassone e la nuova appartenenza cinese si scontrano. Il cambio netto tra occidente e oriente si nota subito appena varcata la frontiera: ci ritroviamo in una stazione degli autobus, in mezzo ad uno sciame di cinesi vocianti, eccitati e tesi. Sta per iniziare il nostro viaggio. Destinazione finale: Pechino.

Hong Kong – YANGSHUÒ

Dopo una notte trascorsa su un comodissimo pullman-letto, (un gigantesco autobus che al posto di normali sedili ha veri e propri letti), alle prime luci dell’alba approdiamo nella piccola cittadina di Yangshuò. Ad accoglierci c’è uno sparuto gruppetto di ragazzi. Ognuno di loro, con un improbabile inglese, prova a convincerci che sarebbe la guida perfetta per condurci nella campagna cinese in questi due giorni. Alla fine ci facciamo catturare da Robert, un ragazzone dai capelli impomatati che ci porta in un alberghetto di suoi amici. Per pochi yuan Robert ci organizza tutta la giornata. È una situazione strana, le barriere linguistiche e culturali ci fanno sempre dubitare, il timore è sempre quello di essere fregati.
Dopo una breve colazione a base di spaghetti di soia con verdure in una fatiscente baracca, ci avventuriamo nella campagna cinese a bordo di un piccolo pulmino.Mi sembra di essere tornato indietro di cent’anni. Strade sterrate, risaie a perdita d’occhio, contadini immersi nel fango che lavorano la terra con aratri di legno trainati da buoi. La prima tappa consiste in una mini crociera lungo il fiume a bordo di minuscole zattere di bambù. La zona di Yangshuò è famosa per i pinnacoli carsici, montagne dalla forma appuntita che spiccano tra giardini terrazzati e risaie. Una mandria di gnu sta facendo il bagno nel fiume ed enormi libellule colorate ci ronzano intorno. Siamo finalmente soli in mezzo alla natura.
Alla fine della gita sul fiume torniamo da Robert che, solo dopo averci muniti di caschetti da operaio, ci conduce in esplorazione della montagna. La visita scorre via veloce attraverso cunicoli stretti e bui. Sulla nostra testa volteggiano pipistrelli e l’eco dei nostri passi riempie la caverna con un rumore sordo. Ci immedesimiamo sempre di più nei protagonisti del film “Viaggio al centro della terra”.

Yangshuò – EMEI SHAN

Sto scrivendo da una piccola stanza in un monastero buddista sul monte Emei-shan. L’Europa sembra ormai lontana anni luce. Ho la testa sgombra e sono pervaso da una inspiegabile serenità. Siamo nell’est della Cina, non lontani dal Tibet, nella provincia del Sichuan. Una delle zone che ancora ha conservato quella spiritualità che anni di regime maoista hanno provato a cancellare. Siamo giunti a Leshan con un breve volo interno. La città è famosa per essere uno dei siti più importanti del buddismo in Cina. Qui risiede la statua del Buddha più grande del mondo. Settantuno metri di colosso scavato dai monaci su una parete di roccia alla confluenza di tre fiumi. Lo spettacolo è incredibile e ci lascia a bocca aperta.
Trascorriamo così la giornata umida e piovosa, visitando diversi templi. Le statue del Buddha e di altre divinità si susseguono ovunque. Compro un rosario buddista e mi inginocchio alcuni minuti in un minuscolo tempio dove l’unica luce proviene da una miriade di candeline. Lasciamo la cittadina di Leshan sotto una pioggia incessante e dopo una quarantina di minuti siamo ai piedi della montagna sacra, patrimonio dell’Unesco: l’Emei-shan.
Sono le sei del pomeriggio. Tra due ore non ci sarà più luce. Il nostro autista ci spiega che per trovare un rifugio dobbiamo proseguire a piedi nel bosco per circa un’ora e mezza. Dopo un animato dibattito con i miei compagni di viaggio, spinti dalla voglia d’avventura e da un pizzico di incoscienza, decidiamo di incamminarci per il sentiero. La passeggiata non è delle più rilassanti. Piove, gli zaini pesano parecchio, la fame comincia a farsi sentire e non c’è ombra di insediamenti umani. Solo alberi e questa stradina di ciottoli scivolosi. Quando il morale della truppa sta volgendo verso il più totale sconforto, appare sulla nostra destra un provvidenziale portone. Bussiamo. Veniamo accolti dal sorriso tranquillizzante di un monaco minuto, che dopo averci scrutato ed aver ricevuto una misera offerta per il pernottamento, ci fa segno di seguirlo con un impercettibile gesto della mano.
Lo spettacolo che ci troviamo davanti ci lascia sbalorditi: un immenso giardino verdeggiante, curatissimo, con vasche di pesci rossi che si alternano a siepi potate ad arte e statue di divinità. In fondo, davanti a noi, il tempio. Il silenzio fa da padrone. L’unico sibilo è quello dei sonagli portafortuna attaccati ai rami degli alberi, mossi da una lieve brezza. Il tempo sembra essersi fermato.
La cena con i monaci è a base di verdure e tè bollente. L’ideale dopo due ore di cammino… di acqua potabile neanche a parlarne.
Trascorriamo la notte in una stanzetta semplice ma confortevole e alle cinque del mattino veniamo svegliati dal coro dei monaci. Li troviamo tutti inginocchiati nel giardino intenti ad intonare l’“Aum”. (trascritto erroneamente come “ohm”). Non era solo una sensazione: sull’Emei-Shan il tempo si è fermato davvero.

Emei Shan – CHENGDU

Arriviamo a Chengdu in serata, dopo l’ennesimo viaggio in pullman. L’ostello è una palazzina fatiscente che brulica di viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo. Passiamo la serata con turiste australiane, americane e tedesche. Ovviamente rimediamo solamente sorrisi e una sonora sbronza. La mattina seguente partiamo alla volta del parco del “Panda Breeding and Research Center”, l’unico motivo che ci ha spinti a visitare questa città inquinatissima. Passiamo la giornata all’interno del parco, osservando panda di tutte le specie ed età. Nell’immaginario collettivo teneri orsacchiotti ormai in via di estinzione, nella realtà giganteschi orsi che passano la giornata rotolandosi e mangiando bambù, motivo per il quale si stanno estinguendo. Il panda è in realtà un animale carnivoro ma è talmente pigro che preferisce avvelenarsi ingozzandosi di bambù piuttosto che andare a caccia!

Chengdu – YANGZI RIVER

Arrivati a Chongqing ci imbarchiamo per una crociera di tre giorni sullo Yangzi River. Su questo fiume è stata costruita la diga più grande del mondo, che fornisce una quantità di energia pari a diciannove centrali nucleari. Scopriamo che nel costruirla il governo cinese non ha però minimamente preso in considerazione la miriade di persone che, a causa dell’innalzamento dell’acqua, si è trovata costretta ad abbandonare le proprie case e le proprie vite.
La nave sembra un piccolo Titanic e, proprio come sul Titanic, le cabine sono divise in prima, seconda e terza classe. Prendiamo un biglietto in seconda e dato che le stanze sono da due mi tocca dormire sul divano. La terza classe è una sorta di mercato cinese al chiuso. Si sente odore di cucinato e cinesi ubriachi che intonano canzoni e giocano a dadi. Da una camera all’altra sono appese lunghe corde dove la gente stende i panni. Di giorno la nave si ferma più volte per visitate vari siti: palazzi Ming, giardini, mercatini e le tipiche pagode. Ovviamente non sapendo una parola di cinese ogni volta che sentiamo un annuncio dagli altoparlanti della nave scrutiamo attentamente la reazione e il conseguente comportamento della gente, seguendoli senza farci troppe domande.
Lungo il fiume incontriamo diverse città abbandonate (causa diga) che di lì a poco verranno sommerse dall’acqua. È inquietante la spettralità di una città fantasma. Si sente solo il sibilo delle aquile che volteggiando ci sovrastano.
Le serate in nave scorrono veloci tra risate, litri di birra locale (decisamente troppo leggera per i miei gusti) e uno dei passatempi più amati dal popolo cinese: il karaoke!!! Famiglie intere impegnatissime nell’intonare le più famose canzoni pop del momento. Anche noi ci cimentiamo con scarsissimi risultati nell’esecuzione di “Get into your eyes”. Alla fine della perfomance l’applauso che riceviamo è più di scherno che di elogio.
L’ultima tappa della crociera è la visita della diga, una mastodontica struttura che si erge in mezzo al fiume Yangzi. Il rumore dell’acqua che scroscia è assordante. Per parlare anche a distanza ravvicinata siamo costretti a urlare. È pazzesco pensare come l’uomo riesca a competere e contenere tale forza della natura.

Yangzi River – SHANGAI

Dopo dieci giorni immersi tra campagne e fiumi approdiamo a Shanghai. L’impatto con la città è devastante. Un enorme formicaio. Milioni di persone, macchine, biciclette e motorini rendono la città più popolosa della Cina un totale caos. Dopo tanti giorni di escursioni, monasteri e silenzio un po’ di mondanità è proprio quello che ci vuole. Lo skyline della metropoli di notte è magnifico. Sembra la città di “Futurama”, frutto della mente del fumettista Matt Groening. Una sfilza di grattacieli illuminati e colorati sovrasta l’agglomerato. Andiamo a cena al T8, uno dei ristoranti più cool del momento, dove conosciamo il proprietario: un ragazzo svizzero che si siede al tavolo con noi e ci racconta di aver abbandonato l’Occidente per aprire questa attività. È stato uno dei primi ad esportare la cucina occidentale nella terra di Mao. Dopo averci offerto un ottimo dolce e finalmente un buon caffè espresso (che non bevevo dalla mia partenza da Roma) ci indirizza ad un secret party al quale, dice, troveremo il jet-set di Shanghai. La festa è pazzesca, dopo giorni di povertà, riso e buoi ci ritroviamo catapultati nella Cina ricca. Conosciamo business man, manager, attori e modelle. Nel privè i tavoli riservati alla mafia cinese sono inavvicinabili. Dopo tanto peregrinare una sana notte alcolica era quello che ci voleva.
Nei giorni successivi visitiamo la città. I giardini imperiali sono meravigliosi. Fiori e aiuole curatissime, stagni pieni di pesci, ninfee, ponticelli e le immancabili pagode.
Shanghai è la città più cosmopolita della Cina, un miscuglio di razze dove il sacro e il profano, il passato e il futuro si combinano in maniera a volte addirittura grottesca.Il terzo giorno partiamo per una gita nell’assolatissima cittadina di Suzhou detta la “Venezia d’Oriente” per i suoi innumerevoli canali. La città è carinissima, ma il caldo e l’afa non ci lasciano tregua. È il 15 agosto: si suda anche da fermi.
Qui assistiamo alla pesca con i cormorani, una tecnica di pesca utilizzata in tutta la Cina. Il pescatore attende che l’uccello si tuffi in acqua e afferri il pesce, poi con un bastone che finisce ad uncino recupera il volatile che, all’interno della barca, risputa il pesce dentro un’apposita cesta.
Tornati in città ci dedichiamo allo shopping e per puro caso ci avventuriamo sotto il Bund Tunnel, su una sorta di metropolitana psichedelica che a folle velocità passa sotto il fiume che attraversa la città. Un’esperienza da provare.

Shanghai – SHAOLIN

Shanghai – Xi’An è un viaggio troppo lungo. Abbiamo tempo e scegliamo una tappa intermedia di un giorno. Dopo una breve consultazione la decisione è presa all’unanimità: si va a Shaolin!
Che sogno Shaolin, luogo natio del Kung Fu. Monaci addestratissimi che diventano vere macchine da guerra. Non possiamo perdercela.Partiamo con il massimo entusiasmo pronti ad avventurarci nei segreti delle arti marziali ma invece… il termine più adatto per descrivere la nostra giornata a Shaolin è: finzione. Un teatrino turistico montato ad arte per i visitatori. Dopo aver girato due ore per negozi che vendono magliette shaolin, cappelli shaolin, ventagli shaolin, poster shaolin, cibo shaolin, assistiamo ad uno spettacolino di un’ora sotto un caldo torrido, dove dei monaci inscenano pratiche di lotta e prove di forza. Tutto rigorosamente in stile shaolin. Una delusione totale, soprattutto dopo aver visitato i veri monasteri buddisti sull’Emei-shan.

Shaolin – XI’AN

L’arrivo notturno in città inizia subito male. Ho dimenticato il mio amatissimo cappello blu sul pullman. Ma riesco a consolarmi con tre birre in ostello e la simpatica conversazione con alcuni ragazzi cinesi innamorati dell’Italia.Xi’An è una delle poche città che ha conservato per intero le mura di cinta imperiali. Affittiamo una bicicletta e un tandem e mentre il sole cala ci godiamo il tramonto pedalando sul muro di cinta che delimita la città vecchia.
Svegliati presto, partiamo in taxi alla volta di uno degli spettacoli più suggestivi che questo viaggio ci ha regalato: l’esercito di terracotta.

QIN SHI HUANG

L’imperatore Qin Shi Huang, considerato il primo imperatore della Cina unificata, decise di far costruire ottomila statue di terracotta a grandezza naturale affinché vegliassero sulla sua tomba. Una cinquantina di anni fa, un contadino, cadendo in un pozzo, le ha scoperte. Da allora ancora non hanno finito di riportarle tutte alla luce. Incredibile notare come siano una diversa dall’altra. La leggenda dice che l’imperatore ordinò al suo popolo di costruire ognuno la propria statua a sua immagine e somiglianza.

Xi’ An – PECHINO

Il viaggio che ci porta a Pechino è certamente il più estenuante. Ventidue ore di treno su panche di legno circondati da una moltitudine di cinesi che sputano a destra e a manca. Ma stiamo arrivando a Pechino. La meta tanto agognata. La città dell’Impero e di Mao. La capitale.
Giunti in ostello, la prima persona che ci si para davanti non ce la scorderemo molto facilmente. Si chiama Marco ed è un ragazzo italo-malese che parla solamente due lingue: il cinese e il romano!
Con Marco stringiamo subito amicizia, sarà il nostro Cicerone per il resto della permanenza.Le giornate scorrono tra visite culturali e shopping sfrenato.I centri commerciali di Beijing sono una cosa incredibile. Piani sterminati di bancarelle e negozi dove si può trovare di tutto a prezzi ridicoli. La fase più bella è quella della contrattazione. Non esiste mai un prezzo fisso, è tutto un continuo tira e molla tra acquirente e venditore, con tanto di calcolatrice alla mano per cercare di strappare la cifra più conveniente. Alla fine ci ritroviamo a mercanteggiare, litigare e ad incazzarci per pochi euro. Non possiamo esimerci, siamo ormai contagiati dal virus della contrattazione.
Finiamo con una valigia a testa riempita di ogni genere di vestiario.Pechino offre davvero tanto a livello culturale: la città proibita, i giardini d’estate, la storica piazza Tienanmen dove padroneggia la foto di Mao.Quello che colpisce di più in una città che si modernizza alla velocità della luce, sono gli angoli nascosti.Marco ci fa scoprire la Pechino dietro le quinte. Gli Hutong sono gli stretti vicoli cinesi formati da file delle tradizionali abitazioni a corte che formano interi quartieri dove è possibile trovare ogni genere di cosa, dai grilli (animale immancabile in ogni abitazione) alle cianfrusaglie, dal cibo alle stoffe.
E poi, naturalmente, la Grande Muraglia. Scegliamo l’escursione più lontana, quattr’ore di pullman da Beijing per visitare la zona più incontaminata e non ristrutturata. Undici chilometri di saliscendi, tra gradini e torrette in mezzo alle montagne. Impressionante pensare sia lunga cinquemila chilometri. Impenetrabile difesa per l’attacco mongolo (mai tentato dalla compagine di Gengis Khan), la muraglia offre uno spettacolo straordinario dato dalla perfetta fusione tra natura e architettura.
Lascio la Cina con bellissimi ricordi, parecchie esperienze da raccontare e non pochi interrogativi. La futura prima potenza mondiale vive ancora in un clima di semi-dittatura. Sacro e profano, futuro e passato, ricchezza e miseria si alternano senza un apparente senso logico. È il paese delle mille contraddizioni.