di Giorgio Luchetti

L’Indonesia è tutto e niente, è un viaggio introspettivo. L’Indonesia è surf, cultura, natura e spiritualità.

Ho affrontato questo viaggio con la voglia di conoscere, esplorare e fare surf in Indonesia; con me ho portato la mia fedele Nikon FM2 a pellicola, otto rullini, una tavola da surf e i vestiti necessari, tutto nella stessa sacca della tavola. Il viaggio durato 23 giorni si è articolato in 2 isole, prima Giava poi Bali.

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A Giava ho messo da parte il surf e mi sono immerso nelle rovine dei templi di Prambanan e Borobudur, vicino Yogiakarta.

Ho anche vissuto in mezzo ai suoi abitanti: ho preso gli autobus locali, mangiato nelle bettole polverose sul ciglio della strada e sono stato protagonista di decine di selfie, proprio come una star di Hollywood. Quello che lascia un occidentale profondamente perplesso è una contraddizione di fondo: queste persone non hanno nulla, dormono ammassati in una stanza con i  materassi a terra e vivono in condizioni sanitarie opinabili, avvolti in un’aria letteralmente irrespirabile; ma tutti hanno uno smartphone connesso a Facebook e una parabola sul tetto.

In questa prima parte del viaggio ho visitato il complesso di templi Indu di Prambanan.

L’area dove sorgono i templi è molto vasta e si pensa che in origine ve ne fossero 232; nel corso degli anni però, a causa dei terremoti, sono sopravvissuti solo i più grandi ed importanti. Oggi l’area è un immenso giardino verde dove mastodontiche strutture in pietra si slanciano verso il cielo. All’interno delle rovine si intravedono le statue delle divinità a cui sono state dedicate, mentre tutto intorno vi sono le rovine dei templi più piccoli che sono andati perduti; un suggestivo colpo d’occhio dato dalle geometrie delle strutture e la minuziosità della cura del dettaglio.

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Ancor più suggestivo è il tempio di Borobudur, visitandolo all’alba si rimane incantati dall’atmosfera: all’arrivo una nebbia sottile avvolge le 504 statue di Buddha, il sole sorge lento accarezzando lo Stupa e piano piano tutto prende colore, le ombre che diventano sempre più nette delineano forme e volumi difficilmente immaginabili; tutt’intorno e all’orizzonte solo verde e rigogliosa foresta, nelle orecchie solo il canto degli uccelli del mattino.

Quando si arriva, nel buio della notte, non ci si può aspettare l’imponenza e maestosità del sito, un quadrato di 123 metri per 123 metri di base, formato da 10 terrazzamenti concentrici che simboleggiano i 10 passi verso il Nirvana.

Dopo la tappa culturale il viaggio è proseguito verso Bali, l’isola dei contrasti: della ricchezza e della povertà, dell’occidente che si mescola all’oriente, del sacro e del profano, della spiritualità e della speculazione. Si passa dalla pace delle risaie alla frenesia delle serate di Kuta, dagli aperitivi festaioli di Seminiak alla meditazione dei templi Indu, dal surf puro e solitario alle line up gremite di surfer agguerriti. A vegliare su tutto questo ci sono i Balinesi, calmi, sorridenti e indifferenti della frenesia che li circonda; immersi nella loro più completa e profonda fede.

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La mia esperienza sull’isola si potrebbe dividere in due parti con una linea ben definita. All’inizio ho girato come una trottola correndo dietro onde, serate frenetiche e qualche bicchiere di troppo; nella seconda parte ho trovato il nirvana nella penisola del Bukit, immerso nella natura tra le onde più belle del mondo in completa solitudine con il surf. Se all’inizio mi sono sentito un turista medio, dopo sono finalmente riuscito a entrare nello spirito balinese. Nella prima parte della mia sosta a Bali ho alloggiato nei pressi di Jimbaran, spostandomi spesso verso Kuta e Seminiak e rimanendo imbottigliato nel traffico per più di un ora al giorno, ho dovuto anche comprare le mascherine per la bocca in farmacia per quanto mi faceva male la gola dallo smog. In questo periodo ho surfato i reef di Kuta, quali Middles, Arirport e Kuta Reef, onde divertenti ma non speciali come quelle del Bukit; sono stato rapito dalle serate, dagli aperitivi e dalle feste, sono finito più di una volta a Canggu più per le feste che per il surf, anche perchè l’onda morbida è più adatta ai long che alle tavolette. Ho vaghi ricordi di una serata iniziata al Deus di Canggu e finita con Rave party sulla spiaggia, la birra che scorreva a fiumi e le persone di ogni parte del mondo che ballavano rapite dalla musica incalzante; per fortuna in quei giorni non c’è stata swell, le onde non era nulla di che e la vita notturna ha preso il sopravvento sul surf. Quando finalmente mi sono spostato verso Ubud, tra risaie e arte mi sono ripreso dalla frenesia dei giorni passati. Svegliarsi nelle risaie, sentire solo il fruscio del vento tra gli alberi è stata la rigenerazione dello spirito e della mente. Ubud è stato il punto di svolta da cui il viaggio ha preso tutta un’altra piega.

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Dopo Ubud mi sono trasferito a Balangan, in warung di legno e paglia sulla spiaggia. Nel frattempo è entrata la swell, la sera nel letto sentivo il rumore del mare che pompava, era cosi eccitante sentire quel fragore e pensare che da lì a poche ore sarei andato a cavalcare quei mostri, era difficile dormire per l’adrenalina. Lo scenario che mi si presentava davanti ogni giorno era acqua cristallina, onde tubanti lisce di 7-9ft e uno stupendo sole.

Ogni giorno era una nuova sfida, un nuovo confronto con una forza più grande di me: il Mare, croce e delizia di ogni surfer, spirito irrequieto e indomabile, ogni surfer sa quanto sia bello e allo stesso tempo pericoloso ed imprevedibile, ogni surfer lo ama e lo teme allo stesso tempo. Lì ho sentito tutto questo, lì ho trovato la pace con me stesso e con il mondo.

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Ho surfato in tutti gli spot piu famosi della penisola, Balangan, Dremland, Bingin, Padang Padang e Uluwatu. Quest’ultimo è sicuramente il più affascinante, non solo per il particolare accesso al mare fatto di scale scoscese e pertugi nella roccia, piuttosto per l’aria sacra che si respira, come il tempio induista a picco sul mare da cui prende il nome lo spot. Può essere considerato un tempio per i surfisti, anzi il tempio del surf, dove non conta la religione o l’etnia, conta solo l’amore per questo sport e le lunghe e potenti onde capaci di regalare immensa gioia a chi le cavalca, immersi in una cornice naturale unica al mondo. Se non è il paradiso, poco ci manca.

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