testo e foto di Alessio Buscioni

Una leggenda racconta la storia di un padre furioso che, a causa della continua renitenza del figlio, si vede costretto a cacciarlo di casa, invitandolo a non fare mai più ritorno nell’isola di Java. Il figlio, per non disubbidire nuovamente al padre, vaga tra i mari per giorni, fino all’arrivo in un arcipelago di isole, dove finalmente la sua imbarcazione si arena. Il genitore che, fino a quel momento, era stato in grado di seguirne il viaggio grazie alle sue doti da veggente, perde qualsiasi controllo: le immagini diventano discontinue e le visioni vaghe. Il ragazzo era approdato nell’arcipelago di isole chiamate Karimun, che in indonesiano significa “impreciso”, “vago”.

Come il ragazzo e accompagnati dall’ostetrica dell’isola, decidiamo di andare a visitare le isole che compongono il parco marino nazionale di Karimunjawa. Ci imbarchiamo da Semarang, nella parte settentrionale di Java, e affrontiamo un viaggio con l’unico collegamento pubblico possibile: un traghetto che scopriremo, in seguito, partire solo due volte la settimana. Il viaggio trascorre piacevolmente mentre la nostra accompagnatrice continua a parlare. Ci racconta che durante l’inverno, a causa del mare mosso, è stata costretta a nutrirsi unicamente di pesce per settimane. Della prima volta che ha visto una macchina, venticinque anni fa, e del terrore provato nel vedere quel mostro. Ci parla della vita, per noi atipica, che una giovane ragazza può trovare in un’isola che fino a poco tempo fa era esclusa da qualsiasi itinerario.

L’arrivo è a dir poco sbalorditivo. Il traghetto abbandona un’acqua sporca e di colore verde petrolio per avvicinarsi a un’oasi in mezzo al mare. Le ventisette isole, di cui alcune non più grandi di un appartamento, sono circondate da una piccola barriera corallina. Le piroghe di pescatori, strette e lunghe, girano intorno all’isola, e il colore del mare è molto più vicino all’immaginario comune dell’isola tropicale.

Fino a quel momento non avevamo pienamente compreso l’importanza che può avere un’ostetrica su un’isola come Karimun. Aveva fatto nascere tre generazioni e conosceva quasi tutti dalla nascita, cioè dal giorno in cui quei bambini, ragazzi, uomini avevano aperto gli occhi per la prima volta. L’accoglienza ci prende di sorpresa e la gentilezza degli sconosciuti ci lascia senza parole (che in ogni caso sarebbero state inutili, visti il livello del nostro indonesiano e quello del loro inglese). Sono orgogliosi di mostrare la scuola coranica – che ha poco a che fare con le scuole coraniche viste nei nostri telegiornali – dove i bambini giocano, imparano e crescono.

Prima di invitarci a cena ci portano nella piccola isola di fronte, nell’unico albergo dell’arcipelago. Le stanze sono di legno e costruite su palafitte. All’interno solo il letto, non c’è bagno, doccia o qualsiasi cosa un europeo possa aspettarsi, ma la piscina naturale che ci circonda renderebbe accettabile qualsiasi compromesso. Davanti a noi e sotto la palafitta, una vasca circoscritta dai coralli contiene due piccoli squali, una tartaruga e altre specie di cui non conosciamo i nomi.

Sono ormai le sei di sera. Il sole inizia a calare, la barca ci viene a prendere per portarci a cena sull’isola principale, e l’inaspettata notizia che il prossimo traghetto non salperà prima di quattro giorni trasforma il nostro Caronte in un magnifico angelo.