testo di Tomaso Bruno

Mi trovo in mezzo al nulla, o meglio in mezzo a niente di interpretabile secondo la mia cultura e la mia lingua.

Di certo per questa gente la parola Cholikagnat ha un senso poetico, il posto del ponte, o forse questo è il nome del ponte, o forse qualche altra cosa, ma in fondo chi se ne frega? Chiunque può immaginare cosa significhi per me questo nome. Ma forse è meglio che io provi, per quanto mi sia possibile, a darvi un’idea, seppure neanche io riesca a vedere chiaramente come sia stato possibile tutto questo, e neanche che senso abbia, ammesso che ci sia un senso.

Provate a immaginare un grande cortile recintato, pieno di gente che cambia continuamente, le cui facce, anche cercando di ricordarle, proprio non mi riesce.
Non mi riesce forse perché la faccia della gente in prigione è tutta uguale, hanno tutti gli stessi occhi lucidi, e l’animo tormentato. Sono le stesse facce che vedevo sui libri nelle foto dei campi di prigionia di tutto il mondo, sono la stessa persona, siamo la stessa persona.
Tremila anime, divise in sedici baracche che fanno da dormitorio e cucina, ed un’altra per i bisogni. L’uso del cortile è riservato alle visite e alle feste nazionali. Da aprile a ottobre la temperatura e l’umidità rendono l’aria irrespirabile, appena mossa dai grossi ventilatori appesi al soffitto, uno ogni tre metri. La corrente elettrica però è la grande incognita, e quando manca i ventilatori sono fermi, così come sembra si fermi il respiro, e il corpo si bagna di sudore appiccicoso, dove ti pare restino attaccati anche i pensieri.

I pensieri… Abbiamo delle radio, o meglio dei televisori che fungono anche da radio, sempre accesi, il volume al massimo, e con tutto quel rumore non riesco a pensare, non riesco a pensare… ma forse è meglio così. Non guardo mai la televisione, d’altronde non capirei molto di quanto dicono, così preferisco leggere. Romanzi. Il cibo è accettabile, tutto sommato, e d’altronde a disposizione di chi può pagare c’è sempre del tè e delle verdure di stagione. Per chi può pagare…

In questo microcosmo si svolgono le stesse esatte dinamiche di quello che accade fuori, in tutto il mondo, da sempre, solo che qui tutto questo lo tocchi direttamente, è tutto tremendo, definitivo e mortale. Sveglia alle 6:30 per contarci, poi liberi sino alle 7:30, quando arriva il tè del mattino, poi la giornata continua, andare alle latrine, lavarsi, lavare i vestiti e poi scrivo, scrivo molto, cerco di rispondere a tutte le lettere che mi arrivano, e poi leggo, mangio, un sonnellino e poi di nuovo leggo. Nel pomeriggio giochiamo a un gioco tipico della gente di qui, poi la sera chiudono le baracche, mangiamo e dopo si gioca a carte, sino a mezzanotte. Leggo ancora prima di addormentarmi. Ho conosciuto tanta gente, storie strane, ladri, truffatori, assassini, criminali politici e stupratori. Anzi, proprio il mio migliore amico, Pempa, è uno stupratore, almeno per la legge indiana.
Conosco la sua storia, che in fondo è la storia di molti qui, anche la mia: false accuse, un sistema basato su fantomatici indennizzi a fantomatiche vittime, verdetti elargiti con leggerezza, e poi la prigione. Ce ne sono degli altri, distanti da me come la loro lingua e le loro storie: un pluriomicida che sta pensando a cosa fare una volta fuori, e un uomo che è stato per tre volte baciato dalla Morte, sotto forma di tre pallottole che lo hanno ferito, quasi ad ammazzarlo. È un astrologo, e la gente fa la fila per ascoltare le sue previsioni, ma le pallottole, quelle non è riuscito a prevederle… E poi storie di ordinaria follia, errori giudiziari risolti o no, colpevoli fuori ed innocenti dentro. Ma in carcere, in un certo senso, sono tutti innocenti. Siamo tutti innocenti. Tutti vittime.

Quando passai quella porta ero terrorizzato. Troppi film, troppi racconti. Stavo in un angolo ad aspettare, pensando a come difendermi. Poi mi avvicinarono e mi dissero che non avrei avuto nulla da temere. Ed era vero, ero trattato e considerato come un ospite di riguardo, d’altronde ero l’unico straniero.
Adesso per loro sono un fratello. Tuttavia tra di loro le cose cambiano, vige ancora il sistema delle caste, così la solidarietà qui dentro esiste, ma tra persone della stessa casta. Il ricco è solidale col ricco, il povero col povero. È gente che tiene molto al proprio aspetto, si pettinano accuratamente, si curano i baffi, che per loro sono indizio di virilità, si ornano con collanine e braccialetti e anelli, ma non hanno alcun rispetto per i fatti altrui.

Certo, il microcosmo “prigione” ha delle dinamiche proprie, ma in qualche modo sento che per gli indiani non esistono fatti propri, ma che i fatti e gli affari del singolo, anche quelli più intimi, siano fatti ed affari della tribù, e questo gli dà un senso di appartenenza molto forte.
E poi ci sono gli intoccabili, i fuori casta, in una parola gli schiavi. Ai ricchi è concesso averne anche qua, ti rendono la vita più facile. Lavano, tengono pulito, fanno al posto tuo i servizi più umili. In cambio getti loro qualcosa da mangiare o qualche vestito che non metti più.
Ne ho di questi ragazzi, a disposizione 24 ore su 24, ma io non riesco neanche a concepire questo tipo di rapporti tra le persone.
Qui mi dicono che sbaglio, che per loro è normale anche accettare la condizione di schiavitù. Sarà, ma mi riesce difficile pensare come possa un prigioniero tenere prigioniero qualcun altro… Ma poi ritorno sempre al solito punto: nel mondo siamo tutti prigionieri in un certo senso, e crediamo di poter tenere in prigione qualcun altro, uno stupido grande gioco.

Anche il senso religioso è molto forte, e d’altronde siamo vicini alla città più sacra dell’India, dove ardono i fuochi sul Gange. Stasera si festeggia il Diwali, la vittoria della Luce sulle Tenebre. Si accenderanno mille candele, dentro e fuori il carcere, gli indiani rievocano così il ritorno di Rama dall’esilio. È anche la festa della Vita e normalmente, chi può, la celebra con i parenti. Forse il pensiero di compiere gli stessi atti, nello stesso momento, di chi è a casa e ti aspetta, te li può far sentire più vicino.
E a proposito di vicinanza… Mamma, Papà, la cosa che mi ha fatto più male in questa storia è che vi ho visti piangere. Che vi ho visti impotenti, che vi ho visti disperati, anche perché – credo – non riuscivate a trasmettermi fiducia e speranza. E quando avrei voluto gridare mi è toccato consolarvi. Quando avrei voluto piangere mi è toccato invece asciugare le vostre, di lacrime.
Andrà tutto bene, ne sono sicuro. Questa brutta storia finirà, e io potrò ritornare alla mia vecchia vita, se mai riuscirò a ritrovarla, quando uscirò da qui.

Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni sono detenuti nel carcere di Varanasi dal 7 febbraio 2010 con l’accusa di aver ucciso il loro compagno di viaggio e amico Francesco Montis. Il ragazzo è stato trovato senza vita la mattina del 4 febbraio 2010 nella camera di albergo che divideva con i suoi amici. Dopo un processo durato 19 mesi - tra ritardi, continui rinvii, contraddizioni e una discutibile autopsia (sembra sia stata condotta da un oculista e non da un patologo) - i due sono stati condannati all'ergastolo. All'inizio di marzo 2012 è stata respinta la richiesta di scarcerazione su cauzione per i due ragazzi. La scelta di pubblicare un racconto di viaggio così particolare e drammatico è dettata dalla voglia di dar voce a chi in questo momento ne ha fin troppo poca.