di Marianna Kuvvet
foto di Ritam Mbanerjee | ritambanerjee.com

Ci provo. Si, metto subito le mani avanti perché spero ma non sono sicura di riuscire a rendere giustizia a ciò che ho visto. Ci provo, dicevo quindi. Permettetemi anche di dilungarmi un attimo per introdurre quella che è stata solo una parte di un viaggio più lungo in India. Prima di raggiungere Manali e da lì partire in jeep per Leh, io e i miei compagni di viaggio, ignorando consigli e buon senso, eravamo stati in Rajasthan in pieno agosto. Nonostante la bellezza e l’indiscutibile fascino di quella regione bisogna dire che il cibo era orrendo, la temperatura a stento sopportabile e la febbre alta chi prima e chi poi aveva colpito quasi tutti. Erano questi quindi i presupposti da cui partivamo. Lo voglio sottolineare perché il cambiamento di paesaggio, colori, clima e persone è stato veramente drastico.

Dopo la sacralità di Pushkar, Jaisalmer e le notti passate nel deserto a dormire sulle selle dei cammelli che ci avevano condotto lì, ci siamo quindi avviati verso il Nord, un po’ debilitati fisicamente, vestiti come beduini e chiaramente molto felici. Dal caldo Rajasthan il nostro obiettivo era Manali. Più facile a dirsi che a farsi. Lo spostamento è durato quattro giorni di frane, mancate comunicazioni di strade interrotte, pullman presi d’assalto, ristoranti pieni di gente esausta che avevano esaurito qualunque liquido potabile che non fosse Fanta. Dopo diverse soste, alcune volute altre no, qualche bus, un meraviglioso toy train sull’orlo del precipizio in mezzo a una vegetazione rigogliosa, circondati da curiosi indiani che ci scattavano foto come fossimo noi la cosa affascinante di quel posto assurdo, raggiungiamo l’Himachal Pradesh e infine Manali. Una camera con terrazza sulle montagne, il verde tanto verde da sembrare finto, mercati tibetani, Vashist dall’altra parte del fiume. Eravamo arrivati in un altro mondo. Dopo tre giorni in questo paradiso di quiete e relax è finalmente iniziato il viaggio alla volta di Leh, capoluogo del Ladakh, divisione dello Stato di Jammu e Kashmir arroccata fra le catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya. Ci dirigevamo quindi verso l’estremo Nord, lì dove l’India confina con la Cina e il Tibet, il tetto del mondo.

Si dice sia il viaggio a essere veramente importante, non la meta. Nonostante la meta fosse in questo caso di tutto rispetto, mai fui più d’accordo. La Manali-Leh consiste in un percorso di circa 470 km a un’altitudine media di oltre 4000 metri e massima di 5.328. La strada è infatti percorribile solo nei pochi mesi l’anno a cavallo della stagione estiva, essendo altrimenti ricoperta dal ghiaccio. Noi abbiamo deciso di dividere il tragitto in due parti, facendo una sosta intermedia a Keylong. Da Manali siamo quindi partiti in jeep, e quando abbiamo pian piano abbandonato il verde rigoglioso per trovarci a picco su burroni che avevano tutto il diritto di essere definiti tali, la passione per l’erba del nostro autista ha a tratti fatto vacillare la sicurezza che tanto ostentavo. La strada era stretta e in condizioni ovviamente tutt’altro che ottimali. Spesso i grossi camion rossi, addobbati e pieni di incomprensibili scritte e colorate immagini sacre, arrivavano nel senso di marcia opposto e si era costretti a farli passare fermandosi a pochi centimetri dallo strapiombo. Abbiamo fatto una sosta a Rotang, ridendo senza motivo a causa dell’altitudine che stordiva e dava alla testa, e in un agglomerato di tendopoli, forse l’equivalente dei nostri autogrill, circondati da viaggiatori che cercavano di raggiungere Leh, chi in pullman, chi come noi in jeep, chi in bici (eh si). Dopo una notte a Keylong, villaggio di neanche duemila anime a un’altitudine di circa 4200 metri, siamo ripartiti. Avevamo deciso di abbandonare la comoda jeep e viaggiare in minibus, per scoprire al momento della partenza che il minibus in questione altro non era che la stessa jeep con cui eravamo arrivati lì, ma decisamente sovraffollata. Fra i nostri compagni di viaggio, eravamo otto in tutto, una signora indiana con il mal d’auto. Pensate a cosa possa voler dire avere il mal d’auto in quelle condizioni di viaggio. La donna ha infatti elegantemente dato di stomaco dal finestrino per buona parte del tragitto. La scomodità e il mal di testa che non riuscivamo a sconfiggere nonostante il rischio di overdose da paracetamolo sono stati ben presto dimenticati. Di fronte a quei paesaggi che sono nella mia testa i più belli che abbia mai visto, ho capito cosa vuol dire non avere le parole per descrivere qualcosa. Dal finestrino vedevo canyon, paesaggi lunari, altipiani desertici. Quando ci siamo fermati a Tanglang La, il passo più alto, a oltre 5.300 metri, una scritta recitava You are passing through the second highest pass of the World. Unbelievable is not it?. Credo che effettivamente incredibile sia l’unico aggettivo utilizzabile. Abbiamo continuato quindi fino a Leh, imbattendoci costantemente negli improbabili cartelli che avevano accompagnato tutto il nostro viaggio con frasi come Don’t be a gama in the land of lama e alternandoci il posto vicino al conducente per evitare di perdere del tutto la sensibilità alle gambe. Quando finalmente siamo arrivati a destinazione e siamo scesi dalla jeep, intorpiditi e confusi, in testa avevo un solo pensiero: sono veramente una persona fortunata.