di Federico Di Vita

Quella mattina Loretta Smerigliati avrebbe fatto di testa sua. Non aveva intenzione di passare tutte le vacanze di Goa a sonnecchiare tra i palmizi del resort in attesa dell’ennesimo Martini dry. Aveva anticipato perfino la sveglia puntata all’alba e, data una circospetta occhiata in giro, s’era alzata facendo attenzione a non svegliare Bruno. Presa la borsetta Louis Vuitton uscì di soppiatto, lì c’era la Lonely tutta appuntata, non aveva bisogno d’altro per scoprire l’India che voleva vedere lei, quella genuina.

Il suo piano per entrare a contatto con quanto di selvaggio si nasconde nel subcontinente partiva prendendo in prestito la jeep del compagno, certo, il portinaio l’avrebbe vista uscire ma chi poteva supporre che quella danarosa ragazzina avesse intenzione di dirigersi per centinaia di chilometri a sud-est, tra gli altipiani della riserva di Bhadra?

Nessuno, e quindi era deciso: per prima cosa avrebbe visto una tigre. Per farlo non si sarebbe servita dell’aiuto di chissà quale sherpa in sari, no, avrebbe sorpreso la tigre nella giungla da sola, magari l’avrebbe trovata di spalle, appostata in attesa di fiutare una preda. Con un po’ di fortuna ne avrebbe scovata una bianca.

Dopo ore di cammino su sentieri sterrati la signorina Smerigliati era giunta in una valle oltre la quale con la vettura era impossibile proseguire. Smontata dal veicolo l’aveva abbandonato all’ombra di un ficus dalle foglie incredibilmente grasse, di lì la vegetazione si faceva più fitta e, non senza prima essersi data una spruzzata del rinfrescante Parfam Sauvage Chanel allo zenzero, Loretta si addentrò tra le fitte piante con passo sfrontato.

Il sole, seppur filtrato dalla vegetazione, cominciava a farsi sentire, era aprile ma l’umidità non dava tregua e del resto la giornata avanzava, erano passate diverse ore da quando la ragazza aveva lasciato il resort e da due, forse tre, proseguiva a piedi. Nella giungla zone più intricate lasciavano il passo a chiazze polverose, da qualche minuto Loretta continuava a ripetersi che per avvistare una tigre ci vuole la pazienza di Siddharta. Cominciava a sentirsi stanca e una volta superata l’erta su cui camminava stabilì che era giunto il momento di appostarsi. Di là dalla collina si apriva una stretta valle circondata da tre monti. Loretta discese e si sedette all’ombra di un gigantesco Bargab.

Sotto le fronde ombrose la signorina Smerigliati si guardò intorno e vide seduta in terra una smisurata figura di ragazzo, aveva quattro braccia e testa di elefante. Il mostro paffuto sostava dolorante col dorso appoggiato a una montagna.

«Chi sei? Che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita?», chiese l’essere, vivo!, dagli occhi e dai capelli nerissimi, sanguinante proprio alla giuntura dove la figura umana diveniva bestiale.

«Piacere, Loretta Smerigliati. Cerco una tigre bianca, dice in India ce n’è, sono una fan sin da bambina dell’illustre Gandhi, mi piace molto il cibo speziato, infatti stasera avevo in mente di portare Bruno da One undred and one Curry’s dreams, la Lonely dice che è tipico…»

Un poderoso fiotto di sangue sgorgò dalla proboscide dello smisurato gigante.

«Fermati, ti supplico…»

«… certo che mi fermo, in India si viene per trovare se stessi, oltre alle vacche sacre, quelle magrissime, belline, non hanno problemi di linea loro, poi voglio vedere i santoni, dice nei templi a pagoda c’è gente che dopo una certa età tende a fluttuare…»

«Loretta. Io sono il Dio Ganesh, ho una sola zanna perché supero i conflitti, sono celibe, scriba del sacro Mahabharata, distruttore della vanità. Il corpo straziato della mia terra ti implora di abbandonare questo estremo rifugio».

«Ma quale abbandono Ganesha, io voglio scoprire l’India vera, quella genuina, rimettiti, domani ho in programma la visita a Bollywood e poi un bel tuffo nel fiume sacro, ti ricordi come si chiama? Peccato non esserci per i monsoni, e senti Ganesha, io sono figlia di una dottoressa, se fossi nata qui che casta sar-»

L’enorme corpo vacillò, la proboscide diede un guizzo sinistro, un assordante barrito si levò nell’aria, il sangue schizzò violento dall’incavo tra le spalle, le braccia di Ganesh vorticarono e il Dio, con violentissimo tonfo, cadde. La testa di elefante ruzzolò davanti ai piedi di Loretta. Passati alcuni mesi, il corpo disseccato e le variopinte bende di Ganesh furono ritrovate da certi viaggiatori, che pulito e impagliato lo presentarono alla biennale di Milano. Vinse il secondo premio.