di Desirée Nardone | foto di Francesco Collina

Aeroporto di Ben Gurion. Battito cardiaco: 200 bpm. L’adrenalina è un vasocostrittore che mi blocca il flusso nelle arterie. Penso: “Non sono un criminale terrorista di Al Qaeda”, eppure ho ugualmente la coscienza sporca e non ne capisco il motivo.

Ossigeno. Mi manca l’aria. Barbara è vicino a me. Mi osserva mentre io osservo le persone intorno. Lei conosce questi posti molto bene, sono anni che vive questo territorio e proprio per l’infinita quantità di timbri arabi che marchiano di terrore il suo passaporto, mi dice di mettermi in fila ad un altro check-out per evitare che facciano storie anche a me. Dopo quattro ore e mezza di volo, l’ansia a Fiumicino di aver perso l’aereo, averlo preso in corsa dopo lamentele e pianti isterici, c’è anche il rischio che rimandino indietro la mia compagna di viaggio! E io? Cosa potrei mai fare in mezzo a questi barbuti neri con la kippah in testa e delle strane code di laniccia che scendono ai lati delle loro facce dall’età indecifrabile? E se mi fermano perché qualcosa non quadra? Risolto. Devo rispondere che sono lì per incontrare il mio fidanzato di Tel Aviv e devo mostrargli il numero di telefono di un certo Tzvika Shahak, ex generale dell’esercito israeliano. L’unica regola da seguire è garantirgli che non mi sposterò per nessuna ragione dal territorio di Israele. Ripeto a bassa voce quelle parole in inglese cento volte prima che arrivi il mio turno. Nel gabbiotto c’è una militare donna. Fredda, come lo spazio vuoto che riempie, e bella, da copertina. Mostro il mio passaporto alla modella in mimetica. Poche domande, risposte giuste, lo sguardo tagliente, un cenno con la testa per farmi scivolare via, un cenno con la testa ad indicare al prossimo di avanzare. Sono a mille. Felice, strafelice di essere a Tel Aviv, nella White City, cosiddetta per via delle tante costruzioni in stile Bauhaus che si trovano lungo il Rothschild Boulevard e la Bialik Street. Sono in Terra Santa e sono salva. Mi giro indietro, speranzosa di incrociare la mia bionda compagna di viaggio, e la vedo riemergere con un sorriso rincuorante e gli occhi che mi fanno cenno di non avvicinarmi. Sconosciute, fino all’uscita. Una volta fuori, mi concede un urlo da principiante. Rischio l’esplosione.

Eccoci catapultate in un caldo anomalo, considerando che è novembre e io indosso un cappotto di lana. Un’auto a noleggio e via. Partiamo alla volta della Palestina, con una macchina targata Israele. Subito mi rendo conto di quanto l’aria di tensione respirata all’aeroporto Ben Gurion sia così diversa dall’aria leggera che tira tra i grandi e moderni skyscraper di Tel Aviv. Il pericolo è passato, a Tel Aviv non c’è traccia di guerra. Una città moderna, ricca, piena di palazzi.

Tel Aviv è la globalizzazione allo stato più puro. Una mistura di razze ed etnie che ti fanno sentire al centro del mondo. Una città nuova di zecca, in cui le cose funzionano e i mezzi ti scorrazzano ovunque. Una città gremita di giovani (belli da morire, peraltro) dove posso dire, per una volta, che oltre alle bellissime modelle vestite in mimetic, anche i ragazzi sono da copertina. Un’autentica metropoli cosmopolita, dove tradizione e modernità si incontrano: l’architettura contemporanea dei grattacieli con le viuzze e le case dei tempi antichi, i baretti con i caffè Wi-Fi.

La fortuna vuole che becco il centenario di Tel Aviv. Incredibile quanto nuova sia la “Collina della Primavera”, quando Jaffa, il suo porto, ha una storia di cinquemila anni. Ininterrottamente agitata dal vigore dei mercati delle pulci e dai pescherecci che arrivano al porto e si allontanano all’orizzonte, si raggiunge con una piacevole passeggiata, zigzagando fra soldati che marciano e salutisti che sbuffano, ma, una volta lì, vi riconcilierete con tutto. Girovagate per le stradine acciottolate, curiosate fra le bancarelle, compratevi un bagel dalla fornaia che non chiude mai, godetevi il mare di Tel Aviv dall’alto.

In questi giorni mi pare che nessuno abbia voglia di dormire ma i miei nuovi amici israeliani mi dicono che Tel Aviv è sempre cosi. La città sembra vivere una sorta di vacanza permanente e in qualsiasi ora del giorno e della notte si può andare in giro per le strade principali e trovare caffè affollati di clienti, persone che fanno jogging, gente che bighellona in spiaggia. Gli abitanti di questa città sanno come divertirsi e vanno forte sul nightclubbing. Con i miei nuovi amici conosciuti a Shuka, un kibbuts immerso nel deserto di Mitzeberamon, ci sediamo a fare un piccolo ristoro in un bar storico di Tel Aviv gestito da una signora dai capelli celesti e grigi. Siamo in una viuzza del centro, Tamara, che in ebraico significa Palma. Fotografie dell’olocausto, sue, del suo passato, dei suoi famigliari, del bar com’era trent’anni prima. Uguale identico al posto dove siedo ora. Mi sembra tutto così singolare. Mi godo la diversità e mi ci adatto facilmente tracannando birre e mangiando hummus, tehina e falafel.

A Tel Aviv troverete ogni tipo di cucina: l’etnico è ormai radicato nell’immaginario collettivo al pari della cucina kosher. Vi consiglio un posto che sto ancora sognando a distanza di mesi e a cui penso ogni volta che mi siedo in un sushi romano: si chiama Onami, un sushi bar spaziale, considerato il miglior giapponese di Tel Aviv, con piatti inediti e un servizio super cool. Dopo la cena in un bar storico in una viuzza del centro, insieme con Dvir, Ilan e la biondona, ce ne andiamo a Florentin: un quartiere dinamico nel sud di Tel Aviv che pullula di gioventù. Bar, caffè, localini di ogni genere, pub e ristopub e gente che va e viene. Mi rendo subito conto che, nonostante le profonde diversità religiose e culturali, l’umorismo dei nostri amici del posto non è poi cosi diverso da quello nostrano. Grasse risate fino al sorgere del sole: qui non si dorme, anche se al mattino si lavora presto.

Io e la bionda rincasiamo alle sei del mattino e c’è abbastanza luce per goderci la collezione di storiche e pittoresche casette di Neve Tzedek. Questo è il più antico quartiere ebraico di Tel Aviv, e oggi è il posto con più stile dove vivere. Un pò come Rione Monti a Roma. E qui, Neve Tzedek Rothschild, è la zona rinomata del divertimento notturno, perfetta per girovagare di bar in bar.

Non a caso c’è un detto israeliano che dice: “Gerusalemme prega, Tel Aviv si diverte”.