testo e foto di Claudio Cristofani

Il riso è l’alimento più diffuso in Asia. In genere viene coltivato in pianura, dove è più facile incanalare le acque e raccogliere i chicchi. Ma esiste un luogo incredibile dove il riso viene coltivato a 1500 metri di altitudine: si trova sulla cordigliera dell’isola di Luzon, nelle Filippine. Qui il popolo degli Ifugao, “popolo delle colline” appunto, dalle origini geografiche misteriose, forse della Birmania, forse dell’Indonesia, ha occupato questi monti quasi inaccessibili qualche millennio fa, e qui ha inventato una delle più formidabili opere di ingegneria idraulica che esistano al mondo. Non avendo a disposizione un terreno pianeggiante, ha terrazzato i lati scoscesi delle montagne e li ha trasformati in luoghi adatti a coltivare il riso. Con una pazienza, una fatica e un’ingegnosità uniche, gli Ifugao hanno scolpito la montagna a scalini e ogni scalino è stato racchiuso dentro un recinto di argilla o di muri di pietra, in modo da raccogliere l’acqua che serve per piantare e far crescere il riso.

Recentemente queste piantagioni, che hanno il loro centro nella cittadina di Banaue, sono state dichiarate patrimonio mondiale dall’Unesco. Ma scoprirle e valorizzarle non è stato facile. Fino a un secolo fa gli Ifugao vivevano in un loro mondo isolato. Che fosse leggenda o realtà – a vedere questi contadini aggirarsi con in mano un machete ben affilato, si ha voglia di crederci – avevano la fama di tagliatori di teste, e spagnoli, filippini e americani non si addentravano volentieri nella cordigliera. Negli ultimi decenni il turismo è cominciato lentamente a penetrare per vie ancora molto accidentate in questi territori e a Banaue sono sorti piccoli alberghi che accolgono avventurosi stranieri. Qualcuno pensa che sia un male, che venga così intaccata e stravolta una cultura che era rimasta intatta per secoli. Ma non è possibile fermare la storia.

Nell’autunno scorso un tifone si è abbattuto sulla zona, in più punti le montagne sono franate e alcune strade sono diventate quasi impercorribili. Le risaie a terrazza hanno resistito, allora come nei duemila anni precedenti, “ma è sempre più difficile legare i giovani alla terra e a questo lavoro duro, che anche quando non è tempo di semina o raccolto richiede una quotidiana attenzione per la manutenzione dei muri di contenimento”, ci dice il guidatore della jeepney che ci ha condotto nelle zone più alte e impervie. I giovani vogliono un’altra vita, anche se perfino nei luoghi più sperduti c’è sempre una scuola, che in genere è l’edificio più importante e curato del paese. O forse se ne vogliono andare proprio per questo, perché hanno imparato che esiste un mondo del tutto diverso al di là delle montagne.

Le jeepney, come quella che ci ha condotto sopra Banaue, sono il più popolare mezzo di trasporto pubblico delle Filippine; nascono con le jeep abbandonate dall’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale, ma hanno subìto un’evoluzione secondo il fantasioso spirito locale e sono diventate dei camioncini luccicanti carichi di immagini e scritte, che sembrano cadere a pezzi ad ogni buca del terreno e invece sono capaci di affrontare le salite più ardue.

“Ha quattro ruote motrici?”, chiediamo all’autista. “No, solo le posteriori, ma il motore è solido, dura anche vent’anni”, risponde tranquillo. Noi guardiamo meno tranquilli il tragitto che abbiamo alle spalle, pensando che sarebbe un disastro ripercorrerlo a piedi.

Siamo arrivati a Banaue provenendo da Vigan, una cittadina sulla costa in stile spagnolo, occupata dai giapponesi, che si è miracolosamente salvata dai bombardamenti dell’aviazione statunitense, proprio perché i giapponesi hanno preso il volo (alla lettera) pochi minuti prima che gli americani sganciassero il loro carico micidiale. E così la distruzione della città è stata evitata.

Abbiamo percorso per un tratto la strada costiera verso Sud, per poi abbandonarla e addentrarci tra montagne e foreste, foreste e montagne, e poco altro. Qualche casa isolata, con i panni stesi, i bambini seduti per terra e i cani che scorrazzano tra un lato e l’altro della strada; infine, un villaggio all’incrocio di due strade, con il mercato e quattro botteghe in fila che funzionano da ristoranti per chi è venuto a comprare. Su e giù fino a Banaue, sei ore di auto ricompensate dall’apparizione, ormai al tramonto, di queste montagne che da lontano ricordano la Torre di Babele di Bruegel e da vicino lasciano rispecchiare il cielo come tante pozzanghere, con ai margini piccole figure di uomini e donne piegati a raccogliere le nuvole.

DETTAGLI DI VIAGGIO

Il sistema di irrigazione dei terrazzamenti di Banaue è collegato alle foreste fluviali sovrastanti. Le terrazze, proclamate dall’Unesco patrimonio dell’umanità, sono state costruite quasi 2000 anni fa con le mani e pochi utensili. Hanno bisogno di continua manutenzione, soprattutto dopo le piogge torrenziali che nella Cordillera filippina a nord dell’isola di Luzon, sono periodiche.